Ne Obliviscaris – Citadel

- Voto: 87 su 100
- Anno: 2014
- Genere: Progressive death metal
- Influenze principali: Black metal, Flamenco, Gothic metal, Symphonic metal, Jazz




A cura di Michele Greco

Portal Of I, esordio dei Ne Obliviscaris, è stato una rivelazione: uno degli album metal migliori del nuovo millennio, con una personalità unica e guizzi di genialtà. L'unica minuscola pecca stava nell'atteggiamento selvaggio delle composizioni, che in alcuni punti tendevano a perdersi in virtuosismi fini a se stessi. Per risolvere questo problema, la band australiana ha cercato di semplificare un po' la proposta, rendendola più ragionata e meno anarchica. Un segno di ciò lo si trova già nella durata del nuovo album, Citadel, che si attesta intorno ai 48 minuti contro i 72 del precedente; inoltre su sei tracce ben tre sono brevi strumentali. Anzi, a dirla tutta i brani dell'album sono in realtà tre: la suite "Painters of The Tempest", divisa in tre parti per un totale di 23 minuti, il brano centrale "Pyrrhic" di quasi dieci minuti e infine "Devour Me, Colossus", suite divisa in due parti per un totale di 15 minuti. Rispetto all'album precedente, che aveva sette brani ben separati l'uno dall'altro, Citadel dà quindi una maggiore sensazione di compattezza.
Anche considerando il contenuto, si ha un'impressione di maggiore linearità e fruibilità rispetto all'esordio. Ad esempio, gli intrecci vocali tra la voce pulita di Tim Charles e il growl di Xenoyr sono divenuti più rari, preferendovi spesso una canonica divisione netta delle linee vocali. Considerando che quella caratteristica era tra le più interessanti di Portal Of I, qualcuno potrebbe storcere il naso, ma è altresì vero che mantenerla inalterata avrebbe dato un senso di déjà-vu. Inoltre, considerando la bellezza della voce di Tim, darle più spazio non può che essere una buona idea.
Infine un'altra differenza con Portal Of I la si nota nella gestione dei tempi: questi continuano ad alternare cambi improvvisi con evoluzioni costanti e graduali, ma in Citadel sembra prevalere la prima soluzione.

L'album prende il via con "Painters Of The Tempest (Part I): Wyrmholes", un'intro dissonante basata su una melodia di pianoforte ripetuta in modo ossessivo a cui si aggiungono degli archi (il violoncello di Timothy Hennessy e il violino di Emma Charles, entrambi ospiti) e il violino solista di Tim Charles che, sul finale, viene distorto fino a produrre dei suoni disturbanti e quasi industriali. Arriviamo così a "Painters of the Tempest (Part II): Triptych Lux", ossia il cuore pulsante della suite: sedici minuti e mezzo divisi in tre movimenti. Il primo è "Creator", che non ci pensa due volte a spararci in faccia un death metal violento e tecnico. Dopo un'accellellerazione, l'aggressività cede il passo a un duetto dal sapore flamenco tra violino e basso, strumento che in Citadel ha ricevuto più spazio rispetto a Portal Of I, facendo così risaltare le doti di Cygnus. A questo punto il brano si evolve gradualmente, fino a riesplodere nel metal e poi a donarci un bellissimo ritornello melodico affidato a Tim. Questa soluzione permette al brano di essere più diretto ed emozionante, ma senza diventare prevedibile; infatti, quando ci si aspetterebbe una ripetizione, si ha invece un ennessimo cambio di tempo che ci porta a un momento più rilassato ma comunque passionale, salvo poi deflagrare di nuovo e arrivare solo allora al ritornello e all'assolo di chitarra. Quando, intorno al settimo minuto, si passa al movimento "Cynosure", le acque si calmano, regalandoci un progressive rock più classico ma comunque di grandissimo impatto emotivo, anche grazie al delicato falsetto di Tim. Ma oltre che per il canto, un applauso gli va fatto anche fatto per l'eccezionale assolo di violino, a cui fa seguito un altro incredibile assolo di chitarra di Benjamin Baret. A questo punto, intorno all'undicesimo minuto, passiamo al terzo movimento: "Curator". Si inizia piano, con un maliconico botta-e-riposta tra le chitarre a cui, gradualmente, si aggiungono il violino pizzicato e parti molto tecniche di basso, per poi raggiunge l'apice del climax con la batteria tellurica e il growl. Il brano prosegue sulla via del metal estremo, fino a quando Tim Charles non torna a farsi sentire prima con l'ennesimo assolo di violino, che ricorda un po' lo stile dei King Crimson di Larks' Tongues in Aspic, e poi spiccando il volo con la sua espressivissima voce. Ma proprio quando il cuore dell'ascoltatore implode in un turbine di lacrime, la musica si calma bruscamente.
La suite si chiude con la strumentale "Painters of the Tempest (Part III): Reveries from the Stained Glass Womb", in cui a farla da padrone è ancora l'ispiratissimo violino, al quale si aggiunge la chitarra classica. Il risultato raggiunge vette incredibili di emotività e conclude una suite che, nel complesso, è un capolavoro assoluto del metal.

Il perno centrale dell'album è "Pyrrhic", che è tripartito. I primi cinque minuti sono composti da un violentissimo black metal spezzato solo dal ritornello in cui Tim ci mostra il lato più caldo della sua voce. Dopo un passaggio quasi shoegaze alla Alcest, però, la musica si dilata verso in un post-rock sognante tessuto dal violino, chitarre elettriche delicatissime e batteria. Nell'ultima parte del brano il metal ritorna e si fonde con l'energia onirica, strappando l'anima all'ascoltatore.

Eccoci quindi arrivati alla seconda suite, che inizia con "Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes". In bilico tra black, death e prog, il brano si evolve gradualmente, increspandosi in vortici di caos tale solo in apparenza. Tra vari cambi di tempo studiati al millimetro, si arriva in terra andalusa con il lungo intermezzo di violino e chitarre acustiche: soluzione che, sebbene ormai canonica, non smette di coinvolgere, soprattutto all'arrivo della delicatissima voce di Tim. A questo punto il brano ritorna su una ricetta metal composta da parti in growl, notevoli assoli di chitarra, riff in tremolo picking e un intelligente uso del basso. Sul finale ritorna la voce pulita, ancora una volta asso nella manica del sestetto di Melbourne.
L'album si chiude con la strumentale "Devour Me, Colossus (Part II): Contortions", in cui il violino solista dà vita a una danza straziante e macabra, complici anche i distanti e ovattati rintocchi di pianoforte. In generale, possiamo dire che la suite "Devour Me, Colossus" tocca vette qualitative altissime, ma ha una carica emotiva minore rispetto a "Painters of the Tempest".

Tirando le somme, Portal Of I e Citadel sono fratelli, ma non gemelli: simili per alcune cose e diversi per altre, sono complementari e per questo è difficile capire quale sia il migliore. Se il primo spicca per fantasia e imprevedibilità, il secondo risulta più compatto e ragionato. Insomma, i Ne Obliviscaris hanno evitato la trappola dell'album-fotocopia e per giunta hanno tirato fuori dal cilindro un'altra gemma di inestimabile valore, anche grazie ai testi poetici e profondi.
Rimane solo un piccolo appunto da fare. Nel 2015 i Ne Obliviscaris hanno pubblicato due EP, HiraethSarabande To Nihil, nell'ambito di una campagna di crowdfunding su Patreon. Considerando il tempismo e la presenza di sei inediti in totale, è verosimile che i due EP siano composti da scarti. Giacché il livello qualitativo dei brani è alto, viene naturale domandarsi se forse non sarebbe stato il caso di inserirne uno o due in Citadel, in modo da ripolparlo e farlo brillare ancora di più. In ogni caso, quest'album forma col precedente il paio di ali col quale i Ne Obliviscaris hanno spiccato il volo verso l'Olimpo del Metal.