Susanne Sundfør – The Brothel


- Voto: 88 su 100
- Anno: 2010
- Genere: Art pop, Synth pop, Baroque pop
- Influenze principali: Dream pop, Jazz, Avant-pop, Electropop, Ambientì



A cura di Michele Greco

La norvegese Susanne Sundfør, classe 198
6, è cresciuta in un paese dalla grande cultura musicale e dalla grande apertura mentale, un paese che conosce bene la musica colta così come il metal (black e gothic in primis) e il pop da classifica.
A dodici anni, Susanne inizia ad interessarsi di canto e musica. Col tempo svilupperà una voce siderale, estesa, acuta, agilissima ed espressiva, anche se purtroppo con alcune lacune tecniche che non la fanno brillare nei live. L'influenza dello Janteloven nordico e il suo atteggiamento umile di certo non la aiutano a superare la timidezza sul palco, ma è curioso il contrasto con la forza caratteriale che dimostra invece nelle interviste. Ad alcuni potrebbe 
sembrare arrogante, ma in realtà è solo molto sincera e preferisce dire ciò che pensa anziché leccare i piedi alle "divinità moderne". Ad esempio, non ha mai fatto mistero di offendersi quando viene paragonata a Kate Bush, che trova molto sopravvalutata. Altri artisti a cui viene talvolta paragonata sono Björk, Lana del Rey, Ane Brun, i Cocteau TwinsFlorence & The Machine e i The Knife. In verità, però, i paragoni risultano spesso forzati, perché la musica di Susanne è molto personale. Non è un caso che lei controlli quasi tutto il processo creativo: scrive i testi e le musiche, arrangia, orchestra, co-produce e suona pianoforte, sintetizzatori e chitarra.

Dopo la pubblicazione dell'album d'esordio omonimo (2007), basato un su un folk pop acustico, Susanne viene notata dalla EMI, che le affianca Lars Horntveth dei Jaga Jazzist. Nel 2010 arriva quindi la svolta artistica grazie a The Brothel

L'album si apre con "The Brothel", una malinconica ballata dream pop che va dritta all'anima anche grazie all'interpretazione di Susanne. Il testo è pura poesia e sembra narrare la vita rassegnata di una prostituta ("Restless nights in one night cheap hotels; [...] I'll do it all, I'll do whatever you say, God has left me anyway!"). Alcune metafore, però, sembrano alludere a una dimensione più spirituale ("They are howling through hollows, once we've shared their temple of halls; [...] We are ruins within ruins; on every corner a gladiator is begging for another century, when no one cut your tongue to know nothing and to know it all, to be both the animal and God!"), per poi chiudersi con un'epifania: coloro che stanno solo vivendo sono coloro che stanno solo morendo.
Fanno seguito gli arrangiamenti elettronici spericolati di  "Lilith", che curiosamente ha una coda acustica. Il testo, invece, si lega al brano precedente ("Spreading your feathers, sucking on every tree, caught up between the devil and the deep blue sea; [...] Thinking that someone might suit your body; it's all trouble, until you turn off the red lights in your window").

Proseguiamo attraverso l'atmosfera inquietante e i vocalizzi da sirena di
 "Black Widow" e arriviamo alla sconvolgente "It's All Gone Tomorrow"Questa si apre con degli archi che lasciano trasparire l'amore di Susanne per la musica colta, ma presto si aggiungono le pulsazioni frenetiche e l'elettronica. Il ritornello è melodico, in contrasto con una base a tratti dissonante e caotica che, dopo essersi concessa delle incursioni nella dance e a tratti nella dubstep, si chiude riprendendo gli archi iniziali. Siamo forse usciti da un rave party organizzato da Mozart?
Dopo "Knight of Noir", un lento ricco di pathos e arricchito dai timpani, arriviamo a un'altra perla: "Turkish Delight", in bilico tra orchestra e suoni sintetici, ci regala non pochi brividi anche grazie a delle linee vocali vicine al jazz. Anche in questo caso il testo è molto curato, ma stavolta l'ispirazione è arrivata dal romanzo "Il Leone, La Strega e L'Armadio" di C. S. Lewis ("Everybody's hungry for more and more and more, even though they know that Maugrim is at the door; everybody thought they could make it on their own, but I've seen them turn into stone").

Fa seguito 
"As I Walked Out One Evening", un brano strumentale che potrebbe essere la colonna sonora di un thriller psicologico e il cui titolo richiama l'omonimo componimento del poeta Wystan Hugh Auden. 
"O Master" parte invece come ballad al piano, ma viene poi terremotata da suoni sintetici, percussioni marziali e vocalizzi ultraterreni.
La notte incombe e bisogna andare a letto, ma la ninna nanna scelta da Susanne non è adatta ai bambini: 
"Lullaby"dalle linee vocali inquietanti e dall'elettronica un po' Röyksopp-iana, è un altro diamante in questo meraviglioso diadema. Chiude l'album "Father Father", una struggente preghiera dai toni molto solenni. Non è un caso che il testo si basi su metafore religiose di matrice giudaico-cristiana ed egizia, in un'unione tra sacro e profano ben più poetica di quelle tipiche di Madonna

Insomma, in The Brothel la qualità è quasi sempre ad alti livelli e non ci sono filler. Il vero e unico problema dell'album è la produzione a tratti troppo grezza, che comunque non può fermare l'aurora boreale fattasi musica nei dieci brani analizzati.