Lana Del Rey – Lust for Life

- Voto: 49 su 100
- Anno: 2017
- Genere: Pop, Dream pop, Trip hop
- Influenze principali: Slowcore, Trap, Pop acustico, Downtempo, Hip hop




A cura di Michele Greco


Lust for Life è il quinto album di Elizabeth Woolridge Grant, quarto sotto il moniker Lana Del Rey. La prima cosa che salta all'occhio è la durata: sedici brani, di cui alcuni oltre i cinque minuti e uno che sfiora i sei, per un totale di ben settantadue minuti. Quando si ha di fronte un album così pachidermico, c'è il rischio che possa essere composto o da canzoni troppo eterogenee o, al contrario, troppo omogenee. Stavolta si è verificato il secondo caso: le ritmiche, spesso troppo lente per melodie che invece renderebbero meglio con un minimo di brio, sono tutte molto simili, così come le atmosfere e, nella prima parte dell'album, gli arrangiamenti. Tale è la monotonia che è alcuni brani sono indistinguibili l'uno dall'altro. Come se non bastasse, alcuni sono stati innaturalmente allungati al loro interno, rendendo ancora più facile l'abbiocco.
Per lo meno, stavolta le soluzioni strumentali non contribuiscono ad appesantire l'ascolto, giacché sono state abbandonate le sviolinate pretenziose e fuori luogo di Born to Die e Honeymoon, ma anche la cacofonia di Ultraviolence. Insomma, finalmente Lana ha imparato a ragionare meglio sulle sezioni strumentali, evitando di esagerare o di cadere nel pacchiano: brava! Si tratta però di un'operazione a doppio taglio, perché se da un lato la maggiore sobrietà fa respirare le composizioni, dall'altro non c'è più il pesantissimo make up a mascherarne i difetti. Una scelta simile avrebbe valorizzato un album conciso come Born to Die, ma Lust for Life rischia di più: si tratta forse del passo più lungo della gamba? Scopriamolo!

L'album si apre con "Love", in cui Lana si traveste da hippie; la melodia è orecchiabile, ma troppo diluita, mentre i gemiti nel bridge sarebbe stato meglio evitarli. Comunque non è un brutto brano, e il successivo è pure migliore: "Lust for Life", in duetto con The Weeknd, è tra i più funzionanti della carriera di Lana. La melodia entra in testa e le tastiere sono piacevoli, nonostante il missaggio poco ragionato di Dean Reid; peccato solo per l'inutile parte parlata, che annienta ogni possibilità di climax e risoluzione. In effetti, questo è un problema di vari brani dell'album: non riescono a evolversi e si spengono l'uno nell'altro.
"13 Beaches" inizia con degli archi fin troppo ricchi di pathos per un testo e una melodia nella norma del pop mainstream, ma fortunatamente si passa subito a un arrangiamento diverso, anche se privo di vita. Le strofe sono parimenti noiose, soprattutto perché Lana non ha le capacità vocali per riuscire a dare una carica emotiva; affidate a una cantante degna di questo nome, sarebbero state più interessanti. In compenso, il ritornello non è male e ha un synth carino.
Proseguiamo con "Cherry", che ha linee vocali genuinamente retrò e, nel ritornello, persino piacevoli, ma che nelle strofe sono prolisse. La struttura, dal canto suo, è inconcludente, mentre il colpo di grazie viene dato da vocalizzi bruttissimi e da un falsetto che fa venire voglia di trapanarsi i timpani. Per lo meno il beat del ritornello è originale, ma può darsi che per questo si debba ringraziare Tim Larcombe, co-scrittore e co-produttore, e il resto del team di produzione (Reid e Rick Nowels in primis). In effetti, è lecito domandarsi di chi sia la paternità delle idee migliori di Lust for Life. Lo storico collaboratore Nowels, ad esempio, ha co-scritto quasi tutto l'album e, nel segreto dello studio di registrazione, chissà cosa ha portato. In ogni caso, la faccia la sta mettendo la signorina Grant, che nei credits è indicata come la scrittrice e produttrice principale, quindi in questa sede daremo per scontato che sia tutta farina del suo sacco, dandole tanto gli onori quanto gli oneri. Ad esempio, riguardo al songwriting di "White Mustang", possiamo dire che sia dimenticabile tanto quanto la prova vocale figlia di un'overdose di Lexotan; solo l'orripilante cacofonia di fischi sul finale, purtroppo, si fissa in mente come un trauma. Nondimeno, il peggio deve ancora venire.

Nell'ultimo decennio, il pop ha perso la capacità di essere trasversale: a meno di non chiamarsi Adele, bisogna accontentarsi di coltivare la propria nicchia più o meno grande. In questo contesto, quando un cantante è commerciale non lo è mai in senso generale, bensì all'interno della propria nicchia. Poiché quella dell'electro/dance pop è sovraffollata da anni, Lana Del Rey a inizio carriera ha optato per quella degli hipster pseudo-alternativi. Da allora ha creato prodotti pensati ad hoc per il suo pubblico, che però si è drasticamente ridotto nel tempo, giacché alcuni hanno abbandonato quella moda e altri hanno approfondito il pop alternativo scoprendo artisti molto più validi. Così facendo, a Lana è rimasto quasi solo lo zoccolo duro dei fan, con anche qualche ascoltatore occasionale che continua a usarla come foglia di fico tra un album di Rihanna e uno di Britney Spears. Probabilmente, però, a Lana un pubblico così ridotto sta stretto, quindi ha cercato di ampliarlo un minimo senza per questo snaturarsi o rischiare l'ammutinamento dalla fanbase. Chiariamoci: non c'è assolutamente nulla di male in ciò! Non si sta dicendo che i cantautori debbano lavorare per beneficenza né tanto meno che "commerciale" sia sinonimo di "scadente"! Il problema qui è il come è stata messa in pratica questa operazione. Considerando che, secondo uno studio riportato da Forbes, l'hip hop e l'r'n'b negli USA detengono la fetta di mercato più grossa, non ci vuole chissà che furbizia per collaborare con due rapper come ASAP Rocky e Playboi Carti, mentre è più difficile trovare un brano adatto ad accoglierli. Con "Summer Bummer" la missione può dirsi fallita, ma perché è offensivamente brutto, al punto che la casa discografica di Lana ha ritenuto inutile promuoverlo. Infatti le parti rappate sono mosce tanto quanto quelle cantate da Lana, che per giunta sul finale si strozza con dei vocalizzi totalmente fuori portata. A tal proposito, quando ha registrato "Groupie Love" era mica raffreddata? È davvero troppo nasale! E sulle note gravi ha pure delle fughe d'aria chiaramente non volute, segno di un'adduzione cordale incompleta. Per lo meno le melodie vocali sono a tratti piacevoli e ci sono delle intuizioni strumentali interessanti, ma in compenso i beat nel ritornello sono troppo invasivi per il contesto e il rap di ASAP Rocky c'entra come i cavoli a merenda. 

"In My Feelings" ha una sezione strumentale curata e funzionale, ma è stata sprecata come accompagnamento a linee vocali scialbe, per giunta cantante in modo calante, sguaiato, nasale e imbruttito dalla post-produzione. Già il ritornello è inascoltabile, ma gli pseudo-acuti del bridge sono un tentativo di omicidio nei confronti dell'ascoltatore! Probabilmente qualcuno dirà che Lana qui sia da brividi, e non si può che concordare: fa rizzare i peli come le unghie sulla lavagna! Questi livelli di orrore vengono fortunatamente evitati in "Coachella (Woodstock in My Mind)", che però sembra comunque cantata sotto l'effetto residuo di un'anestesia totale, probabilmente a seguito di un intervento di asportazione del diaframma. Inoltre la melodia è noiosa, il synth del bridge è cacofonico e l'arrangiamento è troppo piatto per sostenere la citazione di "Stairway to Heaven" dei Led Zeppelin. Invece "God Bless America (And All the Beautiful Women in It)" azzecca un ritornello orecchiabile e Lana ne è così entusiasta da ripeterlo fino alla nausea. La prova vocale, poi, è ancora una volta pessima, per giunta resa caotica dall'accavallarsi dei controcanti. In compenso, dieci e lode per l'ironia degli spari in sottofondo! 

"When the World Was at War We Kept Dancing" finalmente varia un po' l'arrangiamento grazie alla chitarra acustica e ha persino qualche intuizione melodica ispirata. Purtroppo, ancora una volta Lana si rivela essere inadeguata, cantando in modo strozzato, sfiatato e inespressivo, con anche il solito pseudo-falsetto sguaiato. La successiva "Beautiful People Beautiful Problems" opta invece per mettere in evidenza il pianoforte, che però si limita a semplici accordi in successione che non variano mai. C'era davvero bisogno di scomodare Stevie Nicks per qualcosa di così standard? E c'era bisogno di scomodare Sean Ono Lennon per la successiva "Tomorrow Never Came"? Non che questa sia brutta: è solo una generica ballad acustica che, complici la lunghezza annacquata e la struttura inconcludente, passa inosservata. Viene il dubbio che Lana abbia sfruttato certe collaborazioni di prestigio per dare un tono a brani senza infamia e senza lode.

Il terzetto finale dell'album si apre con la lunga "Heroin", di quasi sei minuti. Per chi scrive, la lunghezza non è un problema in sé, e anzi tra i miei brani preferiti ce ne sono anche di mezz'ora. Il fatto è che la durata, qualsiasi essa sia, deve essere funzionale all'anima del brano: in questo caso specifico, sei minuti sono ingiustificati. Il synth iniziale è carino, sì, ma il missaggio lo relega velocemente in sottofondo a una brutta prova vocale su melodie diluite, che però almeno portano a un ritornello tanto orecchiabile quanto già sentito. Considerando poi che il brano continua a trascinarsi stanco e monotono, senza colpi di scena, è facile svenire tra le braccia di Morfeo. Ci si risveglia solo nel bridge, dove il ritmo sembra farsi un minimo più urgente, ma al prezzo di latrati e singhiozzi sopra a un organo che, anziché aggiungere pathos, dà un senso di pesantezza. "Heroin" termina quindi senza un vero climax né una risoluzione, fallendo pure nel tentativo di creare atmosfera. Fortunatamente il discorso è diverso per "Change", che ha un pianoforte davvero bello, anche se penalizzato dal missaggio di Matthew Cullen, e una melodia carina, anche se rovinata dalla mediocre performance al microfono.
Chiude "Get Free", che ha linee vocali piacevoli e retrò, valorizzate da un arrangiamento più vivace rispetto agli altri e in cui l'organo trova il suo posto. Non mancano però le scelte fastidiose, come i controcanti sguaiati alla fine del ritornello che sull'ultimo hanno il volume persino più alto della linea vocale principale, oppure il minuto di gabbiani e rumori di onde che, in un album così lungo, è una zappata sui piedi. Da segnalare, infine, la forte somiglianza con "Creep" dei Radiohead.

Per quanto riguarda i testi, vale il discorso fatto per Honeymoon: non ci sono episodi demenziali  al livello di "Cola" e "Sad Girl" o pretenziosi al livello di "Brooklyn Baby", ma non ci sono neppure guizzi d'ispirazione. Lana ribadisce la sua pigrizia tanto nello stile quanto nei temi, che sono ancora una volta concretizzati nei cliché dell'American Dream in salsa hollywoodiana e vintage. A riprova di questa pigrizia ci sono anche le tante autocitazioni testuali di brani degli album precedenti (ad esempio, "Florida Kilos" in "Summer Bummer"), ma anche citazioni pseudo-colte buttate lì a caso (il campionamento dell'attrice Candice Hilligos nel film horror Carnival of Souls in "13 Beaches""Summer Wine" di Nancy Sinatra in "Cherry"...). Più coerente è invece la citazione del cortometraggio animato When the Wind Blows di Jimmy Murakami in "Change".
Tornando ai versi scritti da Lana, si mantengono nella media del pop mainstream statunitense. C'è però spazio per qualche tentativo di affrontare temi di attualità e rilevanza socio-politica, sebbene si tratti di poche canzoni basate su riflessioni superficiali e luoghi comuni.

Tirando le somme, Lust for Life è superiore a Ultraviolence e Honeymoon grazie agli arrangiamenti più sobri, ma in compenso c'è un'incredibile monotonia sonora, peggiorata dalla prova vocale soporifera e sgraziata di Lana, dalla lunghezza dell'album e dalla scarsità di strutture capaci di evolversi in modo "narrativamente compiuto". Eliminando le canzoni filler e quindi lasciandone solo otto, meglio ancora se epurate dalle parti superflue e con un missaggio decente, Lust for Life sarebbe stato un buon EP. Purtroppo siamo nel campo delle ipotesi, perché in realtà l'ultima fatica della signorina Grant è noiosa e banale, al punto che anche con i nuovi arrangiamenti sembra la stessa solfa degli album precedenti. C'è bisogno di davvero tanto caffè per terminare l'ascolto.
Certo, il detto dice "chi va piano va sano e va lontano", ma di questo passo il primo album degno della fama di Lana arriverà fra quindici anni! È quindi arrivato il momento, per la cantautrice statunitense, di darsi una mossa e cercare l'illuminazione sulla via di Damasco, affinché già dal prossimo album possa esserci un deciso balzo in avanti. La speranza è che Lust for Life possa essere il timido anticipo di un nuovo percorso.