White Sea – In Cold Blood

White Sea – In Cold Blood
- Voto: 82 su 100
- Anno: 2014
- Genere: Electropop, Synth pop
- Influenze principali: Dance pop, Disco, Industrial, Indie Pop




A cura di Alessandro Narciso

C’è stato un momento, fra il 2010 e il 2014, in cui White Sea è passato da essere un side project sperimentale di Morgan Kibby, la tastierista degli M83, a progetto solista vero e proprio di una cantante con le idee chiare e qualcosa da dire. Il catalizzatore è stata una brutta rottura col suo compagno che, da una parte, ha spinto Morgan a ritirarsi prima temporaneamente e poi permanentemente dagli M83 per ridurre lo stress e, dall’altra, le ha dato dell’ottimo materiale da processare in forma musicale.
Chiusa così la parentesi electro-indie di This Frontier, un EP bello ma dispersivo, arriva In Cold Blood, il primo full length del nuovo percorso musicale di Morgan.

Rispetto all’EP, la bilancia sonora tende notevolmente verso l’electropop, a tratti anche mainstream e con influenze Anni Settanta e Ottanta. Detta così sembrerebbe quasi la descrizione di qualsiasi album dance pop degli ultimi anni, ma In Cold Blood ha dalla sua parte il peculiare songwriting di Morgan, la sua classe innata negli arrangiamenti e, ovviamente, la sua voce inconfondibile.
In effetti, gli episodi meno interessanti, comunque godibili, sono quelli che imitano maggiormente il trend del periodo, come “Warsaw” o “Future Husbands Past Lives”. La prima è una canzone dance pop con una bella melodia e delle tastiere piuttosto carine; la seconda ricalca da vicino la disco Anni Settanta con i suoi synth, il tocco di chitarra elettrica, le occasionali sviolinate e la melodia, anche se riserva una sorpresa col cambio di tempo del bridge. Non sono brutte canzoni, solo non aggiungono nulla di nuovo o peculiare.
Fortunatamente, nel resto del disco Morgan trova ottime soluzioni per reinterpretare il genere e farlo proprio, sorprendendo l’ascoltatore con momenti tutto tranne che convenzionali: “Flash”, ad esempio, ha una batteria e un sintetizzatore dal sapore industrial, con un ritmo frenetico che fa un bel contrasto con le linee vocali rilassate delle strofe prima di trovare un’incredibile sinergia nei ritornelli. “It Will End In Disaster” campiona archi pizzicati e ottoni coi suoi synth, ripescando così un po’ del gusto classico di …And The Moon Was Hungry… dei The Romanovs. Si tratta però di una spennellata su una canzone che parte come electropop downtempo prima di sfociare in un altro episodio disco Anni Settanta per poi concludersi come una ballata semi-acustica. Potrebbero sembrare influenze molto discordanti, ma Morgan riesce a mescolarle senza sbavature in un’ottima conclusione per l’album. “For My Love” è un’altra canzone basata sul crescendo: inizia come una ballata per pianoforte elettrico con qualche spennellata di synth e archi in sottofondo, ma dalla seconda strofa acquista un beat discreto. Dal secondo ritornello diventa ballabile e cresce nel bridge, culminando nell’ultimo ritornello in una vera e propria festa dance che inizia con uno spettacolare acuto di Morgan.
Ex-Pat” è un breve segmento dal sapore shoegaze con chitarre riverberate, un accenno di synth e ottime polifonie vocali che funge da intro all’altra ballata dell’album, “Small December”. È il brano più cantautorale sul disco, l’unico affidato principalmente a chitarra acustica e pianoforte. Il sapore intimo è accentuato dall’ottima performance vocale di Morgan e un ottimo arrangiamento orchestrale che, di nuovo, ribadisce le radici classiche della musicista.
Nemmeno i fan degli ottimi arrangiamenti vocali polifonici di Morgan rimarranno delusi: “They Don’t Know”, ad esempio, apre il disco con un coro fatto da tracce vocali sovrapposte e, con un’ottima melodia, un sapiente uso delle chitarre elettriche e parti di synth impressionanti, personalizza al meglio il trend revival Anni Ottanta. I ritornelli sono un vero trionfo, tra potenti tracce vocali sovrapposte e campane; l’energia dell’ultimo è semplicemente contagiosa e mostra come Morgan riesca a sfiorare il mainstream senza perdere in classe. Sulla stessa vena è “Prague”, il migliore degli episodi interamente dance: trainata anche lei da un’ottima melodia, un ritmo contagioso, un ottimo basso, qualche rumore quasi industrial e complessi intrecci di linee vocali, ha alcuni dei synth migliori dell’album, soprattutto nel crescendo del bridge.
Menzione d’onore, infine, per “NYC Loves You”, altra highlight: il synth e le chitarre dell’inizio la fanno sembrare quasi ballabile, fino a quando il ritornello downtempo sorprende l’ascoltatore trasformandola in una power ballad elettronica. Il bel beat Anni Ottanta, delle linee vocali ben riuscite, le armonie ben dosate e l’interpretazione di Morgan la rendono un momento talmente emozionante da dare i brividi.

I testi sono sempre stati un punto di forza di Morgan e non deludono nemmeno stavolta. L’album si divide tra argomenti già noti (l’appetito sessuale di “They Don’t Know”, “Prague” e “Warsaw”) e il vero catalizzatore dietro la composizione dell’album, la fine della relazione di Morgan, che viene esplorata in tutte le sue sfumature: c’è il rifiuto (“Future Husbands Past Lives”), la rabbia (“Flash”), la rassegnazione (“Ex-Pat” / “Small December”), l’accettazione (“For My Love”), il superamento (“It Will End In Disaster”), ma anche l’incredibile fragilità di “NYC Loves You”. È una bella carrellata su sentimenti universali in cui è facile immedesimarsi, accompagnata dalle mille sfumature che la voce di Morgan sa assumere, ora potente, ora pungente, ora malinconica e vulnerabile.
Tolti quindi un paio di episodi un po’ generici, In Cold Blood è un album electropop figlio dei suoi tempi ma molto personale. Morgan ha dimostrati di aver acquisito piena padronanza del nuovo mezzo espressivo, l’elettronica, e aver incanalato l’esperienza maturata con gli M83 in qualcosa di proprio.