Dissona – Paleopneumatic

- Voto: 80 su 100
- Anno: 2016
- Genere: Progressive metal
- Influenze principali: Musica elettronica, Technical death metalSymphonic metal, Oriental metal, Doom metal, Power metal, Thrash metal



A cura di Michele Greco

La proposta dei Dissona è orientata a un progressive metal eccentrico ed eterogeneo, e questo era insieme il pregio e il difetto del loro omonimo debutto discografico del 2012; infatti le molteplici influenze, pur rendendo molto originale la proposta, spesso la rendevano anche sconnessa e sfilacciata. A quattro anni di distanza, il quartetto di Chicago è tornato con Peleopneumatic, che si pone l'obiettivo di risolvere questo problema.

L'album prende il via con "Another Sky", della durata di nove minuti e mezzo, che è divisibile in due parti. La prima è caratterizzata da un progressive cangiante e nervoso, arricchitto da archi e brevi interventi di sitar, sul quale si staglia la voce di David Dubenic, qui graffiata e pesante in stile Hansi Kürsch dei Blind Guardian; l'atmosfera è resa ancora più epica dagli interventi di una voce lirica femminile. In maniera piacevolmente brusca, il brano si tuffa nella seconda parte con dei rumori d'interferenza, ai quali segue uno stacco di chitarra acustica, dei tappeti elettronici a tratti dubstep con sopra il growl e poi degli ottimi interventi del basso di  Craig Hamburger a supporto della voce pulita, stavolta più delicata. Dopo alcune incursioni nel metal estremo dal gusto epico dei Wintersun, "Another Sky" purtroppo si chiude con un evitabilissimo fade out.
La successiva a "Fire Bellied" inizia lenta e funerea, con un cantato solenne, ma delle percussioni marziali portano verso dei riff un po' in stile Black Sabbath che si evolvono aggiungendo complessità e imprevedibilità. Tra tocchi di sitar e incursioni nel metal estremo più "guerresco", il brano procede fino a trasformarsi in qualcosa di vicino ai vecchi Opeth, a regalare un assolo molto tecnico e a chiudere col pianoforte. Nel complesso, "Fire Bellied" funziona molto bene, ma avrebbe comunque giovato da qualche taglio.
Riprendiamo fiato con "Outside The Skin", una ballad non convenzionale che inizia con un'elettronica soffusa a cui si aggiunge a tratti la chitarra acustica. I beat si fanno mano a mano più pressanti, accostandosi al chillstep con tocchi new retrò in modo da rimarcare il messaggio della voce. Ciò nonostante, questo brano non punta al pathos, ma a un flusso di emozioni più delicato, e forse proprio per questo un timbro più leggero sarebbe stato più adatto rispetto a quello scuro e possente di Dubenic.
Dopo la calma, ecco arrivare in modo parecchio brusco la tempesta: "Breach" spacca i denti come san fare i Meshuggah e gli Obscura, con il batterista Drew Goddard vicino a ritmiche djent e il chitarrista Matt Motto impegnato su sfuriate technical death, il tutto insaporito da spennelate di sitar, tappeti corali maligni alla Dimmu Borgir e un uso della voce sgraziato e calante. L'effetto finale è disturbante, a tratti fastidioso, ma è esattamente ciò che i Dissona vogliono trasmettere: disperazione e caos. Quest'esercizio di versatilità prosegue con i quasi dieci minuti di "Totality", che iniziano con suoni ambientali (rintocchi di campane, ingranaggi, vento...) e cori funerei. Con l'arrivo delle chitarre, il brano mantiene le influenze doom di gusto Swallow the Sun, che si fanno sentire anche nel growl cavernoso; dopo un passaggio melodico dal sapore medievale, cantato con toni solenni sopra dei cori e un accompagnamento di clavicembalo, si ritaglia il suo spazio un intermezzo di violino, pianoforte e basso che ricorda un po' i Ne Obliviscaris. Dopo un ritorno del metal, ci si avvia verso il finale con dei vocalizzi lirici femminili.
In "Odium" ritornano gli elementi orientaleggianti alla Orphaned Land o Myrath, insieme a riff complessi e graffianti e a qualche lieve elemento sinfonico. Dopo un momento di silenzio, i riff mutano e proseguono fluidi, pur con qualche momento un ripetitivo, fino a un breve stacco etnico e poi verso un finale un po' forzato. "Odium" aveva potenzialità enormi, ma sembrano essersi disperse per via del poco labor limae e dell'interpretazione vocale che prova a dare pathos finendo però per risultare eccessiva. Stiamo comunque parlando di un ottimo brano, sia chiaro.
Il piacevole interludo al pianoforte "Anastomosis" apre l'ultima parte dell'album con un interrogativo: poiché risulta apparentemente fuori contesto e si aggancia ai venti secondi iniziali del brano successivo, non avrebbe avuto più senso unire le due composizioni all'interno di un'unica traccia? Ad ogni modo, è un problema di poco rilievo, soprattutto considerando che l'attenzione viene subito presa dall'ispirata "Lysis", che brilla tra ritmiche frenetiche, virtuosismi ben contestualizzati e una trasformazione finale che le fa spiccare il volo. C'è però un problema: le linee vocali non riescono a colpire, risultano monotone, soprattutto in un contesto strumentale così omogeneo e privo di momenti per riprendere fiato.
"The Last Resistance", forse la traccia più melodica dell'album, ha ritmiche più ragionate e varie. La partenza è affidata al pianoforte e alla chitarra acustica, che procedono quasi all'unisono, per poi lasciare il passo a delle percussioni tribali. Il brano prosegue sullo stilema progressive dell'alternanza tra parti acustiche e parti metal, ma personalizzandolo con atmosfere epiche, spunti country e chitarre quasi funk sommerse da bassi saturi e distorti.
Chiude l'album la struggente "Sunderance", ballad che si snoda tra pianoforte, violino, percussioni etniche, chitarra acustica e vocalizzi lirici femminili. Qui Dubenic canta poco, ma su melodie ben ragionate. Inoltre il finale è uno dei momenti più emozionanti dell'album.

I Dissona hanno messo davvero tanta carne al fuoco, ma non si è bruciata. Già nel primo album erano presenti vette di originalità e innovazione, ma è con Paleopneumatic che la band di Chicago ha imparato a mescolare le influenza in modo naturale e fluido, riuscendo a creare brani diversi tra loro ma comunque legati da una personalità riconoscibile.
Col prossimo album sarà necessario fare il passo successivo: lavorare sul labor limae in modo da eliminare le ripetizioni in eccesso e rendere più ragionate le strutture. Bisognerà anche lavorare sulla componente vocale pulita, giacché Dubenic ha sì un bel timbro, ma in vari passaggi risulta pesante e forzato, forse anche per colpa delle linee vocali poco varie. Ma tranquilli: si può essere fiduciosi, giacché i Dissona hanno le capacità e il tempo per correggere il tiro e sgrezzarsi. Nel frattempo, possiamo applaudire Paleopneumatic, un album pregno di "sense of wonder", con alcuni brani di qualità eccelsa e privo di filler.