Epica – The Holographic Principle

Epica The Holographic Principle THP
- Voto: 85 su 100
- Anno: 2016
- Genere: Symphonic metal 
- Influenze principali: Thrash metal, Progressive metal, Melodic death metal, Groove metal, Power metal, Melodic black metal, Gothic metal, Musica tradizionale araba


A cura di Michele Greco

Dall'uscita di The Divine Conspiracy, loro terzo album datato 2007, gli Epica hanno iniziato una sorprendete scalata dell'Olimpo del Metal, diventando i sovrani indiscussi del symphonic e, più in generale, una delle band di punta della nuova generazione metallica. Con Design Your Universe (2009) hanno lavorato alla coesione formale, con Requiem for the Indifferent (2012) hanno osato con le strutture per poi ripulirle dagli eccessi col più diretto The Quantum Enigma (2014), album che tra l'altro ha segnato una svolta nella produzione. In ognuna di queste creazioni gli Epica sono riusciti nel difficile intento di bilanciare coerenza e originalità, creando immagini sempre nuove pur senza cambiare i pezzi del puzzle. È un'impresa titanica, da grandi equilibristi, che richiede una genialità non inferiore a quella richiesta dal cambiare drasticamente percorso. Ma era ancora possibile farlo? O forse la "formula Epica" necessitava di grosse modifiche per non impantanarsi? Per capirlo dobbiamo analizzare l'ultima fatica della band: The Holographic Principle.

Pur avendo testi di varia natura, vi è un tema portante che ha ispirato la scelta del titolo: la realtà virtuale in chiave psico-filosofica. Le principali fonti d'ispirazione di questo filo rosso sono il fisico Leonard Susskind, che ha sviluppato la congettura del paradigma olografico per risolvere un paradosso della teoria delle stringhe, la filosofia indiana e film come Inception e Matrix.


Come di consueto, l'album si apre con un'intro: "Eidola", il cui titolo deriva dalla parola che in greco antico indicava l'ombra che permane dopo la morte corporea. Ma per Democrito gli eidola sono anche gli atomi che si staccano dagli oggetti e che, giungendo ai nostri organi di senso, ci permettono di percepire. Concezione, questa dell'atomismo, che riecheggia pure nel Vaisheshika Sūtra di Kanada. Musicalmente, il brano sembra ispirarsi a Prokof'ev e non perde tempo a mettere in mostra l'uso esclusivo di strumenti reali. Infatti, se in The Quantum Enigma gli Epica hanno avuto a disposizione solo un'orchestra d'archi, per The Holographic Principle perfino il triangolo non ha necessitato di campionature. E così "Eidola" porta in trionfo gli ottoni e le percussioni, tessendo un'atmosfera esoterica, che diventa inquietante all'arrivo della voce di una bambina (Cato Janssen, figlia del tastierista Coen). Il crescendo corale fa perdonare la mancanza di continuità con la traccia successiva: "Edge of the Blade". Di questa è apprezzabile la scelta di utilizzare due ritornelli, uno corale e uno in stile Lacuna Coil, entrambi molto catchy; per quanto il confronto possa sembrare forzato, è una soluzione strutturale che ricorda "Bad Romance" di Lady Gaga. Ciò permette al brano di svolgere bene il ruolo di singolo radiofonico, anche grazie al collaudato sound tra power e groove, ma dà un'idea parecchio fuorviante dell'album, che viene effettivamente introdotto solo dal bridge e dal finale. In generale, questo brano è sì carino, ma non riesce a donare nulla di più delle sue melodie immediate, sfigurando rispetto alla profondità dei brani successvi. Inoltre la voce di Simone Simons risulta un po' coperta dalle sezioni strumentali, che al contrario sono così dettagliate da permettere di distinguere ogni strumento persino nelle parti più barocche. Infine il testo, scritto dalla frontwoman, parla dell'ossessione per la bellezza e la perfezione estetica.
Ben più interessante è la successiva "A Phantasmic Parade", in cui Simone ci dimostra che può trattare tematiche tipiche di Mark Jansen meglio di lui. Addirittura ha inserito riferimenti al filosofo indiano Śankara, fondatore della scuola Advaita Vedānta, sfruttandone la carica poetica senza pedanteria. Tra archi pizzicati, linee vocali arabeggianti e delle chitarre originali e tendenti al prog, il brano scorre fluido fino al bridge. Questo si concede alla violenza death, con vaghi richiami ai Fleshgod Apocalypse, ma mantenendo un ordine melodico personale. Potremmo essere di fronte a un capolavoro, se non fosse per una piccola pecca: il ritornello, pur affascinando col riuscito duetto cori-Simone, ricalca un po' una parte di "Monopoly on Truth" ("Can we trust all the facts and believe..."), brano di Requiem for the Indifferent. Difetto, questo, che ritroviamo anche in "Universal Death Squad", il cui ritornello ricorda un po' le strofe di "Unchain Utopia" (da The Quantum Enigma). Il colpevole è il chitarrista Isaac Delahaye, autore di queste linee vocali. Fortunatamente gli Epica, a differenza di altre band, non hanno un vero e proprio mastermind, bensì cinque compositori con background e gusti molto diversi; il gioco di squadra è appunto ciò che permette loro di meravigliare sempre, in un modo o nell'altro. Inoltre, mentre altre band fanno scivoloni su brani dal songwriting già di per sé debole, gli Epica di base sono molto ispirati. Nel caso specifico, "Universal Death Squad"
 ci regala un incipit di piano e archi ben collegato al tema portante, un fantasioso riffing thrash/death, dissonanze orchestrali, un assolo al fulmicotone, richiami ai Gojira e passaggi dal retrogusto quasi djent. In mostra sono anche i continui cambi di tempo, di cui alcuni dispari, che danno risalto alla precisione del batterista Ariën van Weesenbeek. Insomma, chi era rimasto insoddisfatto dalla semplicità e linearità strutturale delle canzoni di The Quantum Enigma ha trovato pane per i propri denti. Purtroppo il brano in esame soffre anche di qualche ripetizione corale di troppo, di un testo interessante nel tema (le implicazioni etiche nell'uso dei robot militari) ma banale nello svolgimento e, soprattutto, di una brutta post-produzione della voce di Simone. Nondimeno, "Universal Death Squad" ha molti più pregi che difetti.
Degli spari e poi un crescendo orchestrale fanno iniziare nel migliore dei modi "Divide and Conquer", che si fregia di riff aggressivi, di un continuo botta-e-risposta tra Simone, i cori e il growl di Mark (e Ariën), di pre-ritornelli irregolari e di un ritornello orecchiabile. Il bridge, inizialmente marziale e forse troppo ripetitivo, si lascia poi andare a ritmiche prog e a un'emozionante melodia corale. Sono anche presenti delle campionature sovrapposte di discorsi di Barack Obama, Hillary Clinton, Nicolas Sarkozy, David Cameron e John Kerry; il testo riguarda infatti l'interventismo militare delle potenze occidentali in Medio Oriente.
L'atmosfera cambia con la successiva "Beyond the Matrix", che ha un ritornello-tormentone corale che incrocia i Sabaton con gli Amaranthe, influenze power e un andamento epico. Le strofe, minimali e sostenute da una linea di basso finalmente in primo piano, portano a un pre-ritornello con riff arabeggianti. Con il bridge le acque si calmano e Simone, su tonalità gravi, ci culla in un contesto disneyano. A questo punto tutto ci si aspetterebbe fuorché l'arrivo del growl e di atmosfere maligne; ed è proprio quest'imprevedibilità a salvare una scelta, quella di Mark relegato al bridge, utilizzata fin'ora in quattro brani su sei. Inoltre un applauso va fatto ad Isaac per il lungo e notevole assolo. Insomma, non ci farà giungere al Samadhi di cui parla Patañjali nello Yoga Sūtra, ma "Beyond the Matrix" è comunque una bella canzone. Volendo però cercare il pelo nell'uovo, un ritornello ultra-catchy così lungo e ripetuto alla lunga risulta stancante.
Fino a questo punto, 
The Holographic Principle ci ha donato 2-3 ottimi brani, ma non ha ancora provocato quel "sense of wonder" che ormai nel symphonic solo gli Epica sanno regalare. Adesso, a metà album, preparatevi a uno dei picchi emozionali della band: la power-ballad "Once Upon a Nightmare". Questa non ha una struttura canonica, anzi non ha neppure un ritornello, ma risulta cangiante come un'aurora polare. Dopo una lunga sezione orchestrale, che introduce il tema portante, entra in scena una Simone più in forma che mai. A sostenere la sua espressività da musical non vi è solo un crescendo semplicemente perfetto, ma anche un contesto strumentale curatissimo, nel quale brillano i cordofoni etnici (mandolino, ukulele e balalaika) che strappano via l'anima. Non a caso qui l'attore Paul Babikian recita parte della traduzione inglese della ballata "Erlkönig" di Goethe, ispirata da una creatura malvagia che ruba l'anima ai bambini; Simone ha utilizzato ciò come una metafora dell'aver perso l'innocente speranza nel lieto fine e della necessità di trovare nuove finestre per l'anima.
Il collocarsi subito dopo un capolavoro del genere di certo non aiuta "The Cosmic Algorithm" a spiccare. Questo brano ha un ritornello tirato col freno a mano, chitarre thrash/groove che non stupiscono e un testo superficiale, ma anche accelerazioni ben studiate, un assolo di chitarra abbastanza tecnico e partiture di archi ispirate. Il risultato finale è al di sopra della media del genere, ma per le potenzialità degli Epica non va oltre la sufficienza risicata. A contribuire a farcelo dimenticare ci pensa già "Ascension (Dream State Armageddon)", composto principalmente da Rob van der Loo, autore anche delle perle "In All Conscience" e "Mirage of Verity" (entrambe bonus track di The Quantum Enigma). La penna del bassista si nota già dall'atmosfera spettrale dell'incipit, in cui Simone ci dà il benvenuto in una casa stregata. Le strofe sono aggressive e affidate a un growl molto acido, mentre il ritornello sa essere orecchiabile ma non per questo meno oscuro. I toni si alzano nel bridge, dove prima si riceve una mazzata da un blast beat tipicamente black metal e poi si viene ammaliati dagli acuti della frontwoman. Se a tutto ciò aggiungiamo il buon testo sul confine tra sonno e veglia, questa personalissima dichiarazione d'amore per i Dimmu Borgir non può che dirsi riuscita. Le conclusive percussioni tribali si ricollegano a "Dancing in a Hurricane", che è orecchiabile e arabeggiante, con un ritmo da danza del ventre, ma con un ritornello dal sapore gitano. La struttura, pur essendo da canzone, è resa meno prevedibile da un espediente: dopo il primo ritornello, si va direttamente al bridge da headbanging anziché alla seconda strofa. Coerentemente con la musica, il delicato testo di Simone parla dei bambini cresciuti durante la Guerra Civile Siriana.
Nello sciamanesimo, i corvi sono i custodi delle leggi sacre, per cui meditare pensando a loro aiuta a trascendere le limitazioni del pensiero. Ecco perché "Tear Down Your Walls" inizia proprio col gracchiare dei corvi sopra la malinconia di piano e archi, salvo poi terremotarla con la brutale batteria e le chitarre melo-death di scuola svedese. Il brano, uno dei più cattivi del lotto, è gestito per lo più da Mark, mentre Simone fa la streghetta ammaliatrice per poi, nel ritornello, cantare sopra un coro melodicamente indipendente e a tratti dissonante. Lo straniamento continua nel bridge, dove dei fiati ci portano per qualche attimo nell'antica Grecia per poi rigettarci nella violenza e infine trovare una brusca epifania nel ritorno del tema iniziale.
La versione standard dell'album si chiude con il brano più lungo e imprevedibile: "The Holographic Principle (A Profound Understanding of Reality)"La suite parte con dei cori gregoriani a cappella, seguiti da toccante tema di pianoforte e archi. Prosegue con un intreccio di cori femminili e maschili fino a un climax che sembra portarci verso il ritornello, ma ci inganna risolvendosi invece in un espressivo assolo di chitarra. A questo punto arriva il growl, sostenuto da un tema d'archi che ritroveremo più avanti. Dopo una ripetizione del crescendo corale, finalmente arriva la strofa di Simone, incantevole come sempre. Il colpo di grazia al cuore dell'ascoltatore, però, arriva con il ritornello, emozionante e ispirato come pochi. Un'accelerazione metal ci porta poi alla seconda strofa, in cui le chitarre si inseriscono tra le trame di piano con fare quasi gothic, e poi al secondo e ultimo ritornello. A questo punto la struttura del brano cambia, virando verso il progressive. Tra orchestrazioni apocalittiche, cambi di tempo e umore e sfuriate degne del thrash più cattivo, si inserisce un continuo rimbalzo tra il growl e Simone su registro lirico. Dopo un assolo di tastiera sullo stile dei Dream Theater di "The Dance of Eternity", il brano si avvia a chiudere in modo semi-circolare: vengono ripresi i cori iniziali, ma con in sottofondo una variazione del tema di archi introdotto a circa 1/5. L'ascoltatore viene così travolto da un piacere sovrannaturale, l'ego viene silenziato, l'anima assurge al Nirvana: ciò che "The Holographic Principle" riesce a donare trascende i limiti dell'esperienza umana e spezza l'illusione di Maya, verso un temporaneo ricongiungimento con l'Assoluto. Nonostante il titolo pretenzioso, quindi, questo brano riesce a gareggiare e forse persino a vincere contro "Kingdom of Heaven" (da Design Your Universe).


Nelle versioni Digipak, Earbook e digitale l'album include un cd acustico. Innanzitutto bisogna parlare del brano inedito, "Immortal Melancholy", una ballad accompagnata da pianoforte e fisarmonica. Simone ci regala una grande interpretazione, in linea col proprio testo: è la storia di due amanti, entrambi malati terminali, che decidono di ricorrere all'eutanasia per morire nello stesso momento. Tra le lacrime che sicuramente vi scenderanno, riuscirete quasi a vedere i due innamorati abbracciati, pronti a rimanerlo nella pace eterna.
Gli altri brani sono rifacimenti acustici di alcuni della versione standard. "Beyond the Good, The Bad and the Ugly" ci regala dell'ottimo country-western; "Dancing in a Gypsy Camp" evoca Simone che danza attorno al fuoco come la zingara Esmeralda nella Parigi del 1482; "The Funky Algorithm" potrebbe essere una hit di Justin Timberlake e ha un frivolo testo ad hoc; infine "Universal Love Squad" chiude con dolcezza e passione. Questi rifacimenti mostrano la versatilità e l'autoironia degli Epica, capaci di trattare tematiche impegnate senza mai prendersi troppo sul serio. Ma non è una novità, basti pensare al synth-pop di "The Fallacy" (contenuta nel foto-autobook The Road to Paradiso del 2006) o alla versione dance di "The Phantom Agony" proposta più volte live.

Tirando le somme, The Holographic Principle è un'eccellente via di mezzo tra The Quantum Enigma e Requiem for the Indifferent. Nondimeno, ha qualche difetto: non ha la coesione e la cura strutturale di Design Your Universe, vero e proprio capolavoro del labor limae, ma neppure la costanza qualitativa di The Quantum Enigma, in cui ogni brano risplendeva di luce propria. The Holographic Principle si piazza comunque subito dopo, giacché qualche raro passaggio poco ispirato non può nascondere l'altissimo livello raggiunto in quanto a eclettismo, creatività, eleganza ed espressività.