Susanne Sundfør – Ten Love Songs


- Voto: 87 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Synth pop, Art pop, Baroque pop, Dance pop
- Influenze principali: Dream pop, Folk pop, Electropop, Italo disco





A cura di Michele Greco

Dopo aver collaborato con gli M83, i Röyksopp e Kleerup, Susanne ha iniziato a farsi conoscere anche fuori dalla Scandinavia: quale momento migliore per produrre un album più accessibile? Si tratta di un esperimento nuovo per la cantautrice norvegese: laddove prima si limitava a riportare idee sul pentagramma senza alcun freno, adesso ha dovuto razionalizzare il processo compositivo, come se stesse facendo un puzzle o svolgendo equazioni matematiche. Ma pur volendo essere più radiofonica, Susanne non ha voluto rinunciare allo spessore artistico e riferimenti colti, quindi ha tentato di bilanciare obiettivi apparentemente opposti.
Quella di Susanne non è solo una sfida personale, ma anche una scelta dettata dal buon senso: usare strutture contorte per una album basato sulle emozioni sarebbe stato controproducente. E a proposito del concept, non fatevi ingannare dal titolo: Ten Love Songs non è il solito album sull'amore, bensì una trattazione personale e non banale sulle sue conseguenze; non a caso, l'idea iniziale era di scrivere riguardo alla violenza.


Capiamo che aria tira fin da "Darlings", intro in cui la voce di Susanne, pur avendo solo due minuti e mezzo a disposizione, ci fa toccare i cieli più alti e più ci butta giù senza pietà. Musicalmente, il brano ci presenta lo strumento principe dell'album, ossia l'organo, mentre testualmente mette le cose in chiaro: "
We thought love could change our names and free us from our earthly chains [...]; We wanted to believe that love could lift us to the skies and above, but they wouldn't follow"
"Accelerate" inizia con delle percussioni che fanno venire voglia di ballare, richiesta soddisfatta con l'elettronica dark e sexy che rimanda ai Depeche Mode e agli Eurythmics. L'atmosfera derivata viene accentuata anche dalle vocals ammalianti, da un assolo di organo ispirato alla "Toccata e Fuga in Re minore" di Bach e da un climax tra l'orgasmico e il demoniaco. Insomma, la colonna sonora ideale per un porno diretto da Stanley Kubrick o Dario Argento!
La successiva "Fade Away" inizia ricollegandosi al finale di "Accelerate", cosa che ci fa capire come la tracklist sia stata ben studiata. I due brani viaggiano però su polarità opposte: laddove "Accelerate" ha un'atmosfera oscura marcata dall'assolo di organo, "Fade Away" ha un'atmosfera luminosa marcata dall'assolo di tastiera. C'è comunque spazio per l'organo da chiesa, che fa da sottofondo a melodie vocali allegre e quasi hippie nonostante la rassegnazione che traspare dal testo. In sé il brano non è certo innovativo, ma riesce a entusiasmare grazie al suo legame col contesto.
Cambiamo registro con "Silencer", una ballad folk le cui linee vocali ricercate, sorrette dalla chitarra acustica e dagli archi, rendono benissimo la poesia del testo; ciliegina sulla torta: il finale etereo d'ispirazione dreampop.
Anche "Kamikaze" sembra iniziare come una ballad, stavolta all'organo, ma presto si trasforma in un dei brani dance più raffinati che abbiate mai ascoltato. Tra beat, interventi elettronici simil-trance e melodie vocali ispirate, il brano fa ballare e cantare fino a un colpo di gong. Pensate che sia il finale? Vi sbagliate: a chiudere ci pensa un assolo di clavicembalo basato su una variazione del tema di organo delle strofe; i riferimenti stavolta sono Scarlatti e Mozart.
Ed eccoci arrivati al perno attorno a cui ruota l'album: i dieci minuti di "Memorial". Il brano inizia come un lento sostenuto dall'organo, dalle tastiere e da interventi di chitarra acustica e archi. Le melodie vocali, emozionanti e un po' ottantiane, trovano il loro culmine in un ritornello che fa sublimare il cuore degli ascoltatori. Ma quando la scalata verso le stelle sembra irrefrenabile, il pianoforte e gli archi prendono il sopravvento e trasformano il brano nella colonna sonora di un amore leggendario. L'orchestra da camera genera un saliscendi emotivo dal potere mitopoietico che, al ritorno della voce, farà implodere la vostra anima per poi lasciarla morire lentamente. Dopo aver ascoltato "Memorial", sentirete un senso di vuoto e insieme di pace, come se Susanne avesse strappato via un pezzo di voi. Ma non è una scusa per fermarsi con l'ascolto, perché Ten Love Songs riserva ancora delle sorprese.
Con un crescendo simil-THX, ci immergiamo in "Delirious", che rilegge in chiave dance anni '80 certe ispirazioni di The Silicone Veil. Le linee vocali sono dirette e potenti, con un ritornello molto orecchiabile in contrasto con una base dissonante di archi ed elettronica ricca di bassi; il messaggio viene poi ulteriormente rimarcato da un'orgia di sovraincisioni e controcanti anch'essi dissonanti. Piccola parentesi: il remix di Richard X dovrebbe dominare le discoteche d'Europa!
Ritorniamo su binari più rassicuranti con "Slowly", brano prodotto insieme ai Röyksopp e che propone una versione perfezionata dello "Scandi-synthpop". Non potrete fare altro che cantarne le immediate melodie e ballare abbracciati a qualcuno; in questo stato di trance, la leggera ripetitività del brano non dà alcun fastidio, ma anzi contribuisce a ipnotizzare. Nondimeno, a "Slowly" si potrebbe fare una piccola critica: il brano viaggia su un alto livello qualitativo, ma lo fa senza aggiungere nulla di personale a un sound già esistente; manca insomma il "wow-effect" che caratterizza moltissime canzoni di Susanne.
Il penultimo brano dell'album è il lento "Trust Me"
, il cui arrangiamento all'organo è fin troppo scarno per riuscire a sostenere il peso di una melodia vocale così drammatica. Il risultato è comunque ricco di funereo pathos, ma non ha la scorrevolezza di alcune ballad simili ascoltate in The Brothel.
Chiudiamo con un colpo di scena chiamato "Insects": un tripudio di sperimentazioni elettroniche vicine alla techno, di percussioni tribali e di suadenti vocals lasciate in secondo piano; il risultato è un electropop carnale che non stonerebbe in The Silicone Veil.

Tirando le somme, l'equilibrista 
Susanne Sundfør ha creato un album accessibile e di facile presa, ma anche eclettico, elegante e ardito. Le strutture dei brani sono diventate più semplici, le melodie sono state accentuate e i testi sono diventati più diretti, ma la qualità è rimasta altissima e la voglia di osare riesce a ritargliarsi qualche spazio. D'altra parte, se Susanne avesse continuato a fare l'artista tormentata, avrebbe rischiato di ripetersi; per non impantanarsi, ha quindi preferito rinfrescare il proprio sound, portarlo su nuovi lidi senza per questo rinnegare il passato. Il risultato è Ten Love Songs, un album meno sperimentale dei precedenti, ma che si merita comunque di entrare nella storia del pop. Chapeau, Susanne!