Eivør – Bridges

Eivør – Bridges
- Voto: 84 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Pop acustico, Folk pop
- Influenze principali: Synth Pop




A cura di Alessandro Narciso

La faroese Eivør Pálsdóttir è comparsa sul radar del pubblico internazionale nel 2007 col suo terzo album, Mannabarn, edito anche in inglese come Human Child. Etichettata subito come cantautrice neofolk con suggestioni jazz, ha sorpreso un po’ tutti quando, con la pubblicazione del magnifico Larva nel 2010, ha intrapreso la strada dell’elettronica sperimentale dalle influenze eterogenee – un discorso portato avanti in una declinazione più pop nel 2012 con l’altrettanto ottimo Room. Con l’uscita di Bridges, nel 2015, Eivør mescola nuovamente le carte in tavola: propone stavolta un album per lo più acustico dal chiaro sapore cantautorale – insomma, un “ritorno alle origini”.
La semplicità di Bridges, però, è ingannevole, e la parentesi di Larva e Room è tutt’altro che chiusa. Rispetto ai lavori del precedente decennio, infatti, Bridges ha un gusto più internazionale: il genere dominante è un pop intimista e anche piuttosto radio-friendly, in cui il folk è più che altro un tocco di colore qua e là. E, sebbene le protagoniste del disco siano la sempre magnifica voce di Eivør e la chitarra acustica, Bridges è un album complesso e texturizzato che include un oculato uso di parti elettroniche e arrangiamenti orchestrali quando necessario. Le parole d’ordine sono “atmosfera” e “emozione”, e ogni scelta compositiva e stilistica è volta in quella direzione.

E in effetti, le prime due tracce dell’album sfatano subito l’idea di avere una semplice registrazione acustica con poche sorprese. “Remember Me” inizia con tastiere e vocals stratificate prima ancora di sentire qualsiasi chitarra, che resta in sottofondo rispetto al bel riff di tastiera; col progredire della canzone, la texture si arricchisce con vocalizzi riverberati e una sessione ritmica in crescendo. D’altra parte, le percussioni di “Faithful Friend” sono completamente organiche ma usate quasi come un beat costante che sostiene la chitarra. È proprio lei lo strumento principale, spesso affiancata dagli archi, ma questo non impedisce a qualche spruzzata di armonica a bicchieri di aggiungere un bel tocco. Entrambe le canzoni introducono anche la palette emotiva dolceamara dell’album, la prima con una melodia sempre in bilico fra tonalità maggiore e minore, la seconda contrapponendo il ritmo vivace alla melodia sottilmente malinconica.
Si parlava di semplicità ingannevole, e la canzone che forse la esemplifica meglio è proprio “Bridges”, la title track: su una sessione ritmica estremamente soffusa, il suoni che dominano sono l’arpeggio della chitarra e la voce di Eivør, che canta spesso sul registro alto. Eppure, nei ritornelli ci sono lunghi accordi di synth in sottofondo e la voce viene magistralmente stratificata. A partire dal bridge, il sound si arricchisce con i bellissimi vocalizzi di Eivør, un po’ di pianoforte e una maggiore presenza di synth.
Perfino una canzone come la bella “Tides”, che è l’episodio più folk del disco con la sua melodia in sei ottavi, riserva qualche tocco non convenzionale: basta interamente su un bell’arpeggio di chitarra guarnita di archi, per tutta la sua durata ci sono piccoli rumori elettronici che le danno personalità. E se la struttura che alterna strofe cantate a ritornelli vocalizzati la accomuna alla canzone successiva, l’arrangiamento le mette invece ai due opposti del disco: “On My Way To Somewhere” inizia subito con un vivace beat e c’è perfino un accenno di chitarre distorte. Sotto i vocalizzi del ritornello la texture è particolarmente ricca, fra i riverberi delle vocals, un accenno di organo e, col progredire della canzone, ottimi archi.
Questa varietà di stili distingue anche le due ballate “Morning Song” e “Purpls Flowers”: entrambe sono principalmente costruite su chitarra acustica e archi, ma se la prima si mantiene molto minimale, con giusto qualche tutto di xilofono, la seconda si arricchisce con organetto, pianoforte, occasionali rumori riverberati e un ticchettio elettronico.
Completamente diverso è, invece, l’approccio di “The Swing”, la cui bella melodia orientale è arrangiata con cordofoni orientali, xilofono e archi cinematica che puntano a un certo massimalismo. La successiva “Stories” è una fragile ballata che conclude l’album in bellezza alternando sapientemente tastiere, chitarra, archi e varie tracce vocali senza però perdere mai il gusto minimalista.

Nel complesso, quindi, Bridges è un album per lo più acustico ma con una certa varietà di arrangiamenti che riserva molte sorprese. A chi ha conosciuto Eivør con Larva e Room potrebbe sembrare meno coraggioso; in realtà, non fa che proseguire il percorso creativo di Eivør portandolo verso sonorità ancora diverse, immerse in quel gusto internazionale di gran classe che il pop nordico sa spesso proporci. La lezione che possiamo imparare da questo disco e, più in generale, dalla proposta musicale di Eivør è proprio che non c’è uno stile migliore di altri, ma ciascun genere può essere impiegato con ottimi risultati a seconda della necessità. Bridges è un album per lo più acustico perché quel tipo di arrangiamento è funzionale alle canzoni che lo compongono. L’uso dell’elettronica più spinta funziona meglio su altre canzoni, ed è proprio così che, durante le stesse sessioni di scrittura, sono nati i brani che hanno poi costituito l’opposto complementare di Bridges, il synthpop oscuro di Slør (tardo 2015, riedito in inglese nel 2017).
Del resto, se c’è una certezza nella musica di Eivør è che tutti i palati vi troveranno qualcosa di interessante.