Kamelot – Haven

- Voto: 77 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Symphonic power metal, Progressive power metal
- Influenze principali: Musica elettronicaExtreme metal





A cura di Michele Greco

Nel 2012 abbiamo lasciato i Kamelot alle prese con una forte mancanza di coraggio, di originalità, di personalità e di grinta tanto nelle parti strumentali (noiose) quanto in quelle vocali (troppo ancorate all'eredità di Roy Khan). Dopo la delusione di Silverthorn, ben distante dagli album precedenti, era quindi necessaria una svolta.
A maggio 2015 è uscito l'undicesimo album della band nonché secondo con Tommy Karevik al microfono.
La band è riuscita a tornare ai fasti di un tempo? E la voce del nuovo cantante è stata sfruttata in tutte le sue sfumature? Per scoprirlo, dobbiamo analizzare il post-apocalittico Haven.

Una dolce introduzione pianoforte-e voce-seguita da degli archi da colonna sonora: così inizia "Fallen Star", prima traccia dell'album, dotata di linee vocali molto eleganti. Lo stile è quello di Silverthorn, ma migliorato. Proseguiamo con "Insomnia", che ci accoglie con delle tastiere dal sapore industrial chiamate a sostenere le chitarre. "If Tomorrow Came" 2.0? Decisamente no, perché l'elettronica non è usata in modo altrettanto intelligente. Come se non bastasse, le linee vocali richiamano troppo Roy Khan e il ritornello è scialbo come pochi. Se non fosse per il duello di assoli tra chitarra e tastiera, cortesia rispettivamente di Thomas Youngblood e Oliver Palotai, questo brano non avrebbe motivo di esistere.
Alzino la mano quelli che sentono la mancanza di brani come "March of Mephisto"! Ad accontentarvi ci pensa "Citizen Zero", una marcia oscura dal ritornello irresistibile e dal bridge corale in stile Therion. L'assolo di tastiera e quello di chitarra impreziosiscono ulteriormente un brano ispirato pur senza innovazione. La successiva "Veil of Elysium" ci riporta sui binari di una classica cavalcata power dal ritmo trascinante e dalla melodia spacca-cervello. È molto catchy e accontenta l'ascoltatore medio del genere, sì, ma è anche un miscuglio di cliché già sentiti decine di volte.
La quinta traccia dell'album è "Under Grey Skies", una dolce ballad impreziosita dal tin whistle di Troy Donockley (Nightwish) Il brano vede anche la partecipazione di Charlotte Wessels (Delain), la cui voce si intreccia con quella di un Tommy in stato di grazia. Tra piccoli virtuosismi e il ritornello migliore dell'album, viene ricreata un'atmosfera capace di sciogliere anche i cuori più freddi. Peccato, però, che di ballad simili ce ne siano molte in giro, anche all'interno della discografia dei Kamelot ("Don't You Cry""House on A Hill"...). Concludiamo la prima parte dell'album con "My Therapy", che ricorda i migliori episodi di Silverthorn e vanta soluzioni ispiratissime nelle linee vocali. Verso la fine del brano, però, arriva la sorpresa: un tappeto elettronico, simile a campanelli distorti, strappato a Björk. Finalmente i Kamelot riescono a stupire.

Dopo l'inutile interludio "Ecclesia", l'album riparte con  "End of Innocence", dotata di linee vocali molto catchy e cucite addosso al vero timbro di Tommy, ma anche di una sezione strumentale banalotta. Di tutt'altra pasta è "Beautiful Apocalypse", che si apre con un'atmosfera arabeggiante per poi riportarci a Poetry for The Poisoned. Certo, non ha la viscida oscurità né la maniacale cura strumentale della gemma del 2010, ma i rintocchi di tastiera, i riff e le voci distorte rimandano a quell'epoca. Inoltre, le linee vocali sono cantate con personalità e riescono a mantenere in equilibrio melodia e ricercatezza.
Ma le sorprese non sono ancora finite: "Liar Liar (Wasteland Monarchy)", dopo qualche tocco di elettronica, ci catapulta ai tempi di Karma ed Epica. Come in "Veil of Elysium"? Non proprio, perché stavolta la cavalcata power è stata resa con freschezza e ispirazione. Le linee vocali sono raffinate ed espressive, oltre che meramente orecchiabili, mentre i riff cattivi del bridge sostengono bene il growl di Alissa White-Gluz (Arch Enemy, ex The Agonist) che subito dopo canta pure in pulito. Il brano si chiude in modo delicato, conducendoci per mano alla successiva "Here's to the Fall", una ballad tutta piano e archi che sembra presa da un musical. La teatralità è alle stelle, anche grazie alla magnifica interpretazione di Tommy, che nel bridge sceglie intelligentemente di usare il falsetto. Certo, il fantasma di Roy è più vivo che mai, ma c'è poco da lamentarsi di fronte alle note gravi terribilmente sexy che sfodera Tommy.
È chiaro che i brani migliori di Haven siano stati quasi tutti stipati nella seconda parte dell'album, ma non era immaginabile che sul finire potesse emergere una delle migliori canzoni mai scritte dai Kamelot: "Revolution". Le melodie vocali delle strofe, oltre a toccare note molto alte (un Do#4 a voce piena), hanno un'espressività tipicamente da musical, consentendo a Tommy di interpretare bene la parte del capo dei ribelli durante un comizio. Il brano prosegue con fascino fino a raggiungere il parossismo nel bridge, chiamato a rappresentare la rivolta. Considerando il significato, questo passaggio non può che essere violento e distruttivo, quindi scandito dal growl/scream di Alissa e da una sezione strumentale presa dal metal estremo. Ma dopo il caos, giunge il momento di onorare i caduti e costruire una nuova società per i sopravvissuti; il ribelle Tommy intona quindi un ultimo canto, riportando in vita lo spirito di Freddie Mercury. Chapeau!
L'edizione standard si conclude con "Haven", un'outro orchestrale tanto bella quanto evitabile.


L'album è stato commercializzato in varie versioni, alcune delle quali comprendenti delle bonus track. "The Ties That Bind" è quella giapponese e ha una marcata impronta elettronica, un pre-ritornello dal sapore arabeggiante, un ritornello classicamente power e una bellissima chiusura sinfonica. Purtroppo le strofe non sono granché, ma non rovinano il quadro generale di altissimo livello. Per quale assurdo motivo è stata esclusa dalla tracklist standard? Domanda valida anche per la bonus track del vinile, "At First Light", che è un ibrido tra "Insomnia" e "My Therapy".

Prima di arrivare alla conclusioni, bisogna fare una riflessione sulla produzione e sul missaggio. In generale, il livello va da buono a molto buono, ma ci sono dei passaggi fin troppo confusi. È chiaro il tentativo di creare un muro di chitarre, ma era davvero necessario sommergere le voci e addirittura l'assolo di tastiera di "Revolution"? Una roba del genere sarebbe tollerabile solo in una demo autoprodotta e registrata nelle cantine dei peggiori bar di Caracas!

Ad ogni modo, Haven è un album molto buono, ma non un capolavoro: se in alcuni passaggi è tornato il coraggio che ha contraddistinto i Kamelot per anni, in altri c'è ancora troppa paura di osare. Inoltre, se è vero che Tommy usa spesso la sua vera voce, è altresì vero che ancora non è stata sfruttato a pieno. Non bisogna però scordarsi che Haven è un enorme passo avanti rispetto all'anonimato di Silverthorn e che quindi i Kamelot stanno gradualmente risalendo la china; diamo tempo a tempo.