Beyoncé – Lemonade

Beyoncé – Lemonade
- Voto: 43 su 100
- Anno: 2016
- Genere: R&B 
- Influenze principali: Hip hop, Soul, Rock, Avantgarde




A cura di Alessandro Narciso

Beyoncé Knowles è una cantante di enorme talento, una delle voci migliori nel panorama mainstream, un'artista che non ha paura di osare e una donna d’affari dall'impareggiabile intuito. Sempre a cavallo fra pop e r'n'b, è riuscita più e più volte ad attingere ad entrambi il tanto da piacere ai rispettivi fan, ma non troppo da alienare la controparte. All'interno dei suoi dischi ci sono singole canzoni qualitativamente inferiori, o altre che vertono troppo in un territorio o nell'altro, ma nel complesso sono sono album solidi, godibili, marketizzabili e che esaltano il talento vocale senza sfociare nell’autocelebrazione gratuita.
E poi è arrivato Lemonade. Oh, boy…

Lo ammetto: sono tuttora confuso. Cosa voleva ottenere davvero Beyoncé? L’ipotesi più probabile è che puntasse all'album della "maturità artistica", un lavoro in cui svincolarsi il più possibile dagli stilemi del pop da classifica per dimostrarsi una cantante "seria", in grado di dedicarsi a musica di un certo calibro. Un intento, questo, che si ipotizza più a partire dal netto cambio di rotta che ascoltando il risultato finale, perché nel processo Beyoncé sembra aver confuso "ricercatezza" con "sconclusionatezza". In effetti, "sconclusionato" è il primo termine che viene in mente nel descrivere quest’album.

Lemonade è quasi un continuo rumore di fondo, fin troppo carente sul comparto melodico e con un pessimo utilizzo delle straordinarie doti vocali di Beyoncé. Le uniche canzoni che hanno una vera e propria melodia, e su cui Beyoncé canta davvero, comePray You Catch Me, Love Drought, Sandcastlese All Night, si perdono in mezzo a un mare di brani scarni, composti da beat ripetitivi, dissonanze prive di un filo logico e linee vocali fra il blaterato nasale, il sussurrato roco e il rant sguaiato.
Certo, anche fra questi brani, non tutti sono uscite malissimo – 6 Inches e Freedom, ad esempio, sono ben strutturati e abbastanza piacevoli –, ma più di metà album si merita un posto fra le peggiori canzoni della discografia di Beyoncé. Hold Up, ad esempio, sembra uno scarto della peggiore Rihanna, mentre il caos informe che sono Don’t Hurt Yourself e Sorry è incommentabile, come l’inutilità di Forward o la terribile cacofonia di Formation.

Ma anche tralasciando il comparto melodico, il vero problema è che queste canzoni sono flussi di coscienza che non vanno da nessuna parte. Sia chiaro, non si vuole costringere nessuno ad aderire per forza allo schema strofa-ritornello-bridge: un brano può benissimo farne a meno! Solo che, per come è concepita la musica in Occidente, per funzionare un brano deve avere un inizio, un picco emotivo e una conclusione, a prescindere da quale struttura si usi per trasmetterli. Alle canzoni di Lemonade manca questo elemento fondamentale. Il tentativo di sovvertire i classici schemi pop si traduce in canzoni che si trascinano monotone fino a spegnersi e sfumare nell'informità della traccia successiva senza dire nulla di concreto né a livello tecnico né a livello emotivo.

Per quanto riguarda i testi, in teoria l’album dovrebbe toccare temi di empowerment per le donne e la minoranza nera. Nulla da dire sulla seconda (“Freedom” ha un testo ben scritto), ma la prima si riduce a una storia di infedeltà coniugale a cui Beyoncé risponde con una parata di diti medi, insulti, minacce, ricatti emotivi, qualche piagnisteo e uscite al bar con le amiche per farla annusare in giro per ripicca. Yay, empowerment… sarebbe questo? A dirla tutta, l’unica canzone che affronta seriamente il tema è “All Night”, che dichiara onestamente: “Mi hai tradita ma mi manchi; io decido di darti una seconda possibilità, ma alle mie condizioni”, molto più costruttiva della trasformazione in scaricatrice di porto del resto dell’album.

Tirando le somme, Lemonade non lo chiamerei nemmeno un disastro: non è che ha tentato e ha fallito. Cioè, ha fallito perché, nel voler snobbare la classica formula a cavallo fra pop e r'n'b, non ha saputo trovare nulla di concreto e sostanziale con cui sostituirla. Ma è riuscito (fin troppo bene) a piazzarsi in quel limbo post-moderno in cui l’opera d’arte vuole trascendere la forma artistica stessa per darsi una dignità, ovvero un’opera il cui valore non è intrinseco, ma dipende dal nome che l’ha prodotta.
La realtà, però, funziona diversamente: così come, nei testi, la mancanza di asservimento ai capricci dell’uomo non diventa automaticamente empowerment femminile, nella musica la mancanza di una struttura pop e melodie facilmente identificabili non è automaticamente dignità artistica; in entrambi i casi manca il passo successivo. Per Beyoncé meme, l’imperatrice del mondo che mette chiunque a posto con un’occhiataccia, tutto ciò può funzionare; per Beyoncé cantante, invece, indica che la maturità artistica è ancora da conquistare.