Banks – The Altar

- Voto: 78 su 100
- Anno: 2016
- Genere: Alternative R&B, Synth pop
- Influenze principali: Hip hop, Urban, Soft trap, Chamber pop, Indie pop, Soul




A cura di Michele Greco

Goddess è stato un esordio acerbo, con parecchie luci ma anche varie ombre. Il singolo promozionale "Better", rilasciato alla fine del tour, non sembrava promettere bene: voce roca, linee vocali confuse, una base incapace di andare a segno. La fiamma di Banks si era forse già spenta? Per scongiurarne il rischio, viene modificato il team di produzione: mantengono le redini Sohn e Tim Anderson, mentre Al Shux ha lavorato a un solo brano e tutti gli altri produttori sono stati sostituiti, dando spazio ai nuovi arrivati DJ Dahi, John Hill e Aron Forbes. L'obiettivo è duplice: da un lato bisogna rendere più personale e coeso il sound, che in Goddess risultava spezzato in due anime, ma dall'altro bisogna rendere più varie le atmosfere, in modo da evitare la monotonia dell'esordio. Per far ciò vengono quasi del tutto abbandonate le intuizioni dark electro e trip hop, che erano già state esplorate benissimo in perle come "Waiting Game" e "Brain". Un maggiore ragionamento si nota anche nella scelta della tracklist, che è più breve della precedente. Immergiamoci quindi in The Altar, un nuovo viaggio nella mente della cantautrice-psicologa.

L'opener "Gemini Feed" è una boccata d'aria fresca: linee vocali molto orecchiabili, una base sintetica curata nei minimi dettagli e ritmiche trascinanti. Complice anche il solito testo di Banks che non delude mai, è chiaro il perché questo brano sia stato scelto come singolo, arricchito da un videoclip tra il massonico e il bondage. Più curiosa è invece la scelta di pubblicare "Fuck with Myself", brano dalle sonorità trap che, complice lo stile vocale particolare, richiede un po' di ascolti per essere apprezzato. Ma non spaventatevi: vale la pena perderci del tempo, perché questo brano è una perla. Il testo riflette sul rapporto di amore e odio che la cantante ha con se stessa, utilizzando la masturbazione come una metafora freudiana. Per completare il messaggio è stato pubblicato un videoclip in cui Banks si mette letteralmente a nudo.
Torniamo su binari più rassicuranti con la minimale "LoveSick", che riprende alcune intuizioni di Goddess e le integra con una maggiore perizia nella melodia vocale. Probabilmente l'episodio meno riuscito dell'album, ma non da buttare. Molto più interessante è la successiva "Mind Games", che riprende lo stile delle ballad al piano del primo album, ma lo arricchisce con tocchi elettronici che rendono più morbido e naturale lo stacco coi brani intorno. Inoltre le linee vocali sono ispirate ed espressive, con un ritornello che calza a pennello sul testo disperato.
Cambiamo di nuovo rotta con la travolgente e frenetica "Trainwreck", che da sola si mangia per intero gli ultimi album delle colleghe più blasonate del settore. Tra r'n'b e urban, melodie pop e parti rap, Banks snocciola le sue accuse pregne di risentimento e rabbia, ma anche di autocritica. Il videoclip del brano, diretto dalla fotografa di moda Marie Schuller, mette in scena una farsa creepy che pesca dall'immaginario di Kubrick, di Lynch e di Róisín Murphy, sputando in faccia tanto all'ex amante della cantautrice quanto all'industria discografica. A questo punto è chiaro che la malinconica rassegnazione di Goddess ha lasciato il posto alla voglia di rivalsa.
"This is not About Us", canzone upbeat arricchita da sovraincisioni vocali, riprende la strada catchy e radiofonica di "Beggin For Thread": il risultato è davvero molto buono, anche se un po' banale. La successiva "Weaker Girl"  riscopre invece i temi della fragilità e della manipolazione già presenti in Goddess, ma li sviluppa con una maggiore cura. Il pezzo parte lento, ma diventa ritmato nel ritornello. La sezione strumentale, inizialmente minimale e sintetica, vede poi il contributo di un quartetto d'archi utilizzato in modo molto ragionato, soprattutto nell'emozionante coda. Banks ha capito la musica è comunicazione, non masturbazione dell'ego, e che quindi ogni elemento del brano deve essere funzionale al messaggio: lezione che certe cantautrici amanti delle orchestrine posticce non riescono a imparare. Ma "Weaker Girl" è inevitabilmente legata alla successiva "Mother Earth", nella quale si tuffa con dei cori onirici. La base di chitarra acustica e archi sorregge un testo, cantato su melodie funzionanti, che ragiona sulla pressione che la società mette alle donne. La Dea cattiva del primo album è diventata Madre Terra, anche se con una voce sporca che rovina la canzone; prima che i danni alle corde vocali diventino irreversibili, Banks farebbe meglio a prendere qualche lezione di canto.
Continuiamo l'ascolto con "Judas", un lento r'n'b con tocchi hip-hop in cui Banks afferma di essere ormai troppo intorpidita per sentire il coltello del suo Giuda trafiggerla alle spalle. Capisce quindi che deve lasciare l'amante traditore, ma i sentimenti non possono essere spenti premendo un pulsante: ti continuano a perseguire, a renderti preda indifesa dei loro capricci. La caccia si apre con "Haunt", scandita da percussioni tribali e suoni della natura. Madre Terra deve fuggire da se stessa, dalle trappole della propria mente, e decide di farlo con un brano ballabile e coinvolgente nelle sue tentazioni etniche. Quando finalmente la libertà sembra essere a portata di mano, però, i fantasmi del passato riaffiorano in "Poltergeist". Banks deve quindi esorcizzare una volta per tutti i demoni che la perseguitano, ma per farlo deve prima confondersi tra di loro con dei filtri che le distorcono la voce fino a farla echeggiare tra gli abissi infernali. Il risultato è un brano arrangiato e prodotto con precisione millimetrica, arricchito dall'ennesimo testo intelligente della cantautrice-psicologa. Ma prima degli applausi, c'è ancora tempo per una ballad al piano: "To the Hilt", che narra la sofferenza di Banks con grande sincerità e coinvolgimento. Purtroppo l'arrangiamento risulta fin troppo minimale, risultando così meno coinvolgente di "Mind Games". Più adatta alla chiusura sarebbe stata la stupenda bonus track "27 Hours", che parte come un lento al piano, diventa più ritmata grazie alle influenze r'n'b ed esplode nei suoni sintetici del potente ritornello. Ecco, ora è arrivato il momento degli applausi.

In conclusione, con The Altar Banks ha imparato dagli errori fatti in Goddess, ma senza per questo rinnegare le proprie origini. Parliamo di un album senza momenti di noia, con atmosfere varie ma al contempo coese, con testi curati e melodie intelligenti. Non c'è nessun brano oscuro e affascinante come "Waiting Game", questo è vero, ma la qualità media è più omogenea rispetto a Goddess. Il prezzo da pagare, però, sembra essere stato la fuga parziale verso territori rassicuranti e già battuti. Purtroppo in The Altar di originale c'è poco, laddove invece da Banks ci si aspetterebbe più voglia di osare. La proposta è comunque validissima, va forse una sintesi fra questo e l'album precedente potrebbe permettere alla cantautrice-psicologa di spiccare definitamente il volo.