Lana Del Rey – Born to Die

- Voto: 53 su 100
- Anno: 2012
- Genere: Chamber pop
- Influenze principali:
Sadcore, Soul, Dream pop, Blues, R&B





A cura di Michele Greco


Secondo album di Elizabeth Woolridge Grant e primo con lo pseudonimo "Lana Del Rey", Born to Die ha generato un fenomeno mediatico e commerciale.  L'immagine da diva Anni Sessanta e l'atteggiamento passivo e depresso sono chiaramente creati a tavolino per fini commerciali, ma in fondo anche Lady Gaga ha ammesso di "essere teatro". Il problema, quindi, non è questo, ma piuttosto il passaggio dalla teoria alla pratica. 
Innanzitutto affidare un compito simile a una cantante simile non è stata una buona idea: Lana è ingolata e falsa la voce nasalizzando o intubando come se avesse una polpetta incastrata nella laringe, è monotona, inespressiva e live è spesso molto calante. Affidata a una voce del genere, qualsiasi melodia risulterebbe soporifera, anche quelle catchy di "Born to Die", "Lucky Ones", "Dark Paradise", "Summertime Sadness" e "Diet Mountain Dew". Nondimeno, queste sono le uniche canzoni carine dell'intera tracklist, Paradise Edition compresa, giacché Lana riesce bene quando non finge di essere ciò che non è. Prova a tirar fuori linee vocali molto orecchiabili anche con "Radio", che però è azzoppata da una strofa imbolsita, con "Blue Jeans", che però risulta noiosa per via dell'interpretazione vocale, e con "Video Games", che solo nella cover di Anneke van Giersbergen riesce a interessare. In tutti gli altri brani dell'album, Lana tenta strade più elaborate e dal gusto vintage, ma finisce per risultare fredda e piatta.

Un altro grande problema di Born to Die sono gli arrangiamenti, che potremmo descrivere come dei sepolcri imbiancati: in apparenza bellissimi, ma all'interno o vuoti o terrificanti. È il caso delle tentazioni simil-jazz di "Million Dollar Man", del blues stucchevole di “Yayo”, dell'r'n'b/soul raffazzonato di "Off to the Races" e degli archi fuori contesto nella quasi totalità dei brani ("Carmen", "Bel Air", "Body Electric"...). Il risultato finale ricorda quello di molte band symphonic metal di Serie B: si tenta di rimpolpare un songwriting poco ispirato con tonnellate di soluzioni fini a se stesse, che però appesantiscono i brani senza aggiungere nulla di utile. La cosa fastidiosa è che ciò finisce anche per rovinare canzoni altrimenti piacevoli, come nel caso di "Summertime Sadness", che infatti brilla nell'ironia della cover dance rock dei Within Temptation, o di "Born to Die" e "Lucky Ones", che sarebbero risultate ottime nelle mani di cantautrici consapevoli che, per comunicare efficacemente, ogni elemento del brano deve essere funzionale. Faccio un esempio per chiarire il concetto: la Pietà di Michelangelo sarà pure stupenda, ma trainarla con la propria auto non è una buona idea, se l'obiettivo è vincere Formula Uno. Nel caso di Lana, per giunta, le orchestrine posticce evocano tutt'altro tipo di pietà e il songwriting è spesso più vicino a una vecchia Panda che a una Ferrari. Insomma, giacché i brani di quest'album hanno più o meno lo spessore della sigla dei Puffi, drogarli con strati su strati di archi sdolcinati non li rende colti, ma solo ridicoli. Con arrangiamenti meno pretenziosi e decontestualizzati, Born to Die avrebbe potuto proporre un onesto e godibilissimo pop commerciale, coerentemente con la vera natura del songwriting; in tal caso, non avrei avuto nulla da ridire.
Alla signorina Grant non piace il minimalismo? Ok, va benissimo, ma in tal caso dovrebbe imparare a usare con gusto le soluzioni barocche, soprattutto se orchestrali, perché episodi come "Ride""American" e "Bel Air" possono essere al massimo goffe parodie di Susanne Sundfør o Phildel. Per fare passi lunghi, bisogna avere gambe lunghe.
Rispetto a quanto già detto, brani come “Gods and Monsters", "Radio" "Without You" non aggiungono nulla, risultando specchietti per le allodole giusto un po' meno furbi dell'inutile cover di “Blue Velvet” di Tony Bennett.

L'ultima grossa pecca di Born To Die sono i testi. Si tratta di un'accozzaglia di cliché sul sogno americano, sull'essere una diva ma anche la ragazza della porta accanto, sull'essere profonda ma anche frivola, sull'essere una poetessa maledetta nella vecchia Hollywood, sul dichiararsi esperta della cultura degli anni passati, sulla ninfomania e su quanto sia glamour la tristezza. Sembra quasi che l'unico obiettivo di Lana sia darsi delle arie sciorinando banalità con tono da intellettuale; i versi sono infatti così superficiali da sembrare scritti da una tredicenne che vuol fingersi adulta. In questo, gli stereotipi testuali di "Lolita", "This Is What Makes Us Girls" "Summertime Sadness", “Gods and Monsters" e "Ride" sono esemplari.
Per lo meno i colpi di sonno vengono scongiurati da episodi ridicoli come "Sono il tuo inno nazionale; Dio, sei così bello, portami agli Hamptons" ("National Anthem") o "La mia vag*na sa di Pepsi" ("Cola"); e tutto ciò Lana lo scrive e canta rimanendo dannatamente seria, senza neppure un barlume di salvifica ironia. L'effetto ridicolo è per giunta amplificato da quegli arrangiamenti barocchi che mal si sposano a testi così sciatti.
Infine, forse bisognerebbe riflettere sul messaggio diseducativo lanciato a fan spesso giovanissimi, giacché Lana sta suggerendo loro che non si valga niente senza il proprio grande amore: "Posso essere la tua bambola di porcellana, se vuoi vedermi cadere. [...] Non ho nulla senza te, tutti i miei sogni e tutte le luci non significano nulla senza te" (da "Without You"). Questo non è un atteggiamento sano né rispettoso di se stessi. 

Tirando le somme, Born to Die è un prodotto plasticoso come pochi, che però nella cultura di massa è riuscito nell'intento di fingersi raffinato, di classe e onesto. Non è un caso che Lana venga talvolta usata come foglia di fico dagli ascoltatori di "puttanpop" che vogliono darsi un tono. Se per lo meno riuscisse a fungere da ponte tra il mainstream e l'underground, potrebbe avere un qualche ruolo pedagogico, ma ciò non le non riesce per niente bene.
Vorrei poter analizzare più nel dettaglio i brani, ma in questo caso sarebbe poco utile perché c'è una certa costanza nel songwriting e quindi nei suoi difetti; al massimo alcuni brani introducono strumenti diversi, ma la fabbricazione in serie non permette di dare personalità agli elementi peculiari. L'unico pregio di Born to Die sta nel riuscire a regalare qualche brano catchy perfetto per essere coverizzato, ma già col successivo Ultraviolence Lana sembra aver perso freschezza melodica in favore della cacofonia gratuita.