Lana Del Rey – Honeymoon

- Voto: 42 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Chamber pop, Dream pop
- Influenze principali: Soul, Sadcore





A cura di Michele Greco

Il precedente album di Lana Del Rey, Ultraviolence, era come una donna dalla pelle molto rovinata che pensa di poter diventare stupenda spalmandosi kili di trucco con la cazzuola. Purtroppo, con Honeymoon il discorso non è cambiato: i brani sono quasi tutti scialbi, ma si ammantano di soluzioni superflue per darsi un tono. Per la precisione, sono state riprese le orchestrazioni posticce di Born To Die, ma senza quelle intuizioni melodiche che salvavano in corner quattro o cinque brani. Certo, non siamo ai livelli di cacofonia di Ultraviolence, ma quasi tutte linee vocali di Honeymoon risultano comunque inconcludenti, soprattutto considerando le ritmiche lente e monotone.

Forse qualcuno potrà credere che l'orchestrina melensa sia raffinata o che le distorsioni a caso siano di classe, ma la realtà è che sono soluzioni fini a se stesse. Cito questo articolo di Chiara Gamberetta: 
Lovecraft riempie i suoi racconti di aggettivi e sono bei racconti. Dunque se anch’io riempio i miei racconti di aggettivi, diventano bei racconti. Le Ferrari sono rosse e sono macchine splendide. Dunque se anch’io dipingo di rosso la mia 500 sfasciata, diventa una macchina splendida.
Gamberetta si riferiva alla scrittura narrativa, ma lo stesso discorso può essere fatto in ambito musicale, nella fattispecie a come Lana ha tentato di imitare il buon chamber pop. Ecco perché, sotto kili di trucco, canzoni come "Honeymoon" nascondono solo piattume: sarà anche cambiato di nuovo il sound, ma i problemi di songwriting sono sempre gli stessi. "Art Deco" e "Terrence Loves You" seguono lo stesso schema, con la seconda che esagera nel far cantare a Lana note lunghe senza un decente appoggio/sostegno diaframmatico. "The Blackest Day" "24", invece, potrebbero essere carine, se non fossero state annacquate innaturalmente. Discorso simile per "Music to Watch Boys To""High by the Beach" e "Salvatore": di base sono buone canzoni pop, ma sono state inondate di vocalizzi calanti, armonie vocali cacofoniche che distraggono dalla melodia, brutti parlati col filtro citofono e risate in sottofondo messe senza criterio, il tutto condito con una sessione ritmica inesistente. Di sicuro, però, sono un passo avanti rispetto a quanto sentito in Ultraviolence.
Curioso è il caso di "God Knows I Tried", in cui Lana confessa: “Dio sa che ho supplicato, preso in prestito e pianto”. I prestiti in questione non si riferiscono alla citazione testuale di "Space Oddity" di David Bowie in "Terrence Loves You", bensì 
alla chitarra presa di peso da "Whenever, Wherever" di Shakira nella stessa "God Knows I Tried"all'autocitazionismo di "Freak" nei confronti di "Florida Kilos" e alle somiglianze tra "Salvatore" e "Once Upon a December" del film animato Anastasia
Menzione di disonore per il brano che chiude l'album: un'inutile cover di "Don’t Let Me Be Misunderstood" di Nina Simone dotata di un organetto davvero squallido. 

L'unica consolazione che Lana riesce a darci è "Swan Song", che ha una melodia orecchiabile ma non scontata, un buon testo e un arrangiamento funzionale. Complimenti, questa canzone è davvero bella! Purtroppo può aspirare a essere solo dell'ottimo materiale per cover, in quanto la versione originale è rovinata da un cantato intubato, inespressivo, soporifero e calante. Insomma, vocalmente Lana non è migliorata per niente.

Per quanto riguarda i testi, c'è qualche leggero miglioramento; ad esempio il testo di "Religion" è scritto decentemente, anche se rappresenta una relazione disfunzionale in cui si viene assorbiti dall'altro. Purtroppo "The Blackest Day" non è sullo stesso livello: si passa da "è difficile da esprimere, non riesco a spiegare" (no, sei solo pigra) a "tutto quello che sento è Billie Holiday" (mostra, non raccontare!) fino a cliché testuali come "in cerca di amore in tutti i posti sbagliati", il tutto solo per mettere di nuovo in scena il complesso della cattiva ragazza che vuole essere salvata. Per lo meno non viene tirato in ballo per l'ennesima volta il mito della California, come invece accade in "Freak".
In generale, Lana ha mantenuto gli stessi temi degli album precedenti, usando le stesse identiche simbologie, inserendo ancora citazioni a caso giusto per darsi un tono e facendo analisi ancora una volta molto superficiali. Sotto la confezione patinata e i rimandi al glamour dei tempi andati, Lana non ha nulla di interessante da dire. Per lo meno stavolta non ci sono stati episodi ridicoli come "Cola""Sad Girl"
e "Brooklyn Baby", ma al massimo solo testi inutili come quelli di "Salvatore""Music to Watch Boys To": è già un passo avanti, bisogna riconoscerlo.

Tirando le somme, Honeymoon si trova nell'ironica situazione di essere la perfetta colonna sonora di un lento e lungo divorzio. Resta da vedere se, dopo il processo, Lana Del Rey sarà capace di imparare dai propri errori: chissà, magari ripulendo la propria proposta dagli eccessi potrebbe stupire. Qui su Armonie Universali non abbiamo assolutamente nulla contro di lei, ma anzi abbiamo la mente aperta e ci auguriamo che Lana riesca finalmente a pubblicare un album all'altezza della propria fama. Come vedremo nella recensione di Lust for Life, in effetti Lana ha superato alcuni suoi difetti, ma purtroppo altri sono stati acuiti.