Exit Eden – Rhapsodies in Black

Exit Eden Rhapsodies in Black- Valutazione: Buona
- Anno: 2017
- Genere: Symphonic metal, Pop metal
- Influenze principali: Gothic rock, Symphonic rock





A cura di Michele Greco

Le Exit Eden sono un progetto di Amanda Somerville (Trillium, Kiske/Somerville, Avantasia, HDK), Clémentine Delauney (Visions of Atlantis, ex Serenity), Marina La Torraca (Phantom Elite, Avantasia live) e della debuttante Anna Brunner. Rhapsodies in Black è il loro primo album, pubblicato il quattro agosto, ed è una collezione di brani pop riarrangiati in versione symphonic metal. Trattandosi di cover, ho preferito dare una valutazione generica anziché un voto numerico. 

A prima vista, si potrebbe pensare a un progetto trash e pacchiano, ma non è così. Chiaramente si tratta di un guilty pleasure, di qualcosa fatto per puro divertimento e senza alcuna pretesa artistica, ma dietro c'è un grande ragionamento. Non è un caso che la mente sia una professionista con grande esperienza come Amanda Somervile, che è anche la cantante migliore del quartetto.

Gli arrangiamenti funzionano, ma non brillano mai per originalità. Fortunatamente non stiam parlando di brani inediti, ma di cover, quindi la mancanza di sperimentazione è funzionale allo scopo di introdurre gli ascoltatori di pop a un symphonic metal tipo. Nondimeno, Rhapsodies in Black è tutto fuorché un lavoro pigro: non c'è stata una semplice trasposizione dal pop al metal, quanto piuttosto rivoluzione del mood degli arrangiamenti. Ad esempio, "Unfaithful" di Rihanna (ma scritta da Ne-Yo), forse la miglior cover del lotto, nasce come ballad molto generica, ma le Exit Eden le hanno dato più personalità con una svolta adrenalinica. Le stesso è stato fatto con "Impossible" di Shontelle (ma scritta da Arnthor Birgisson e Ina Wroldsen), il cui ritornello catchy viene valorizzato dal contesto strumentale più teso e oscuro. Una cosa simile è stata fatta con Lady Gaga, cantautrice che ha spesso usato sintetizzatori ispirati a riff rock o metal, quindi sarebbe stato facile prendere "Bad Romance", "Judas""Mary Jane Holland" o "John Wayne" e imitarne le tastiere con le chitarre, così come prendere "Bloody Mary" o "Government Hooker" e intensificarne le atmosfere dark. Le Exit Eden hanno invece preferito prendere "Paparazzi" (co-scritta da Rob Fusari) e migliorarla con un arrangiamento inaspettato e stratificato. Un altro brano che è stato interpretato in modo diverso dall'originale è "Frozen" di Madonna (e Patrick Leonard): se si fosse tenuta l'atmosfera mistica, cinque voci (c'è anche Simone Simons degli Epica) avrebbero creato solo caos, quindi le Exit Eden hanno alternato momenti delicati ad altri più metal ma con arrangiamenti eleganti e contenuti. Più ruvida e rockeggiante risulta invece  "Fade to Grey" dei Visage, che funziona molto bene.

In tutti questi casi, lo stravolgimento delle versione originali non è stato fatto senza criterio, ma dando nuove interpretazioni musicali ai testi e ai messagi. In altri casi, però, non è stato necessario rivoluzionare le atmosfere. Ad esempio, con "Skyfall" di Adele (e Paul Epworth), anche questa con la partecipazione di Simone Simons, sono stati semplicemente intensificati gli elementi già presenti. Lo stesso vale per "Total Eclipse of the Heart", scritta da Jim Steinman e originalmente cantata da Bonnie Tyler, le cui sue splendide melodie ben si prestano ad atmosfere epiche; il risultato finale è persino più bello dell'originale. Anche "Heaven" di Bryan Adams (e Jim Vallance) è stata decisamente migliorata grazie all'ottima prova vocale delle cantanti e all'arrangiamento in grado di tirar fuori la vera forza emotiva del ritornello.

Inferiore alle cover citate è quella di "A Question of Time" dei Depeche Mode, il cui arrangiamento è il più cliché e ha degli archi posticci che, se nel ritornello supportano bene il mood, nelle strofe risultano meno efficaci dell'elettronica. Ciò nonostante, questa cover riesce a salvarsi in corner, ma lo stesso non si può dire dei due momenti imbarazzanti dell'album. Il primo è "Incomplete" dei Backstreet Boys (ma scritta da Dan Muckala, Jess Cates e Lindy Robbins), che risulta fin troppo carica di pathos per la sua natura di brano da boy band per ragazzine. Il secondo è "Firework" di Katy Perry (e degli Stargazer, di Sandy Vee e di Ester Dean), il cui arrangiamento è fuori luogo e, in combinanzione con la melodia zuccherosa, risulta adolescenziale; della stessa Perry si sarebbero potuti prendere brani ben più adatti all'esperimento. 

Gli arrangiamenti, dicevamo, non sono certo innovativi, però in compenso sono ben fatti e coerenti con le atmosfere e le strutture. Ad esempio, il violoncello in "Unfaithful" ed "Heaven" è davvero calzante, così come gli archi di "Impossible", la chitarra acustica ispirata a "Stairway to Heaven" dei Led Zeppelin in "Skyfall", la fisarmonica nel bridge di "Fade to Grey", lo xilofono simil-carillon dell'intro di "Paparazzi" e i fiati celticheggianti in quello di "A Question Of Time".
Avendo ben quattro voci soliste, si è preferito non esagerare con gli elementi orchestrali, mettendo quasi sempre in primo piano le chitarre. Queste regalano qualche piacevole assolo ben inserito nel contesto, mentre i riff si limitano a creare uno sfondo per l'intrecco di voci. Intreccio che in realtà si riduce a parti alternate e ad altre cantate all'unisono, con poche armonizzazioni, ma va benissimo così perché mettere continui controcanti avrebbe solo distratto dalle melodie e creato confusione.

La combinazione delle cantanti è ben assortita: Amanda e Marina alternano parti moderne e parti simil-liriche, ma la prima ha il timbro più scuro della seconda; Clémentine, che pare canti solo in moderno, copre le restanti sfumature, mentre Anna si occupa delle parti più aggressive e roche. In effetti, quella utilizzata peggio è proprio Anna: se nel bridge di "Paparazzi" e nel ritornello di "Fade to Grey" ci sta benissimo, in "Unfaithful" e "Impossible" c'entra come i cavoli a merenda. 
Sebbene nelle parti simil-liriche le voci si confondano e risultino ovattate, generalmente il missaggio permette di valorizzarle e distinguerle. Persino in "Frozen" e "Skyfall", dove si aggiunge la bravissima Simone Simons, non si crea mai caos; tra l'altro, ottima l'idea di non usare il lirico per "Frozen", che altrimenti sarebbe stata indigeribile. Anche in "Total Eclipse of the Heart" l'ospite si sente, ma in questo caso non è un bene perché Rick Altzi dei Masterplan ha una voce sporca e sgraziata: considerando che Amanda ha fatto per anni la corista per i Kamelot, perché non chiamare Tommy Karevik? 

Tirando le somme, Rhapsodies in Black è un album di cover che, senza pretese, funziona molto bene. In tanti storceranno il naso, ma questo progetto va valutato per ciò che è: un guilty pleasure che potrebbe avvicinare nuovi ascoltatori al metal. Proprio per questo, gli arrangiamenti poco coraggiosi hanno senso d'esistere, ma se il quartetto di cantanti vorrà occuparsi anche di inediti, dovrà necessariamente trovare soluzioni più originali e personali. Si tratta comunque di un enorme "se", perché le Exit Eden sembrano essere palesemente una parentesi fatta per divertirsi e magari finanziare meglio i progetti seri, ad esempio i Trillium e il futuro nuovo album solista di Amanda Somerville.