Eurovision 2017: classifiche e riflessioni


Michele Greco


Innanzitutto devo constatare che nessun brano è al livello di "1944", Capolavoro con cui Jamala ha meritatamente vinto l'anno scorso. Poi, lo ammetto: sono parecchio dispiaciuto per la sconfitta dell'Italia, specialmente in un anno in cui la vittoria sembrava a portata di mano. Ebbene sì, un minimo di patriottismo ce l'ho anche io. Daje, Gabba', forza e coraggio!
Detto ciò, sotto trovate la mia personale classifica di gradimento, con in rosso i partecipanti che hanno avuto accesso alla finale attraverso le eliminatorie, in blu coloro che hanno avuto accesso di diritto alla finale (big 5+1) e in nero coloro che sono stati eliminati durante le semi-finali. Tra parentesi ho messo il risultato nelle votazioni reali. 
  1. Finlandia"Blackbird" dei Norma John
    Raffinata, delicata, d'atmosfera e con linee vocali emozionanti. Ciliegina sulla torta: l'assolo di pianoforte.
  2. Bulgaria"Beautiful Mess" di Kristian Kostov (2)
    Sentimentale senza risultare pacchiana, con una bella melodia e una funzionale spennellata di elettronica. E poi lui sembra tanto dolcino.
  3. Regno Unito"Never Give Up on You" di Lucie Jones (15)
    Emotiva, cantata benissimo e con una melodia che si stampa nel cervello e colpisce al cuore. 
  4. Belgio"City Lights" di Blanche (4)
    Electro-ballad ben prodotta e con una melodia ispirata. Peccato solo che la cantante, evidentemente fin troppo emozionata, live sia stata poco convincente. Comunque, dopo Loïc Nottet due anni fa, il Belgio ha fatto di nuovo centro.
  5. Ucraina: "Time" degli O.Torvald (24)
    Finalmente un po' di rock, qui in stile Muse con un tocco di Linkin Park.
  6. Azerbaijan"Skeletons" di Dihaj (14)
    Arrangiamenti molto interessanti, melodia non scontata e testo sincero, ma lei vocalmente non c'è proprio.
  7. Armenia"Fly with Me" di Artsvik (18)
    Synthpop dal gusto etnico: approvo.
  8. Albania"World" di Lindita
    Arrangiamento curato, bella melodia e voce accessoriata con dei polmoni da cavallo. Forse c'è giusto qualche passaggio un po' troppo caricato, ma va bene comunque. 
  9. Italia"Occidentali's Karma" di Francesco Gabbani (6)
    Il testo è più ragionato di quanto molti credano, la melodia entra in testa e la base è di gusto internazionale.
  10. Polonia"Flashlight" di Kasia Moś (22)
    Electro-ballad con l'aggiunta di archi: approvo, soprattutto nelle parti un minimo più ritmate.
  11. Portogallo"Amar Pelos Dois" di Salvador Sobral (1)
    Brano elegante e raffinato, sì, ma che non aggiunge assolutamente nulla al suo genere e che anzi lo appiattisce.
    Altro problema: l'espressività facciale e fisica dovrebbe essere funzionale a quella vocale e musicale, quindi fare espressioni e movimenti a caso non solo non è utile, ma addirittura è dannoso nella misura in cui distrae. Posto che il cantante portoghese non pare avere problemi neurologici, stando alle informazioni che si trovano su internet, qual è il senso della sua gestualità? Distrarre da una performance vocale mediocre e da una sezione strumentale vuota e convenzionale?
    Nondimeno, il brano portoghese è piacevole.
  12. Lettonia"Line" dei Triana Park
    Electropop curatissimo e catchy che non stonerebbe in Artpop di Lady Gaga, e questo è insieme un pregio e un difetto. Aminata è un'altra cosa.
  13. Francia"Requiem" di Alma (12)
    Pop per niente pacchiano; non male. 
  14. Svizzera"Apollo" dei Timebelle
    Pop dai tocchi elettronici con melodie catchy ma sincere.
  15. Ungheria"Origo" di Joci Pápai (8)
    Approvo molto l'ispirazione etnica, disapprovo la parte rap messa a caso.
  16. Georgia"Keep the Faith" di Tako Gachechiladze
    Un classicone soul già sentito mille volte, ma che continua a funzionare. Inoltre lei canta bene.
  17. Islanda"Paper" di Svala
    Pop elettronico mainstream di buon livello.
  18. Norvegia"Grab the Moment" di JOWST feat. Aleksander Walmann (10)
    La Norvegia ha molto di meglio da offrire, soprattutto nel settore elettronico, ma tutto sommato questo mix di Röyksopp, Daft Punk e un pizzico di hip hop non è male e ha una melodia efficace.
  19. Bielorussia"Story of My Life" dei NAVI (17)
    Pezzo folk non certo originale, ma che mette allegria e gioia di vivere.
  20. Macedonia"Dance Alone" di  Jana Burčeska
    Dance pop frivolo e banale, ma anche ben fatto e coinvolgente. Disapprovo totalmente l'abuso di autotune, però.
  21. Danimarca"Where I Am" di Anja Nissen (20)
    Pezzo dal sapore già sentito, ma si lascia ascoltare con piacere.
  22. Cipro"Gravity" di Hovig (21)
    La melodia mi è entrata in testa, ma in generale il brano sembra un'accozzaglia di scopiazzature.
  23. Slovenia"On My Way" di Omar Naber
    Fa un po' musical vecchio stile, ma non c'è abbastanza pathos per reggere.
  24. Austria"Running On Air" di Nathan Trent (16)
    Lui è dolce e il brano tutto sommato orecchiabile, ma di Ed Sheeran uno basta e avanza.
  25. Estonia"Verona" di Koit Toome & Laura
    Lo ammetto: il duo estone mi sta antipatico perché ha scalzato Kerli, anche se aveva proposto un brano orrido ("Spirit Animal"). Ma al di là di ciò, "Verona" non mi ha colpito: testo cliché, interpretazione vocale assente, melodia poco d'effetto. Per lo meno, se non è elegante, di certo non è neppure trash. 
  26. Serbia"In Too Deep" di Tijana Bogićević
    Dance pop leggero, ma fatto bene: lo avrei messo più in alto, se non ci sentissi un attacco identico a uno di "Firework" di Katy Perry.
  27. Paesi Bassi: "Lights and Shadows" delle O'G3NE (11)
    Ho dimenticato il brano subito dopo averlo ascoltato. Le Cheetah Girls lasciamole alla Disney, ché è meglio.
  28. Svezia"I Can't Go On" di Robin Bengtsson (5) 
    Canzone cliché e plasticosa, struttura ripetitiva, voce nasalissima, testo stupido. Ok, la melodia è catchy, ma nel suo genere c'è decisamente di meglio.
  29. Croazia"My Friend" di Jacques Houdek (13)
    Apprezzo il suo cambiare drasticamente impostazione, anche se il moderno gli risulta decisamente meglio del lirico. Il problema è che sembra una soluzione slegata dalla canzone, risultando quindi una "masturbazione vocale" anziché una modalità comunicativa efficace. Forse sarebbe stato meglio trovare un brano più adatto a un giochetto simile, magari con un testo più "dialogato" e profondo e una musica più importante e meno melensa.
  30. Romania"Yodel It" di  Ilinca feat. Alex Florea (7)
    La musica è una forma di comunicazione, quindi mi chiedo: cosa volevano comunicarci i due romeni? L'esperimento poteva essere interessante, ma il brano è stato palesemente creato solo per metterlo in mostra e quindi risulta troppo fine a se stesso. Il risultato finale oscilla tra il ridicolo e il trash.
  31. Irlanda"Dying to Try" di Brendan Murray
    Canzone anonima e che non mi ha emozionato. Inoltre, per mio gusto personale, nel canto moderno/pop non apprezzo le voci da tenorino leggerissimo simil-castrato, soprattutto se non sfiorano minimamente il livello tecnico di un Michele Luppi.
  32. Grecia"This Is Love" di Demy (19)
    Testo scritto in due minuti, musica banale, collezione di stonature nel live.
  33. Israele"I Feel Alive" di Imri Ziv (23)
    Sostenerlo non sarebbe intelligente perché, se avrà successo come cantante, probabilmente non si darà al porno. Scherzi a parte, Imri è vocalmente scadente e il brano che ha proposto è trash in modo scontato.
  34. Australia: "Don't Come Easy" di Isaiah Firebrace (9)
    Brano noioso e cantante che fa il passo più lungo della gamba con dei ridicoli acuti singhiozzati.
  35. Lituania"Rain of Revolution" dei Fusedmarc
    Non funziona, proprio no.
  36. Malta"Breathlessly" di Claudia Faniello
    Ballad anonima e cantata con una pronuncia improbabile. 
  37. Repubblica Ceca"My Turn" di Martina Bárta
    Ballad anonima, incapace di emozionare e con un attacco davvero troppo simile a uno di "Love On Top" di Beyoncé. Insomma, nulla a che vedere con la bella "I Stand" presentata l'anno scorso da Gabriela Gunčíková. Come se non bastasse, Martina Bárta ha una brutta voce.
  38. Germania"Perfect Life" di  Levina (25)
    "Titanium" cantata da una tizia più afona di Emma Marrone: anche no. Preferisco nettamente il brano portato l'anno scorso.
  39. Spagna"Do It for Your Lover" di Manel Navarr (26)
    Il cliché delle hit estive di quindici anni fa, ma O.C. è finito da un pezzo e forse è meglio così. Mi sarei addormentato, se non fossi stato schiaffeggiato dalla terrificante stecca del cantante.
  40. Moldavia"Hey, Mamma!" dei SunStroke Project (3)
    Volgare, stupida e nemmeno così orecchiabile. In una parola: schifo.
  41. San Marino"Spirit of the Night" di Valentina Monetta & Jimmie Wilson
    Il cliché dei più orridi pezzi dance anni '80/'90, per giunta cantato male.
  42. Montenegro"Space" di Slavko Kalezić
    Oltre ad essere trash come poche cose al mondo, sembra sia stata cantata dopo un'asportazione del diaframma. Grazie, ma non sentivo il bisogno di questo patetico tentativo di sigla del Muccassassina.
Alessandro Narciso


Prima di tutto, all’Eurovision c’è sempre un misto di cose inascoltabili, mediocri e molto interessanti, ma quest’anno ci sono state poche canzoni che mi hanno davvero incuriosito. Fra le osservazioni da fare, la Scandinavia è stata straordinariamente sottotono per gli standard della sua scena musicale; l’Italia ha mandato la sua miglior canzone da anni (se non decenni), mi dispiace che sia finita dopo certe oscenità; molto bene quasi tutto l’Est Europa, ma non capisco proprio cosa ci facesse la Moldavia in finale con quella… cosa, vista la quantità di concorrenti eliminati con canzoni molto migliori.
Prima di fare la mia classifica (limitata ai finalisti), metto un disclaimer: è delle canzoni in sé, non delle performance. Le due canzoni che mi piacciono di più sono state cantate in maniera atroce, se dovessi valutare anche quello non saprei cosa fare. Per artisti e titoli rimando alla classifica di Michele, mi limito a mettere il Paese, la posizione effettiva come paragone e qualche commento, perché un po’ di snark non guasta.
  1. Belgio (4): orecchiabile, ben arrangiata, testo interessante. È finita in alto e se l’è meritato (performance agghiacciante a parte).
  2. Azerbaijan (14): musicalmente forse la più interessante assieme al Belgio, soprattutto per gli ottimi arrangiamenti e la melodia stellare.
  3. Bulgaria (2): ho davvero fatto il tifo per lui, perché è un patato e la canzone merita. Fra tutte le ballate, il tocco elettronico le dà mordente e stempera l’effetto emozionante-a-tutti-i-costi.
  4. Armenia (18): bella la fusione di motivi etnici e pop con qualche spruzzata elettronica.
  5. Italia (6): ok, il fatto che l’Italia sia finalmente riuscita a mandare una canzone competitiva a livello europeo è già un enorme risultato di per sé.
  6. Bielorussia (17): probabilmente sono un filino di parte, ma è una canzone simpatica e il tocco folk le dà personalità. Si sente che è una canzone bielorussa. Давай, Беларусь!
  7. Ucraina (24): la posizione più vergognosa: un po’ di rock in mezzo a tutto il pop, e ha una melodia fantastica.
  8. Polonia (22): una ballata synthpop molto carina.
  9. Francia (12): il tocco etnico la rende un po’ più memorabile di altre canzoni in concorso.
  10. Regno Unito (15): è una bella ballata, per carità, ma è looooooffia. Vocalmente però è stata una gran bella performance.
  11. Danimarca (20): una canzone pop piuttosto basic, ma almeno è orecchiabile.
  12. Norvegia (10): per gli standard della scena elettronica norvegese è molto anonima.
  13. Israele (23): eurodance standard fuori tempo massimo, ma almeno è orecchiabile.
  14. Ungheria (8): ha un sacco di momenti interessanti, ma la parte rap proprio no.
  15. Australia (9): ha qualche arrangiamento interessante nella seconda strofa, ma non dice molto altro.
  16. Cipro (21): canzone anonima senza lode né infamia.
  17. Paesi Bassi (11): le Sugababes tarocche e con armonie vocali meno interessanti.
  18. Grecia (19): eurodance standard fuori tempo massimo.
  19. Svezia (5): arrangiamenti come mille altri, melodia insipida. Skip.
  20. Romania (7): normalmente gli esperimenti che mischiano più generi mi piacciono molto; questo non è proprio riuscito.
  21. Austria (16): è semplicemente generica.
  22. Portogallo (1): noiosa, melensa, cliché, per niente coraggiosa. Se si punta al retrò, bisogna condirlo con qualcosa di nuovo, altrimenti non ha molto senso. Ah, ho già detto “noiosa”?
  23. Croazia (13): un po’ presto per Natale, no? E detesto i tecnicismi fine a se stessi: i cambi di registro qui servono solo ad autocelebrarsi. Disturbano il flusso della canzone, ma hey, sentite che estensione, il ragazzo!
  24. Germania (25): probabilmente c’è di peggio, ma perde punti perché ha ucciso Titanium scopiazzandola con un ritornello loffio.
  25. Spagna (26): è una delle wannabe hit estive più insipide e generiche che abbia mai sentito.
  26. Moldavia (3): just NOPE.

Musica, onestà e fuochi d'artificio:
Sulle dichiarazioni di Salvador Sobral
riflessione di Alessandro Narciso

Come ho già spiegato, la canzone con cui il Portogallo ha vinto l’Eurovision 2017 non mi piace. Ancor meno, però, mi è piaciuto il discorso con cui Salvador Sobral ha accettato il premio, che potete trovare in questo tweet:
Vorrei dire che viviamo in un mondo di musica usa e getta, musica fast-food senza alcun contenuto, e penso che questa potrebbe essere una vittoria per la musica, per le persone che fanno musica che significa davvero qualcosa. La musica non è fuochi d’artificio, la musica è emozione, quindi cerchiamo di cambiare tutto ciò e riportare indietro la musica, che è davvero ciò che conta.
Ok, ragazzo. Anche meno.


Togliamoci subito le due considerazioni più ovvie, perché questo discorso si presta a molte riflessioni che vanno al di là dell’Eurovision o del personaggio (perché di personaggio si tratta) di Salvador Sobral.
Punto primo: Sobral proviene da Ídolos – la versione portoghese di Pop Idol, roba à la X Factor – e si è fatto un nome internazionale all’Eurovision. Fermo restando che la musica spazzatura e quella di qualità si possono trovare ovunque, questa posa da “fuori dal sistema” e “torniamo alla genuinità” puzza tantissimo di ipocrisia venendo da un avanzo di talent show approdato all’Eurovision, qualcuno che finora ha usato il sistema stesso nel suo lato più “showbusiness” per farsi notare.
Punto secondo: già è arrogante sentirsi in diritto di stabilire cosa sia “musica genuina” e cosa “musica usa e getta”, ovvero sparare dal nulla un giudizio qualitativo generalizzato sui propri colleghi; dire in termini nemmeno troppo impliciti di far parte della “musica di qualità” ed esserne il portabandiera è… beh, forse un filino esagerato? Bisogna saper perdere, ma anche e soprattutto saper vincere.
(Eh, eh, eh, no: lasciate in pace lo spazio commenti. Non m’interessa se si è espresso male perché era emozionato e in realtà la intendeva meno spocchiosa: quello ha detto, su quello commento.)

In realtà, tolta la sparata da Giovanna d’Arco della Vera Musica, il discorso di Sobral non è nemmeno scorretto: il pubblico è largamente ineducato e per vendere si punta spesso al minimo comune denominatore. Però è una generalizzazione grossolana e superflua. La musica commerciale a volte fa il minimo sindacale; altre volte è straordinariamente capace di reinventarsi e portare qualcosa di nuovo. La musica “d’autore” a volte ha davvero dei picchi compositivi impressionanti; altre volte, non è coraggiosa, non rischia, non aggiunge nulla d’interessante e si chiude in un mondo di (auto)referenzialità.
C’è poi il contesto in cui questa sparata è stata fatta, quello dell’Eurovision stesso. È difficile non leggerci una frecciata ai colleghi e al genere che hanno proposto con più frequenza – pop con influenze elettroniche. Ed è qui che il discorso diventa più spinoso.
È chiaro che il buon Sobral, che fra l’altro ha studiato psicologia accanto alla carriera di musicista, ha puntato all’altra faccia della medaglia che è l’ignoranza del pubblico comune: il preconcetto che la musica vera sia quella acustica, non adulterata dalla tecnologia moderna, con persone in carne e ossa che si sforzano a suonare la chitarra e i violini e il pianoforte, che trae le sue idee dalla tradizione; e che tutto il resto sia qualitativamente inferiore perché basta premere un pulsante e il computer fa tutto da sé e poi ci si butta sopra scenografia e costumi per fare il resto.

Chiaramente, ciò non è vero. Prendete una Emilie Simon: per fare musica elettronica ha alle spalle conservatorio, laurea in musicologia, master in musica contemporanea e studi aggiuntivi in nuove tecnologie musicali. Saper usare bene un sintetizzatore, un beat, un computer per gli effetti richiede una preparazione né inferiore, né più facile da ottenere di quella che serve per saper suonare bene qualsiasi strumento acustico. O prendiamo Jonna Lee, che con iamamiwhoami integra la musica proprio con i costumi, le visuali, i “fuochi d’artificio” per creare un linguaggio che trascenda i limiti del sonoro. E ok, con Emilie Simon e Jonna Lee parliamo comunque di musica di nicchia e di un certo livello; allora diciamo che spesso serve un gran lavoro anche dietro la preparazione di una hit radiofonica: c’è uno studio ben preciso che va nel calibrare bene la familiarità per non spiazzare l’ascoltatore distratto al volante, e una qualche forma di personalità per staccarsi dalla competizione. C’è di mezzo ricerca musicale, sociale, di marketing, ed è un lavoro che è ingiusto non riconoscere. Poi, per carità, non sempre questo lavoro viene fatto, tant’è che di musica pessima ne esiste a bizzeffe. Ma non si può nemmeno dare per scontato che uno che si siede con la chitarra in mano questo lavoro ce lo metta solo perché muove le dita per pizzicare le corde.

Spostandoci dall’Eurovision a un contesto più serio, questo è un discorso che torna ciclicamente nel fandom di Eivør. Come esempio è piuttosto calzante perché va a toccare un po’ tutti i generi in causa: Eivør nasce infatti come musicista di scuola jazz che, ben presto, incorpora elementi folk nel suo sound (specie ispirati alle tradizioni delle natie Fær Øer) e, in un secondo momento, vira nettamente verso l’elettronica sperimentale.
Ebbene, qual è la “vera” Eivør, quella più “genuina”? L’Eivør dei due album eponimi e di Krákan, tutta chitarra acustica e suggestioni jazz? Quella di Mannabarn / Human Child e, in seguito, Bridges, la cantautrice con forti influenze folk? O quella di LarvaRoom e Slør, che sperimenta con sintetizzatori, beat e rumori elettronici?
Fortunatamente, a porsi il problema è una ristretta minoranza di fan, ma l’implicazione più ricorrente fra loro è che, dopo che il successo di Mannabarn e della controparte inglese Human Child (2007) le ha aperto le porte per il successo internazionale, Eivør si sia “venduta” all’elettronica per avere più riscontro di pubblico a discapito della qualità e della tanto osannata “genuinità”.
Come discorso è piuttosto sciocco per vari motivi, primo fra tutti che prende come termine di paragone per la “vera Eivør” Mannabarn nonostante arrivi dopo tre album (Eivør Pálsdóttir del 2000, Krákan del 2003 e Eivør del 2004) che percorrevano strade un po’ diverse. Krákan, soprattutto, ha già una certa vena sperimentale e, più che al cantautorato vero e proprio, punta a fondere influenze jazz con un rock minimale, sebbene sia a tratti un po’ acerbo. E la stessa vena cantautorale e folk pop che in Mannabarn è scevra di contaminazioni viene ripresa da Bridges (2015), che invece la mischia con qualche beat e suggestione elettronica. Entrambi sono ottimi album, ma la differenza di arrangiamenti è ben calibrata a seconda delle esigenze del songwriting: le canzoni di Mannabarn funzionano perfettamente con arrangiamenti del tutto acustiche, quelle di Bridges beneficiano delle influenze elettroniche.
D’altra parte, gli album più interessanti di Eivør dal punto di vista della complessità, della ricerca sonora, del songwriting vero e proprio sono Larva (2010), Room (2012) e Slør (2015, con la versione inglese appena pubblicata), i tre album principalmente elettronici. Larva, in particolare, è l’album meno commerciale e più sperimentale di Eivør, con un uso magistrale della vena jazz di Eivør nella composizione delle melodie e arrangiamenti variegati che arrivano perfino a flirtare perfino col gothic metal per creare momenti inaspettati e mozzafiato. E da lì, Room porta questa sperimentazione in territori più pop, mentre Slør la allontana sia dal pop sia dal jazz per evolversi in qualcosa di ancora diverso.
Tolto quindi Eivør Pálsdóttir del 2000, che è vistosamente acerbo un po’ sotto tutti gli aspetti, ci resta Eivør del 2004, che già dalla copertina mette in chiaro di essere tutto chitarra acustica e voce. Dovrebbe essere l’epitome della genuinità musicale, secondo il ragionamento che acustico = puro e cantautorato über alles, ma è un album con ottime canzoni, altre che si possono semplicemente definire “inoffensive” perché sono carine ma con poco da dire… e altre fra le più brutte della discografia di Eivør. E la cosa interessante è che queste ultime sono co-scritte o scritte interamente da altre persone (tra cui Bill Bourne, che “gentilmente” presta anche il suo belato al disco) e, nonostante siano 100% biologiche senza conservanti, coloranti o glutine, sono quanto di più lontano ci sia dal modo di scrivere di Eivør, molto più ruffiane e banali di qualsiasi cosa abbia arrangiato con un sintetizzatore negli album più recenti.
La discografia di Eivør è, in breve, l’esempio perfetto di come i risultati migliori si raggiungano quando si fa ciò che si vuole davvero fare, che la genuinità può passare per qualsiasi genere e con qualsiasi strumento. La “vera Eivør” è quella che scrive la musica da sé e la arrangia come le pare, sperimentando e allontanandosi da un qualche genere specifico, mentre i momenti meno genuini si nascondono proprio in mezzo al pop più acustico e, fra l’altro, funzionano male non per come sono arrangiati, ma perché terze persone ci hanno messo mano.

Tutto questo discorso si riduce a una semplice considerazione: la genuinità di un artista e della sua musica sta nel fare qualcosa che sente proprio in un dato momento, a prescindere da quale sia il genere. Un artista può essere genuino anche producendo la hit più commerciale di questo mondo, se è quello che sente davvero di fare. Un artista può essere genuino sperimentando, così come camminando sul sentiero più battuto e sicuro di questo mondo. E può essere genuino anche affidandosi a collaboratori esterni, purché non si allarghino troppo. Ciò che conta è che il risultato finale sia interessante e abbia qualcosa da dire.
Nel caso specifico di Sobral, la cosa è un po’ dubbia: la canzone che ha proposto all’Eurovision qualcosa da dire non ce l’ha, e per questo capitalizza su un preconcetto. Far finta di essere al di sopra delle strategie di marketing è la cosa più ipocrita che un musicista possa fare, perché anche spacciarsi per un prodotto 100% bio senza glutine né conservanti è proprio una strategia di marketing – una che punta a una percezione superficiale per validare un prodotto che, senza, non avrebbe sostanza. Lana Del Rey ne è l’esempio più lampante. Se dietro non ci sono le capacità per farlo, qualcosa di interessante da dire, e l’onestà di ammettere che la propria strada preferita non è l’unica dignitosa, ridurre una canzone a voce, chitarra e sviolinate non significa nulla.