Susanne Sundfør – The Silicone Veil

- Voto: 90 su 100
- Anno: 2012
- Genere: Art pop, Synth pop, Baroque pop
- Influenze principali: Electropop, Dream pop, Avant-pop, Psychedelic pop, Musica sperimentale




A cura di Michele Greco

Dopo lo straordinario The Brother (2010), a Susanne Sundfør è stato chiesto di comporre della musica in occasione della venticinquesima edizione dell'Oslo Jazz Festival. L'artista ha trovato l'ispirazione ubriacandosi con del vino nella propria camera d'albergo, dopo aver assistito a dei concerti sinfonici nella sala parigina Salle Pleyel: è così nata A Night at Salle Pleyel (2011), suite in sei movimenti suonati con cinque sintetizzatori. La musica rientra nel panorama colto contemporaneo, in bilico tra elettroacustica, nu jazz e ambient; in vari passaggi è però palese l'influenza della musica di Bach, Rachmaniov e Stravinskij.
Dopo questa parentesi totalmente strumentale, Susanne ha avvertito la necessità di riprendere il discorso lasciato con The Brothel, ma valorizzandolo con una produzione cristallina e un maggiore accento sull'elettronica. È così nato The Silicone Veil, un immediato capolavoro del pop. Il titolo si riferisce al confine tra uno stato dell'Essere e un altro, tra la vita e la morte, tra noi e la terra e tra le persone; Susanne ha sintetizzato le tematiche dell'album in quattro parole: apocalisse, morte, amore e neve.

In apertura abbiamo "Diamonds", che prima cattura con una parte a cappella e poi esplode in un'orgia Björk-iana di suoni sintetici e percussioni; dopo un climax di sovraincisioni vocali, la chiusura del brano viene affidata all'arpa. Come da tradizione, il testo non è lasciato al caso ("Fallopian tombs and ashen wombs, ectopic beating and 'I love you'; Heaven is a place on earth; to the Dead Sea, here float all lovers").
Un metronomo ci introduce al primo singolo estratto, "White Foxes". Si tratta di un brano che, tra qualche nota al pianoforte e un'elettronica usata in modo molto intelligente, non può che stupire l'ascoltatore; Le linee vocali, seppur ricche di abbellimenti e arzigogoli, sono molto melodiche ed entrano facilmente in testa. Per quanto riguarda il testo, trasmette una placida rassegnazione ("I wish to God that the Earth would turn cold and my heart would forget it's made of glass and all the pretty tulips would disappear; [...] Hunger is the purest sin, it is an empty church in a crowded bin; [...] You gave me my very first gun, I'll go out and hunt the hidden dome; [...] My eye is my sanctuary"). I tulipani citati sono un riferimenti all'omonimo componimento della poetessa Sylvia Plath.

Una lunga introduzione ansiogena ci immerge nell'atmosfera di "Rome". Un po' sognante e po' da incubo, questo brano è un arazzo di emozioni contrastanti tessute dalla voce di Susanne, dai sintetizzatori e dagli studiatissimi archi pizzicati; le sovraincisioni vocali sul finale sono probabilmente la punta di diamante dell'album. Inoltre, così come la musica, anche il testo è criptico ("Winter is coming! We will know that it was friendly fire! Jesus was a liar! [...] The king is dead, he's gone! Let the gasoline flow, let the locusts follow! Open the gates, evaporate black bodies, black hollows! Don't let anyone enter!").
Dopo essere riemersi dalle ceneri di Roma, ci rilassiamo "Can You Feel the Thunder", una ballad piano-e-archi che dietro la leggiadria di una piuma nasconde il bacio della morte. Segue l'interludio orchestrale "Meditation in an Emergency", che prende il nome dall'omonima raccolta di poesie di Frank O'Hara. Arriviamo così al terzo singolo estratto, "Among Us", caratterizzato da synth psichedelici e da un perverso giro di basso. Questa è una fastidiosa e insieme affascinante narrazione corale ispirata dal carisma di serial killer e capi di sette ("What he does is a venial sin, he is a God within; [...] He peeled off every vein I had, 'till there was nothing left, but a bloodless heart still beating for him").

Il rilassante suono dell'arpa schiude "The Silicone Veil", il secondo singolo estratto, ma con l'arrivo della voce le sensazioni sono destinate a cambiare; infatti le melodie vocali sono un viscido lamento, una droga che scorre lenta nelle vene ed esplode in vocalizzi antigravitazionali. Il "sense of wonder" è ad alti livelli, sostenuto da un geniale uso delle dissonanze, dell'elettronica e degli archi. Inoltre, come per "White Foxes", anche in questo caso a una struttura semplice corrisponde un testo molto poetico. Analizzandolo alla luce del videoclip, si potrebbe supporre che sia a tematica genderqueer o transgender ("I'm a larva wrapped in silk, I am dying in burning flesh; [...] Beauty is poisonous disruptive! Oh, heaven must be an iron rose unfolding! Oh, let me in, let me out! [...] This is a retirement from plumbing the veins of rats and kings; let the stars be my eyes, then unchain the knuckles and latches, unbutton my wrists! My skin so thin you can see black holes within!").
Nonostante una partenza forzata, anche "When" riesce a farsi notare grazie ai suoi arrangiamenti di piano, organo, arpa e sintetizzatori. Purtroppo la melodia vocale un po' jazz risulta quasi troppo fitta per un contesto simile, non riuscendo quindi a raggiungere il lirismo di alcune ballad di The Brothel; si tratta comunque di un difetto trascurabile. Passiamo quindi a "Stop (Don't Push the Button)" che, dopo un'introduzione orchestrale, ci travolge con suoni tra l'alieno e il subacqueo e poi con sferzate elettroniche. A questo punto le redini del brano vengono prese dalla voce che, su un tappeto sintetico impreziosito dal clavicembalo, tesse melodie orientaleggianti e si lascia andare a una pioggia di controcanti.
Chiude la tracklist "Your Prelude", in cui una muraglia elettronica dall'effetto quasi allucinogeno lascia insinuare esplosioni epiche e un assolo di pianoforte.

Tirando le somme, The Silicone Veil dimostra la maturità artistica raggiunta da Susanne Sundfør e inanella brani di altissimo livello. È un album che sfiora la perfezione e che, in un mondo giusto, fungerebbe da spartiacque della storia del pop. Immaginare una produzione più gloriosa, capace di coordinare con tale equilibrio melodia e sperimentazione, potrebbe sembrare impossibile. Ma mai dire mai: il futuro riserva sempre delle sorprese.