Freddie Dickson – Panic Town

Freddie Dickson – Panic Town
- Voto: 64 su 100
- Anno: 2017
- Genere: Indie rock, Indie pop
- Influenze principali: Cantautorato




A cura di Alessandro Narciso

Il londinese Freddie Dickson ha iniziato a farsi un nome nella scena indie quattro anni fa, pubblicando due EP (Shut Us Down, 2013, e News, 2014) e un paio di singoli estemporanei (Minimal Love, 2013, e Speculate, 2015) tutti molto ben riusciti. Il poco lusinghiero paragone con cui è stato spesso descritto, “Lana Del Rey al maschile”, non è del tutto infondato (probabilmente, chi l’ha coniato non gli dà la connotazione negativa che ha in realtà): la sua musica, di taglio cantautoriale, tende al downtempo, ha un che di retrò, è venata di malinconia e si accompagna a testi introspettivi e a tratti parecchio pessimisti. Il tutto, però, fatto con genuinità e cognizione di causa.
Nel 2017 arriva Panic Town, il primo full length, il cui compito è dare una prova più completa e strutturata delle capacità di Freddie. Il risultato? Eh. Diciamo bene, ma non benissimo.

Il fatto è che Panic Town non è un brutto album di per sé: il songwriting è buono, anche se a tratti un po' ripetitivo, le melodie sono accattivanti sebbene alcuni fraseggi siano troppo lunghi, le canzoni sono generalmente strutturate abbastanza bene da avere un inizio, un climax e una risoluzione. Il problema sono gli arrangiamenti, scarni e un po' troppo uniformi, che tolgono incisività ai brani e rendono l’album, nel complesso, troppo omogeneo, senza momenti che spiccano particolarmente.
Ciò è evidente sin dalla traccia di apertura, All Means Something, già pubblicata sull’EP News e rivisitata per l’album: nel 2015 era una canzone malinconica ma potente, con un arrangiamento stratificato che, alle chitarre, affiancava una batteria vivace, qualche sprazzo di sintetizzatore e pianoforte, tracce vocali di sottofondo e un cantato più incisivo. Nel 2017, invece, il tempo è stato rallentato, la sessione ritmica notevolmente ridotta, sintetizzatori e stratificazioni vocali completamente eliminati per lasciare tutto lo spazio alla chitarra e alla voce, la quale è diventata molto più lamentosa.

Questa direzione musicale si mantiene più o meno costante per tutto l’album: da una parte, azzoppa la varietà sonora che gli EP erano riusciti a mostrare con solo quattro canzoni a testa; dall'altra, toglie il contrasto che gli arrangiamenti incisivi davano alla malinconia delle melodie e finisce spesso per esasperare sia il mood sia la prolissità di alcuni fraseggi. Il problema è particolarmente evidente in quattro delle ballate – Martim Moriz, Drag Down, Manic In You e, soprattutto, She Wants You: sono ancora più lente, diluite e minimali del resto dell’album – le ultime due addirittura non hanno altro se non chitarra e voce –, col risultato che le melodie si perdono in un lamento generale, e le canzoni stesse risultano facilmente intercambiabili fra loro e difficoltose da ascoltarle per intero. “She Wants You” è particolarmente frustrante, perché il testo è molto intelligente, ma la canzone risulta così noiosa che è quasi uno spreco.
E poi c’è Outcry: risalta rispetto alle altre ballate grazie alla prominenza del piano, con solo qualche tocco di chitarra qua e là. Verso metà, si attesta su un midtempo molto piacevole, ma presto sfuma in una melodia poco concentrata, fin troppo simile al soft rock che l’ha preceduta per tutto l’album e quindi non lo chiude propriamente in bellezza.

Per fortuna, non mancano brani che spiccano e aggiungono varietà. Da una parte, Hideout e Fuel usano la nuova formula al meglio – il ritmo della prima è abbastanza sostenuto da stemperare la verbosità del fraseggio musicale delle strofe e sostenere il ritornello, mentre la seconda ha fraseggi più digeribili, è ben ritmata e Freddie canta nel suo registro più basso, evitando l’effetto lamento di altre canzoni. Dall'altra, Panic Town e Feel Like You Should attingono alla maggior complessità degli EP, soprattutto la seconda, che accompagna una melodia superba inserendo, finalmente, un po’ di pianoforte e tracce vocali stratificate accanto alla chitarra.

Un grande punto di forza dell’album sono i testi: il pessimismo e la malinconia sono presenti, ma stemperati dall'esposizione. Le canzoni sulla fine di una relazione non sono lamenti, ma espongono con maturità e distacco cosa non va e perché non c’è modo di recuperare il rapporto. Gli altri non cadono nella romanticizzazione del "mai ‘na gioia", ma sono inviti forti, a tratti taglienti, a reagire, prendere in mano le situazioni e cambiare ciò che non va, piuttosto che fare le vittime. In parte, però, sottolineano il problema degli arrangiamenti: ciò che rendeva tematicamente interessante il vecchio materiale era proprio la superficialità della malinconia, sotto la quale si nascondeva una notevole forza di volontà, e questo aspetto era reso musicalmente dal contrasto fra la tristezza delle melodie e l’energia di arrangiamenti e voce. Anche su Panic Town, le parole avrebbero beneficiato di una maggiore vivacità degli strumenti e, soprattutto, un cantato con più mordente, mentre la mancanza di energia della musica tende a far afflosciare anche i testi.

Si diceva, quindi: bene, ma non benissimo. Ci sono delle buone canzoni e il disco si lascia ascoltare volentieri, ma la formula non molto varia e l’eccessivo uso del downtempo forse si adattano meglio al formato dell’EP, con cui Freddie Dickson è più familiare, che a un full length.
Freddie Dickson resta comunque un artista da tenere d’occhio perché, sebbene su Panic Town si sia un po’ afflosciato, il talento ha dimostrato di averlo già da prima. E un album di debutto è, bene o male, sempre un esperimento: il fatto che sia riuscito a metà non esclude che Freddie faccia tesoro di questa esperienza e, al prossimo giro, sfrutti tutto il suo potenziale riportando la varietà e l’energia che sa mettere nella sua musica.