Ne Obliviscaris – Portal of I

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- Voto: 88 su 100
- Anno: 2012
- Genere: Progressive death metal
- Influenze principali: Melodic black metalJazzFlamenco, Avantgarde metalSymphonic metal




A cura di Michele Greco

Era il 2003 quando a Melbourne vennero fondati i Ne Obliviscaris. Da allora, la band non è stata fortunata: ha subito vari cambi di line-up e pure inghippi burocratici per far ottenere il permesso di soggiorno al chitarrista francese Benjamin Baret. Si è arrivati persino a battaglie legali e raccolte firme, ma alla fine il sestetto australiano c'è riuscito: nel 2012 è stato pubblicato il loro vero esordio discografico, Portal Of I.
Musicalmente, il "Portale dell'Io" si apre su un coraggioso mix di progressive, death, black melodico, jazz, flamenco, passaggi acustici, atmosfere quasi gothic e un elegante uso del violino. Testualmente, invece, si esplorano mondi perduti nello spazio profondo, in cui a fare da architetture sono frasi poetiche e criptiche, ricche di riferimenti artistici, di palpitazioni esistenziali e di visioni surreali.

Il via alla danze è dato dai dodici minuti di "Tapestry of the Starless Abstract", che inizia con riff in stile Emperor e un violentissimo blast-beat  che, assieme ai continui e precisi cambi di tempo, dà lustro all'ex batterista Nelson Barnes. Inoltre fin da subito veniamo stupiti da quello che si rivelerà il trademark dell'album: il growl/scream di Marc "Xenoyr" Campbell e la bella voce pulita di Tim Charles non si limitano a duettare, ma si intersecano e si sovrappongono in un complesso arazzo armonico. L'equilibrio viene interrotto quando il violino di Tim si scrolla di dosso i filtri per liberare il suo suono naturale, duettando poi con la chitarra flamenco in un intenso passaggio acustico. Nonostante la buona chiusura prog, però, scopriremo che questo è il brano meno interessante del lotto.
Proseguiamo con la più compatta "Xenoflux", che ibrida death e black melodico. I riff mutevoli e colorati mettono in risalto la bravura dei chitarristi Baret e Matt Klavins, supportati ancora una volta dal fluire del violino, mentre a essere stato un po' sacrificato è il basso di Cygnus. Tra i continui cambi di tempo, si inseriscono anche stridii taglienti, denotando un certo gusto per il rumorismo. L'intermezzo acustico arriva brusco, senza preavviso, e si evolve a metà tra virtuosismo ed espressività, per poi tornare a un metal glorioso.
"Of the Leper Butterflies", brano più breve dell'album, è caratterizzato da una forte influenza jazz, da vaghi richiami ai Cynic e da un contrasto ancora più marcato tra le parti estreme e quelle acustiche, ma a spiccare è soprattutto l'ugola di Tim. Nonostante qualche tecnicismo fine a se stesso, nel suo ultimo minuto il brano dona uno dei momento più emotivi dell'album. A prolungarlo ci pensa "Forget Not", che inizia con degli arpeggi di chitarra flamenco ai quali sia aggiunge una struggente melodia di violino. Veniamo condotti gradualmente attraverso un lungo climax, che però si risolve con una ricaduta nell'acustico. Nonostante qualche momento ripetitivo, il brano scorre fluido, con naturalezza, districandosi tra le ritmiche jazz fino a quando Tim non tesse linee vocali degne dei TesseracT e supportate da un growl in secondo piano. Le parti metal e quelle delicate si fondono tra di loro, danzando tra pugni e carezze. In alcuni passaggi, il cuore dell'ascoltatore viene imprigionato in labirinti astrali e si perde nell'immensità del cosmo; questo è ciò gli Opeth sarebbero dovuti diventare!
La quinta traccia dell'album, "And Plague Flowers the Kaleidoscope", è stata inserita nel programma del corso di composizione del Conservatorio di Sidney. Il professor Matthew Hindson ha spiegato di averla scelta per «la sua struttura esemplare, i timbri, le misure di tempo, i modi, l'approccio al virtuosismo, al suono e al rumore». Ma cosa c'è oltre le parole? Il violino tzigano si fa strada tra le evoluzioni della chitarra acustica, fino ad esplodere nella violenza metal. Ancora una volta, a stupire è il ricamo vocale tessuto dai due cantanti, ma nella seconda parte a prendere le redini sono i riff in tremolo picking e gli assoli di chitarra e basso. Il testo, pregno di citazionismo, nasconde una decadenza difficile da interpretare. Non è comunque malinconico come quello di "As Icicles Fall", che tratta il tema dell'inquinamento con grande carica poetica, parlando della morte della Natura come di quella della propria madre. Il brano inizia in modo particolarmente melodico, dominato dalla voce di Tim. A poco a poco, i cambi di tempo dettati dalla batteria svelano la struttura irregolare del brano, in cui trovano spazio anche degli assoli di chitarra e violino. Il risultato finale è molto complesso, ma non per questo prolisso.
L'ultimo brano dell'album è "Of Petrichor Weaves Black Noise", che inizia come in uno stato di trance. Siamo sui bordi di uno specchio d'acqua e stiamo guardando l'immenso cielo grigio, in attesa della pioggia; quando questa arriva, però, si rivela essere un pianto di piombo. È il suono dell'apocalisse, della danza eterna di Shiva. Tra melodie vocali molto ragionate, spericolati virtuosismi prog, riff ispiratissimi e brutali tempeste metal, affoghiamo in un sogno lucido che ci porta infine a una ripresa della calma iniziale. La pioggia ha smesso di battere, il cielo notturno si è rischiarato, le acque del lago non sono più agitate: possiamo specchiarci e ammirare l'abisso nei nostri occhi. Questo è ciò che trasmette l'epilogo del brano, dove Tim quasi si avvicina alla lirica e dei cori eterei rimangono a fluttuare nell'aria, fino disperdersi in un tunnel di luce sonora che piacerebbe a Devin Townsend.

Costantemente in bilico tra incanto e incubo, Portal Of I è mitopoiesi per menti libere; il songwriting sfiora l'anarchia, e questo è insieme un punto di forza e di debolezza. L'album, infatti, mostra il fianco alle critiche laddove si perde in voli pindarici utili solo a rimarcare la tecnica e la conoscenza della teoria musicale. Si tratta però di una pecca poco evidente, perché l'attenzione è per lo più rivolta al lato emotivo ed espressivo delle composizioni.
Nel 2014 è uscito il secondo album dei Ne Obliviscaris, Citadel: quando lo andremo ad analizzare, scopriremo se il sestetto australiano ha capito come ordinare il songwriting senza per questo rinunciare alla propria fantasia. Nel frattempo, vale la pena di lasciarsi sommergere dal fuoco gelido che scorre in Portal Of I, collezione di allucinazioni palpabili ed esperienze mistiche.