Myrath – Legacy

- Voto: 76 su 100
- Anno: 2016
- Genere: Oriental metal, Power metal
- Influenze principali: Musica tradizionale araba, Symphonic metal, Progressive metal, Thrash metal, Hard rock




A cura di Michele Greco


Più aperta rispetto ai paesi che lo circondano, probabilmente anche in virtù dei grossi investimenti sull'istruzione universale, la Tunisia è uno Stato in bilico fra tradizione e modernità. Questo è vero tanto nell'ambito politico quanto nell'ambito musicale, quindi non bisogna stupirsi del movimento nel suo panorama rock e metal.
Nel 2001 degli adolescenti fondano gli X-Tazy, noti dal 2006 col nome Myrath. Grazie a Hope (2007) e Desert Call (2010) iniziano a farsi conoscere per il loro progressive power metal fortemente ispirato dai Symphony X e dai Kamelot. Nel 2011 pubblicano Tales of the Sands, album che vede una forte riduzione del prog in favore di un aumento della componente araba (ad esempio, nella title-track, in "Merciless Times" e in "Beyond The Stars") e di qualche lieve tocco elettronico (in "Requiem for a Goodbye" e "Under Siege"). Il successo di critica e pubblico permette al quintetto tunisino di aprire i concerti dei Dream Theater, di Tarja e dei pilastri dell'oriental metal, gli Orphaned Land. In effetti quest'ultima band ha avuto una forte influenza sui Myrath.
Nel 2016, a cinque anni di distanza dall'album precedente, esce Legacy, il cui compito è quello di dimostrare la maturità della band. Ciò sembra chiaro fin dalla scelta del titolo, che è quasi omonimo in quanto è la traduzione inglese del termine myrath (ميراث‎), ossia "eredità". 

Rispetto agli album precedenti, i tunisini hanno optato per un sound più melodico e radiofonico, come già si sente in "Beliver". Il singolone, arricchito da un videoclip ispirato a Prince of Persia e Assassin's Creed, ci fa capire da subito la strada intrapresa dai Myrath. Nel caso specifico, però, questo non è affatto un male: le linee vocali sono terribilmente catchy e spacca-cervello, in bilico tra il gusto occidentale e le modulazioni del tarab, il tipico canto arabo in cui il cantante Zaher Zorgati eccelle. Dal punto di vista strumentale, invece, abbiamo una mescolanza di parti orchestrali da danza del ventre, chitarre power e tocchi di pianoforte. Continuando in ordine sparso, una strada simile sembra seguire la notevole "Nobody's Lives", che ripropone questa dualità occidentale/orientale nel contrasto tra le occhiabili strofe in inglese e l'arzigogolato ritornello in arabo. Più omogenea è invece la mid-tempo "Through Your Eyes", che potrebbe essere un ottimo brano dei Kamelot. Più o meno lo stesso si potrebbe dire per "Duat", che parte al pianoforte e poi si evolve in un prog power metal emotivo, dal sapore magrebino e con pure qualche tocco di elettronica. La vena simil-prog si sente anche "I Want to Die", con ammalia l'ascoltatore con arpeggi di chitarra acustica, un ritornello passionale e ispirazioni oriental metal di alto livello. Ma la vera punta di diamante dell'album è "Endure the Silence", che inizia con un pianoforte cabarettistico e poi si trasforma in un capolavoro tra metal melodico e danza del ventre; il testo, ispirato da una storia di dipendenza emotiva e sessuale, è magistralmente interpretato da Zaher, che è in grado di trasformare la propria voce nel fuoco della passione.

Curioso è il caso di "Get Your Freedom Back", che ha riff molto tirati, ma anche un ritmo quasi dance nel ritornello; il risultato è originale e, considerando anche l'ottimo lavoro del bassista Anis Jouini, non può che essere da applausi. In un certo senso, questo brano potrebbe essere una via di mezzo tra le due anime dell'album, quella melodica e quella aggressiva. Quest'ultima può essere esemplificata in primis con "The Needle", che inizia con una mitragliata di riff, orchestrazioni apocalittiche e un ritmo marziale, per poi sfiorare il thrash metal grazie all'ottimo lavoro del chitarrista Malek Ben Arbia. Dopo un breve momento elettronico, cortesia del tastierista Elyes Bouchoucha, il brano prosegue su cordinate più leggere e con un ritornello che, stranamente, ricorda gli Alter Bridge.
Tutte queste ispirazioni sono amalgamate in modo più coeso in "The Unburnt", che però nella sua minore mutevolezza trova anche il suo limite. Più interessante è invece "Storm of Lies", anche grazie alle linee vocali espressive e all'ottimo assolo di chitarra. Nella conclusiva "Other Side", infine, ritorniamo sulle coordinate di alcuni brani di Tales of The Sands, ma con la maturità dei Myrath del 2016; l'unico appunto che si potrebbe fare riguarda il modo in cui è stato sacrificato il batterista francese Morgan Berthet, che si limita a svolgere bene il compitino.

Finito l'ascolto, i puristi potrebbero storcere il naso per la fortissima riduzione degli elementi prog, che invece dominavano in vari brani di Desert Call ("Silent Cries""Empty World""Shockwave", la titletrack...), oppure per l'uso ridotto degli abbellimenti del tarab rispetto alla titletrack di Tales of The Sands, ma i Myrath han fatto bene a non ripetersi, preferendo reinterpretare il proprio stile in una chiave diversa.
Anche in virtù delle linee vocali molto orecchiabili ma mai scontate, Legacy risulta in bilico fra tradizione e modernità, fra Oriente e Occidente, ma in un modo più immediato rispetto al passato. In questo gioco di equilibri, le idee di alcune band storiche sono state sintetizzate e mescolate, reincarnandosi in un sound fresco e personale, oltre che raffinato ed elegante. Anche più "commerciale" e "ruffiano", sì, ma dov'è il problema? La qualità di Legacy è comunque alta e persino la breve intro orchestrale "Jasmin" risulta efficace. 
Insomma, tolto il banale e freddo esordio, i Myrath hanno pubblicato album diversi tra loro eppure tutti molto apprezzabili; sta al gusto personale decidere quale sia il migliore. In ogni caso, è indubbio che nel 2016 tra i "must have" per gli amanti del metal melodico ci sia stato Legacy.