Banks – Goddess

Banks Goddess- Voto: 70 su 100
- Anno: 2014
- Genere: Synth pop, Alternative R&B
- Influenze principali: Musica Elettronica (Trip hop, Downtempo, Dark electro), Pop acustico, Hip hop




A cura di Michele Greco

Jillian Banks, classe 1988, ha sofferto di depressione durante l'adolescenza, cosa che l'ha portata a creare un diario segreto multimediale fatto di musica, parole e disegni. Cercando il suo equilibrio, finirà anche per laurearsi in Psicologia presso la University of Southern California con una tesi sui figli delle coppie divorziate.
A inizio 2013 pubblica su SoundCloud il brano "Before I Ever Met You". Da quel momento in poi, inizia a pubblicarne uno ogni due mesi, raccogliendone una parte nel London EP. Le visualizzazioni su YouTube lievitano e il supporto dell'amica Lily Collins le permette di avere l'attenzione della BBC, un contratto con una major discografica e il ruolo di supporter per un tour di The Weeknd. Ciò nonostante, Banks ha continuato a mantenere il mistero su di sé e sulla sua storia, ma al contempo ha cercato di dialogare a tu per tu con i fan. A un certo punto è arrivata persino a diffondere il proprio numero di cellulare su Facebook: follia o genio provocatore? Interpretare le azioni di Banks è come tentare di nuotare nel catrame, e la sua musica non è da meno: oscura, maledetta, uno specchio d'acqua increspato sotto un pallido chiaro di luna. Con l'aiuto di produttori quali Sohn, Shlohmo, Lil Silva, T.E.E.D., Al Shux e Tim Anderson, nel 2014 viene pubblicato Goddess. Le aspettative erano schiaccianti e Banks era ancora un personaggio molto controverso, a metà tra sperimentalismo e tradizione, tra mistero e intima connessione. La sua voce, distaccata e insieme fragile, è perfetta per le atmosfere della musica, ma purtroppo non ha una preparazione alle spalle e quindi nei live delude parecchio. In compenso, la laurea in Psicologia dell'artista si nota forte e chiara nei testi, pregni di autoanalisi e di sincerità. Banks non si nasconde, ma il suo è nudo artistico o pornografia? È verità o teatro?

Goddess si apre con "Alibi", dal beat freddo e alieno, in cui Banks afferma di essere un mostro e supplica il suo uomo di convincerla del contrario. La scelta di usare il falsetto ripaga, così come il chiudere al piano un brano iniziato con l'elettronica: l'artista è spezzata tra passato e futuro, in cerca di risposte. Ma lei è anche una Dea che, per via del comportamento del suo ex, ha ceduto al lato oscuro, diventando la distruttrice Kali. "Goddess" parla proprio di questo, in mezzo a una base sintetica minimale. Purtroppo le linee vocali monotone, impedendo di far brillare un brano altrimenti interessante.
La terza traccia è una delle migliori del disco: l'electro-ballad "Waiting Game". Il piano e dei vocalizzi ci catapultano in un mondo tenebroso, in cui dall'anima di petrolio di Banks emergono delle candide rose. Progressivamente, la base si riempie di dettagli elettronici, stratificati come il tira-e-molla che l'artista tenta di descrivere. Una relazione disfunzionale, che alterna distacco e soffocamento, resa bene bene dalle linee vocali rassegnate. Ma chi è quest'uomo che ha trasmesso a Banks la paura dell'amore? Un freddo manipolatore, stando al testo di "Brain", canzone dalla produzione impeccabile e arricchita da filtri che amplificano le accuse della cantante; il risultato è notevole.
La successiva "This is What it Feels Like", dai suoni disperati e perversi, è un assaggio agrodolce, come sangue che sgorga da una ferita. Le campionature di archi, così distorte da trasformarsi nel caos primordiale, si intrecciano con l'elettronica e le parole pulsanti di Banks. Eppure c'è ancora molto da raccontare: in "You Should Know Where I’m Coming From", potente ballad piano-e-archi, entriamo ancora più a fondo nella mente di una donna complessa, indurita dalle difficoltà della vita, al punto da chiedere al suo amante di scappare il più lontano possibile da lei e dalle sue paranoie. Un brano davvero ottimo, che però risulta sconnesso nel suo drastico cambio di sound rispetto a ciò che lo circonda. E questo è uno dei tre difetti di Goddess: fatica a integrare a pieno le anime dell'artista, forse anche per colpa dei troppi e diversi produttori con cui ha collaborato. La cosa fastidiosa è che ciò crea un senso di disomogeneità nei suoni, ma non nelle atmosfere, che rimangono sempre le stesse con una pedanteria da manuale. Inizialmente sono affascinanti, certo, ma dopo l'ennesima canzone con lo stesso mood ci si inizia ad annoiare, e questo è il secondo difetto dell'album. Il terzo, invece, è rappresentato dalla sua durata gonfiata con le dimenticabili "Stick" e "Fuck Em Only We Know" (settima e ottava traccia), la raffinata ma inconcludente "Change" (undicesima) e l'inutile ballad alla chitarra "Someone New" (dodicesima). A dirla tutta, pure la già citata title-track si sarebbe potuta scartare, arrivando così a ben cinque filler su quattordici brani standard. 
Fortunatamente, a spezzare questa lunga notte ci pensano i brani più pop della tracklist: "Drowning" e "Beggin for Thread". La prima, pur essendo orecchiabile, ha una struttura originale e che richiede qualche ascolto per essere apprezzata, ma ne vale la pena perché il suo testo sincero è davvero ben reso dalle melodie vocali e dai controcanti finali. La seconda, invece, è ritmata, dalla base articolata, con un ottimo testo di auto-critica e un ritornello che si stampa in testa all'ascoltatore. Banks sarà anche brava con i lenti elettronici, ma forse il suo meglio può darlo quando si concede a un sound più martellante.
Prima di chiudere, c'è ancora tempo per due brani molto carini: "Warm Water", con i suoi beat eleganti e i suoi suoni lontani, e "Under the Table", una preghiera piano-e-archi speculare all'iniziale "Alibi".

La versione deluxe dell'album presenta quattro bonus track. "And I Drove You Crazy" è assolutamente inutile. "Fall Over" ha una bella base e un ritmo in grado di spezzare le atmosfere statiche di Goddess, ma non si capisce dove voglia andare a parare col suo turbinio di vocalizzi in falsetto. Molto più ragionata è invece "Before I Ever Met You", con le sue linee vocali che sembrano uscite dalla penna di una Lorde molto arrabbiata e il suo r'n'b elettronico funzionante anche se non innovativo. L'ultima bonus track è "Bedroom Wall", dalla base dissonante e spaziale, ma dalla melodia che non riesce ad andare a segno. Insomma, forse è stata messa fin troppa carne al fuoco.

Una volta terminato l'ascolto di Goddess, si rimane senza fiato sia per la qualità di alcuni brani sia per la stanchezza. Le potenzialità erano enormi, ma si sono perse per strada, tra episodi ripetitivi e altri troppo legati al sound dei diversi produttori. Eppure in perle come "Waiting Game", "Beggin for Thread", "Drowning", "Brain", "This is What it Feels Like" e "Alibi" riesce comunque a emergere lo spirito crepuscolare di Banks, la sua malinconia sincera e non spettacolarizzata. L'hype l'ha schiacciata, non le ha permesso di darsi il tempo per maturare, ma un esordio dispersivo come questo può essere perdonato in virtù dei semi di "sense of wonder" sparsi qui e là. La domanda da farsi allora è: verranno messi a frutto? La risposta la troveremo analizzando The Altar, suo secondo album, datato 2016.