Fleshgod Apocalypse – King

- Voto: 81 su 100
- Anno: 2016
- Genere: Symphonic death metal
- Influenze principali: Musica colta, Technical death metal, Symphonic black metal, Power metal




A cura di Michele Greco

All'interno degli ambienti metal estremi purtroppo vi è la tendenza a etichettare come "finte" e "plasticose" tutte le band che osano inserire influenze esterne al genere, soprattutto se confezionate con una produzione ben curata. Questo destino è toccato anche ai nostrani Fleshgod Apocalypse, che hanno esordito nel 2009 con Oracles (2008), un album dedito a un brutal death metal molto tecnico, ma che non inventava nulla e anzi risultava un po' banalotto. I momenti più interessanti erano quelli, dosati col contagocce, dove faceva capolino l'orchestra. Proprio questo elemento è stato il perno della successiva evoluzione della band a partire da Agony (2011), un buon album che però risultava un po' troppo monocorde nel suo voler spingere a tutti i costi sull'accelleratore. La svolta sinfonica ha poi raggiunto il suo apice con Labyrinth (2013), ed è qui che è arrivata l'accusa di "puzza di plastica" solo perché dotato di una produzione curata, cosa che fa sospettare che per alcuni individui solo i demo prodotti negli scantinati di Caracas siano degni di essere apprezzati. Nondimeno, l'album aveva davvero dei difetti oggettivi: alcuni brani risultavano eccessivi, a tratti pacchiani, anche per colpa di un missaggio poco equilibrato; i riff non erano sempre ispirati; le parti cantante in voce pulita (dal bassista Paolo Rossi) erano strozzate e stridule. In ogni caso, Labyrinth non è stato certo un disastro e anzi ha regalato alcuni brani notevoli.

Nel 2016 è uscito King, il cui compito è quello di sgrezzare e perfezionare la proposta dei Fleshgod Apocalypse, imparando dagli errori di Agony e Labyrinth. L'album si apre con l'intro guerresca "Marche Royale", nella quale emergono anche il basso e la batteria. In effetti, stavolta il missaggio è più equilibrato e stratificato, riuscendo così a valorizzare tanto la componente symphonic quanto quella death, come possiamo apprezzare su "In Aeternum". Questa inizia travolgendoci con doppia cassa, orchestrazioni che rimandano a Wagner, cori e riff aggressivi. L'atmosfera non è solo violenta, ma anche maestosa e possente, distanziandosi così dai mood più tetri e orrorifici dei maestri Septicflesh. È ottimo anche l'assolo di chitarra, mentre a non convincere è ancora una volta Paolo Rossi, per quanto stavolta abbia scelto linee vocali più adatte alla sua voce.
"Healing Through War" è un mid-tempo basato su un riffing serrato, opera di Tommaso Riccardi e Cristiano Trionfera, e un ottimo lavoro alla batteria, opera di Francesco Paoli; un brano davvero bello, ma che viene nettamente superato dalla successiva "The Fool". Un'intro di clavicembalo barocco, regalo del testierista Francesco Ferrini, ci trasporta nel brano più folle, mutevole e imprevedibile dell'album. L'orchestra, che richiama un po' Mozart, i riff scatenati, i cambi di tempo e l'ottimo growl di Riccardi non possono che lasciare a bocca aperta, e pure le melodie vocali pulite sono geniali, nonostante Rossi stia per sputare un polmone.
"Cold As Perfection" è il secondo brano più lungo dell'album e si tratta di un mid-tempo dai toni drammatici e austeri, con un ritornello in growl. La seconda parte inizia con un recitato accompagnato dal pianoforte, per poi lasciare spazio a un emozionante intervento del soprano Veronica Bordacchini, mentre il finale vede un'accelerazione piuttosto violenta, anticipando così "Mitra". Questo è infatti il brano più legato alle origini della band, col suo death metal tecnico, violento e veloce. Subito dopo, però, si cambia di nuovo registro con "Paramour (Die Leidenschaft Bringt Leiden)", un lied che richiama Schubert, composto a partire da una poesia di Goethe e cantato dalla Bordacchini.
Dopo la calma, ecco arrivare la tempesta di "And The Vulture Beholds", che inizia proprio con un'esplosione di cori, orchestra, chitarre e batteria. Il brano prosegue tiratissimo, cruento e adrenalinico, come la colonna sonora perfetta di una battaglia, ma con degli assoli melodici in grado di variare un po' l'atmosfera. L'unico vero difetto del brano sono le parti vocali pulite, che non solo ricordano quelle di "In Aeternum", ma sono anche troppo acute per Rossi.
Rallentiamo il passo con "Gravity", una composizione oscura, tetra e incentrata sul groove; in alcuni punti potrebbero venire in mente i mid-tempo dei Septicflesh o dei Dimmu Borgir. Diversa è invece la successiva "A Million Deaths", che inizia con un crescendo marziale che mano a mano si stratifica, trasformandosi in un progressive death metal orchestrale in continua evoluzione tra parti violente e altre più vicine al power, con in mezzo ottimi interventi di pianoforte.
"Syphilis", coi suoi sette minuti e mezzo, è il brano più lungo del lotto. L'intro è lenta e lugubre, le strofe sono in growl e il ritornello è cantato in lirico dalla Bordacchini; il brano prosegue fino a uno stacco malinconico seguito da un ottimo assolo. La chiusura in fade-out era evitabile.
Infine, l'album si chiude come di consueto con la titletrack strumentale: in "King", Ferrini dà vita a una composizione al pianoforte molto espressiva e arricchita da richiami a Bach. Sempre a Ferrini si devono anche le orchestrazioni di tutti i brani, la cui cura dei dettagli è apprezzabile nelle versioni orchestrali contenute nell'edizione deluxe.

Insomma, al quarto tentativo i Fleshgod Apocalypse son riusciti a portare a maturazione la propria proposta. Più personale di Oracles, più vario di Agony, più equilibrato di Labyrinth, King è un album raffinato che conferma il quintetto italiano tra le migliori realtà symphonic death al mondo. C'è solo un unico difetto a cui la band dovrà lavorare: le parti dedicate alla voce pulita maschile sono poco interessanti, spesso esagerate e cantate male. Risolvere questo problema potrebbe permettere alla band di utilizzare una tavolozza di colori ancora più ampia.