Lana Del Rey – Ultraviolence


- Voto: 38 su 100
- Anno: 2014
- Genere: Pop rock, Soft rock, Sadcore, Dream pop
- Influenze principali: Psychedelic rock, Blues, Country, Chamber pop, Shoegaze 



A cura di Michele Greco

Parlando di Born to Die, avevo criticato la pretensiosità di Lana Del Rey, ma non credevo potesse superarsi. Il suo nuovo album, Ultraviolence, è una raccolta di canzoni arrangiate male e cantate peggio che tentano di nascondere la loro povertà musicale con soluzioni eccessive e ingannevoli; il risultato è il classico "lipstick on a pig": potrai truccarlo quanto vuoi, ma rimarrà sempre un maiale.


Gli archi hanno lasciato il posto alle chitarre elettriche, ma sono rimaste intatte le scelte inutili per l'economia dei brani, buttate lì solo per impacchettare un sasso con la carta dorata. Apparenza, pura e semplice apparenza dietro la quale si nasconde il vuoto. In fondo Lana Del Rey fa solo normali canzoncine teen pop, che potrebbero anche essere piacevoli, se solo non le si mascherasse con impalcature tanto pompose quanto monocordi. Come se non bastasse, nell'inseguire la moda del momento degli hipster, ha costruito un prodotto ancora più "vintage" del precedente; non che ci sia qualcosa di male in ciò, sia chiaro! Il problema è che il gusto retrò non è stato concretizzato con uno studio oculato delle linee vocali, come ad esempio hanno in modi diversi Clare Maguire e Carice Van Houten, bensì con le solite trovate fuori contesto che ricordano un profumo molto pesante spruzzato su delle ascelle molto sudate. Ed ecco che, nel tentativo di nascondere le melodie sciatte con un alone lo-fi, si cade nella cacofonia delle chitarre di "Money Power Glory" e "Shades of Cool", dei synth di "Sad Girl" e del sassofono distorto di "The Other Woman": tutti elementi sfruttati male, ma che hanno fatto andare in brodo di giuggiole coloro che, erroneamente, credono bastino degli elementi pseudo-retrò usati a caso e delle melodie fiacche per creare un prodotto di alto livello artistico. In un certo senso, si potrebbe fare un parallelo tra Lana e alcuni cantautori indie italiani. 
C'è spazio anche per un ritorno degli archi in "Old Money", che sceglie la via più cliché per buttarsi sulle emozioni facili e a buon mercato. In un contesto così trito, risulta fuori luogo la citazione del "Love Theme" di Nino Rota, che per giunta è stata presa di peso senza essere reinterpretata in modo personale; "Lacrymosa" degli Evanescence, pur appartenendo a un genere ben diverso, potrebbe aiutare nel capire come vanno contestualizzate le citazioni musicali. Inoltre, la dissonanza tra il barocchismo gratuito dell'arrangiamento di "Old Money" e la povertà melodico-strutturale sembra quasi una presa in giro. Per lo meno il testo è accettabile.

In mezzo a questa parata di nonsense musicale, sembra quasi salvarsi "West Coast", ma con la consapevolezza che artisti di livello adeguato e che conoscono bene il genere di riferimento, ad esempio i The Gathering, avrebbero potuto migliorarla non poco.

Sul lato testuale, Lana persevera nel suo atteggiamento passivo e per nulla costruttivo; il che in sé non è un problema. O meglio, questo continuo piangersi addosso è stancante, ma è una scelta stilistica personale e accettabile. Il vero problema è che i testi di Lana non hanno la benché minima forza poetica, ma anzi sono un cumulo di metafore sciocche e banali.
La cantautrice statunitense, però, tocca il fondo quando butta in mezzo riferimenti pseudo-colti con l'unico scopo di darsi un tono; ad esempio, in "Brooklyn Baby" canta: “Loro pensano che io non capisca la terra della libertà degli Anni Settanta [...]. Il mio fidanzato è nella band, suona la chitarra mentre io canto Lou Reed; ho piume tra i capelli, mi lascio trasportare dalla Beat Poetry e dalla mia figa collezione di jazz. Questi versi falliscono proprio alla base dello "show, don't tell": che senso ha che Lana dica che le piacciono gli Anni Settanta, i poeti della Beat Generation e il jazz, se poi tutto ciò non filtra in concreto nella sua musica? E perché fare name-dropping a caso? L'effetto è lo stesso che darebbe proclamare il proprio amore per Debussy e Björk cantando un brano di Rihanna. Se Lana "mostrasse" le sue ispirazioni attraverso la musica, non avrebbe bisogno di "dirle" in modo così poco elegante e risulterebbe più credibile. O almeno questo in teoria, perché nella pratica laddove ha davvero inserito in piccole dosi certe influenze, jazz ad esempio, non è stata capace di darne una lettura interessante.
In ogni caso, la vera domanda da porle è: come ha fatto a non ridere cantando, in "Sad Girl", "sono una ragazza triste, sono una ragazza triste, sono una ragazza triste, sono una ragazza cattiva"? Certo, ormai Lana deve essersi abituata a sciorinare assurdità rimanendo seria, in fondo ha persino tenuto a farci sapere che sapore ha la sua vag*na!

Infine il difetto più grave di tutto l'album: la voce è ancora ingolata, intubata, monotona e dipendente dai colpi di glottide. Con tutti i soldi che sta guadagnando, è possibile che Lana non riesca a pagarsi un insegnante di canto competente? O forse ha così poco rispetto per i propri fan da non volersi impegnare, ché tanto gli applausi, le lodi e i soldi glieli danno lo stesso? Di certo le sue corde vocali prima o poi chiederanno il conto.
In ogni caso, su album Lana potrebbe mascherare i propri difetti grazie alla magia della post-produzione, come fanno tante altre cantanti poco competenti. Potrebbe, appunto, ma non vuole; ha piuttosto deciso di affogarsi in un caos di filtri, riverberi e distorsioni senza criterio. Così facendo, canzoni come "Sad Girl", "Brooklyn Baby", "Cruel World", "Fucked My Way Up To The Top" e "Pretty When You Cry" risultano degne del peggior karaoke, ma il fondo dell'abisso viene toccato dai vocalizzi sguaiati di "The Other Woman", che sembrano campionati da un LP di Florence Foster Jenkins.

C'è davvero poco altro da dire riguardo a Ultraviolence: pregi non ce ne sono neanche a pagarli e i difetti sono gli stessi dell'album precedente, per giunta amplificati. Certo, in apparenza il sound risulta rivoluzionato, ma il succo del songwriting è rimasto lo stesso. E in fondo cos'è Ultraviolence
, se non apparenza e inganno? Per lo meno Born to Die conteneva quattro o cinque brani melodicamente ben fatti, invece il suo successore è solo un'accozzaglia di suoni mischiati a caso e spacciati per musica di spessore. Diventa anche difficile analizzare i singoli brani nel dettaglio, perché hanno tutti gli stessi identici difetti.
Nel tentativo di fingersi ciò che non è, Lana ha perso di vista lo scopo comunicativo ed espressivo della musica, finendo per dilettarsi in un esercizio masturbatorio, che per giunta risulta ancora più inutile considerando anche le carenze tecniche. Qua e là si percepiscono delle potenzialità, ma per tirarle fuori la cantautrice statunitense dovrà fare un'opera di decostruzione che va in direzione opposta rispetto al tifo da stadio dei suoi ultras.