Theodor Bastard – Vetvi

Theodor Bastard – Vetvi
- Voto: 87 su 100
- Anno: 2016
- Genere: Darkwave
- Influenze principali: Trip hop, World music, Neofolk




A cura di Alessandro Narciso

Descrivere i Theodor Bastard, la creatura di Alexander Starostin a.k.a. Fyodor Svolotch (letteralmente “Teodoro Mascalzone”, da cui il nome della band) non è facile; un modo facile ma riduttivo sarebbe definirli i Dead Can Dance russi, ma più elettronici. E sotto acidi.
Archiviata una prima fase di noise music elettronica e industriale (culminata in Agorafobia, 2001), l’ingresso della cantante e polistrumentista Yana Veva ha condotto la band verso il sound odierno, una base darkwave in cui trovano spazio strumenti classici, etnici ed elettronici, trainati dalle melodie malinconiche di Fyodor e la voce ipnotica di Yana. Le influenze sono molteplici ed eterogenee, e ciascuna predomina su un determinato album: il neofolk con suggestioni orientali in Pustola (“Vuoto”, 2004), il trip hop e l’elettronica nei due album gemelli Beloe (“Bianco”, 2008 e 2009), e un’evidentissima deriva verso la world music in Oikoumene (2012).

Con Vetvi (“Rami”), i Theodor Bastard hanno trovato la sintesi perfetta fra queste influenze, mischiandole armoniosamente in misure uguali con qualche piccola sorpresa inedita per produrre un lavoro familiare ma, al tempo stesso, innovativo. Vetvi è un album molto complesso, dalla ricca texture in cui gli strumenti classici occidentali coesistono con quelli etnici – russi, asiatici, africani – ed entrambi trovano spazio fra sintetizzatori e qualche occasionale beat elettronico. Già un primo, distratto ascolto mostra che la complessa ricerca strumentale non è però un mero esercizio di stile o un capriccio: ogni componente è dosata con cura perché il suono sia ricco ma non pesante e, anche all’interno delle singole canzoni, diversi strumenti scandiscono diversi momenti, sfumando impeccabilmente gli uni negli altri o unendosi in intriganti contrasti fra oriente e occidente.

La canzone d’apertura,Umbraya Erze (За Море, Домой) (Sa More, Damoy, “oltre il mare, casa”), offe già un ottimo quadro dell’album: inizia col didgeridoo, che cede presto il passo al violoncello, mentre il coro da camera Lauda fa da sfondo al cantato tribale di Yana Veva; la canzone inizia con un ritmo lento e solenne, che sfuma in una danza tribale in cui hurdy-gurdy e violino si intrecciano. La struttura ritmica è simile a quella di Salameika, un altro lento che diventa una danza verso la metà: è forse questa la canzone che più richiama i Dead Can Dance (specie del periodo Spleen And Ideal), con Yana che canta in glossolalia, l’organo come strumento portante e il santoor che aggiunge più di un tocco. La sorpresa è però quando il ritmo accelera, mescolando batteria occidentale e percussioni tribali, finché prima l’hurdy-gurdy, e poi il morin hoor e il violino si aggiungono alla texture.
Aion è un’altra canzone dal sapore etnico, ma presenta un’inedita vena rock; batteria e percussioni etniche si alternano, scandendo rispettivamente i momenti più veloci, dominati da chitarra elettrica e hurdy-gurdy, e quelli più lenti, in cui spiccano flauti, santoor e la glossolalia di Yana. Notevole è anche Veter (Ветер, “vento”), al cui inizio flauti e sonagli creano una forte sinestesia col titolo; le vocals sono completamente affidate a Namgar Lhasaranova, artista buriata (una minoranza etnica siberiana) che canta con una tecnica tradizionale. L’effetto è però controbilanciato dalla prominenza del basso elettrico e dall’uso di beat elettronici per tutta la canzone. Questo approccio innovativo contrasta con la successiva “Yaard”, che sia quanto a strumenti che a struttura presenta invece il lato world music della band nella sua forma più pura.

Il lato trip hop predomina invece in quattro delle canzoni cantate in russo: strutturalmente simili, con alternanza strofa-ritornello, predominanza di beat elettronici e il cantato di Yana Veva che si moltiplica fornendo linee vocali su un tappeto di vocalizzi di sottofondo, ognuna ha un qualche aspetto peculiare che la contraddistingue. In Vetvi (Ветви, “rami”) predomina il violoncello, talvolta accompagnato dal gusli, ma c’è spazio anche per svariati riff d’arpa. Kukushka (Кукушка, “cuculo”) è resa interessante da una prominente linea di basso accompagnata da una discreta chitarra elettrica non distorta in sottofondo; parte della sessione ritmica è affidata allo scacciapensieri e alle maracas, mentre la melodia è arricchita dal metallofono e occasionali sprazzi di sintetizzatore. Niti (Нити, “fili”) è uno dei momenti più calmi del disco, in cui la voce armonizzata di Yana si accompagna a flauti e gusli, con occasionali inserti d’arpa e ghironda. Kolodec (Колодец, “pozzo”) è invece un rimando al periodo rumorista dei primissimi Theodor Bastard, con una netta predominanza della sessione ritmica e la melodia affidata, in alternanza, alla voce di Yana o al violoncello, che si incontrano e armonizzano solo sul finale.
Beliy Gorod (Белый Город) è, infine, la sintesi perfetta fra le due anime del disco: è l’unica canzone world music ad avere il testo in russo e, sebbene le percussioni siano prevalentemente etniche, sono arrangiate in modo da dare un sapore quasi industrial al brano. Il didgeridoo iniziale cede presto il passo a un ensemble di corni, su cui si inseriscono il santoor e perfino dei synth. Interessante è anche il cantato di Yana, che scandisce una narrazione in russo quasi in un monotono, una nenia ipnotica che, sul finale, sfuma in glossolalia.

Il tratto d’unione di buona parte dell’album (eccetto, come già notato, “Veter”) è l’ottima prova di Yana Veva, solida sia nel cantato occidentale, sia con le tecniche orientali, espressiva sia in russo, sia nei vocalizzi, nella glossolalia o nelle lingue centro-asiatiche e siberiane che impiega. Ad arricchire le linee vocali di cinque delle canzoni sono anche i testi evocativi, che collettivamente descrivono il viaggio attraverso il nord più selvaggio della Russia, la natura incontaminata (“Kukushka”, “cuculo”), il misticismo che evoca (“Vetvi”, “rami”, nello specifico quelli del mitico Albero del Mondo), il senso di solitudine ma anche libertà (“Niti”, “fili”), le storie locali (“Kolodec”, “pozzo”) e l’agrodolce ritorno alla civiltà (“Beliy Gorod”, “città bianca”). Oltre a sfruttare la naturale musicalità della lingua russa, Yana usa metafore semplici ma d’effetto per rendere la narrazione ancora più mistica.

Vetvi è quindi un album complesso ma che, bilanciando bene i tanti elementi, non sacrifica l’accessibilità e la scorrevolezza. È piacevole all'ascolto disimpegnato, ma rivela una gran ricchezza musicale all’ascolto più attento. Esemplifica perfettamente i lati positivi dell’eclettismo musicale e della ricerca sonora asservita all'espressività dei brani piuttosto che fine a se stessa. È un notevole picco compositivo e stilistico per gli affezionati della band, ma anche un ottimo esempio della loro ricerca musicale per gli ascoltatori che non li conoscono ancora.