TesseracT – Polaris

- Voto: 81 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Progressive metal, Djent
- Influenze principali: Post-metal, Progressive rock, Alternative metal




A cura di Michele Greco

Gli inglesi TesseracT sono considerati, fin dai loro esordi, una delle band più interessanti del panorama progressive metal e djent melodico. Dopo il molto buono One (2011) e lo spettacolare Altered State (2013), nel 2015 il quintetto di Milton Keynes è tornato con un nuovo album: Polaris.

Rispetto all'album precedente, notiamo da subito due grandi differenze. Innanzitutto, c'è stato un cambio di line-up: dietro il microfono è tornato Daniel Tompkins, che se n'era andato dopo One e in Altered State era stato sostituito da Ashe O'Hara. Poi, guardando la tracklist, salta subito all'occhio una tendenza alla sempificazione: mentre l'album precedente era composto da quattro lunghi brani (compresi tra 9 e 15 minuti) divisi in due o tre movimenti ciascuno, Polaris contiene nove brani separati tra loro e con durate più canoniche (si va dai 3 e mezzo ai quasi 7).

Guardando invece al sound, il nuovo album fa tesoro delle due esperienze precedenti, ibridando le strutture di One con le atmosfere di Altered State, ma al contempo cercando nuove strade.
Il principale compositore di Polaris è il chitarrista Acle Kahney, il cui lavoro si snoda fra palm mute aggressivi e arpreggi delicati, sempre con un occhio verso la complessità dei riff e col supporto dell'altro chitarrista, James Monteith. Nondimeno, la stella polare dell'album è Amos Williams, bassista di enorme talento e sapienza tecnica che, assieme al batterista Jamie Postones, scandisce brani densi di poliritmie, tempi dispari, accenti spostati, cambi ed evoluzioni ritmiche. La bravura di questi musicisti, però, sta nel riuscire a suonare in modo virtuosistico senza mai perdere di vista il lato comunicativo della musica, che tra l'altro viene sovente arricchuta da spunti ambient e post-rock. A rendere ancora più emotiva la proposta ci pensa Tompkins, autore dei testi e soprattutto di prove vocali particolarmente espressive. Da segnalare, infine, la volontà dei TesseracT di personalizzare fino in fondo il proprio sound, giacché è stato Kahney a occuparsi del missaggio, del mastering e della produzione stessa, quest'ultima con l'aiuto di Williams e del collaboratore  Aidan O'Brien.

Scendendo nel concreto dei brani, l'opener "Dystopia" colpisce fin da subito con un ottimo lavoro di groove e con un incedere imprevedibile che ricorda vagamente i Meshuggah. Più melodica è invece la successiva "Hexes", che parte in modo delicatissimo e poi cresce di'ntensità diventando sempre più metal, ma sempre con un'eleganza spiccatamente prog. L'unico problema di questi primi due brani è il loro essere auto-citazionisti rispetto a riff già sentiti nei lavori precedenti della band. Però col terzo brano, "Survival", l'album spicca il volo grazie a una melodia indovinatissima eppure mai scontata e a una struttura solo in apparenza incompleta.
Per gli amanti delle emozioni, arriva a questo punto la punta di diamante di Polaris: la ballad "Tourniquet". Tra atmosfere eteree quasi post-rock, linee vocali sospese e la bravura di Tompkins nel passare dalla voce piena a falsetti espressivi, questo brano così delicato taglia con nettezza e in profondità il cuore dell'ascoltatore. Dopo lo sprendido climax vocale, si viene però stupiti dal basso solista e poi da un chitarre dense e ricche di contraccolpi ritmici.
Non da meno è "Utopia", che scorre pulsante e nervosa attraverso ritmiche in stile Tool e melodie vocali in stile Faith No More, fino ad arrivare a un finale crossover rappato. Decisamente più immediata è invece "Phoenix", che ha una struttura semplificata, melodie rock, una sezione ritmica controllata e un intelligente uso dei riverberi; a dominare, però, è la voce di Tompkins, qui delicatissimo eppure spinto verso il registro più acuto della sua voce. Ma dopo la colma, ecco che arriva di colpo la tempesta: la stupenda "Messenger", giocata su tempi dispari, un forte accento sul groove, strofe cattive, un potente ritornello in levare e intermezzi melodici.
La penultima traccia, "Cages", parte lenta, con delicati arpeggi di chitarra e suoni ambient tra il mistico e lo spaziale. Quando il brano prende il via, ci trasporta in una struttura labirintica e algebrica, dove a farla da padrone è la grande fantasia del basso; sul finale il sound si incattivisce e anche Tompkins si toglie i guanti di velluto per indossare invece quelli di pelle.
In chiudura abbia il manifesto della maturità raggiunta dai TesseracT: la perla "Seven Names". Inizialmente soft, il brano si intensifica dimostrando che fare progressive non preclude l'emozionare l'ascoltatore fino a ridurlo in lacrime. Dopo un climax metal, il brano ritorna sulla strada acutica e svanisce con delicatezza.

Alla loro terza prova, i TesseracT hanno lasciato l'ennesima impronta nel metal moderno, riuscendo a trovare un nuovo equilibrio espressivo. Sebbene l'eccessiva omogeneità della proposta possa far storcere il naso, la classe e il potere comunicativo di Polaris si meritano un applauso.