Meg Myers – Sorry

- Voto: 75 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Alternative rock, Pop rock
- Influenze principali: Indie rock, Synth pop, Post grunge





A cura di Michele Greco

Meg Myers, classe 1986, è una cantautrice statunitense originaria di Nashville, capitale del Tennessee. Dopo aver pubblicato due EP, Daughter in the Choir nel 2012 e Make a Shadow nel 2014, nel 2015 ha dato alle stampe il suo primo full length, Sorry.

Composto da tre tracce dell’EP Make a Shadow e da sette inediti, Sorry è insieme il punto di partenza della carriera di un'artista che sa ciò che vuole e il punto di arrivo della gavetta. In effetti, sebbene in quest'album convivano un'anima più ruvida e rock e una più levigata e pop, l'equilibrio è molto ragionato.

A rappresentare l'anima più pop dell'album ci sono il ritornello irresistibile di "Sorry", i sintetizzatori e il ritmo frizzante di "A Bolt from the Blue" e la delicata opener "Motel". Punto di congiunzione tra i momenti più catchy e quelli più ruvidi è "Lemon Eyes", che ricorda la Avril Lavigne degli esordi, ma con una maggiore cura per i dettagli nella sezione strumentale. 
La bravura di Meg non si limita agl'inni radiofonici, come dimostra nei brani più taglienti. È il caso della travolgente "I Really Want You to Hate Me", dove il groove si fa amaro e la voce trasmette rabbia e rassegnazione, con anche momenti quasi urlati. Abbiamo poi "Make a Shadow", che ricorda alcuni episodi del primo album solista di Dolores O'Riordan, anche per via di una performance vocale che ne riprende vagamente lo stile. Più spinta è invece "Desire", che è letteralmente un amplesso in musica: Meg ansima seguendo un ritmo cadenzato, scandito anche da chitarre perverse, da un assolo e da un intelligente uso dei synth e del piano.
C'è spazio anche per due ballad alla chitarra acustica: la dolce "Parade", impreziosita con degli archi, e "The Morning After", che ha dei tappeti corali celestiali. Entrambe sono delicate e malinconiche, ma forse la seconda è più emozionante. A loro si aggiunge "Feather", che parte lenta e poi diventa un po' più ritmata.

A livello testuale, Sorry rappresenta uno spaccato sincero e spesso cinico della generazione Millennial. Un esempio lo si trova in "I Really Want You to Hate Me": "I really want you to hate me, I really want you to find that I'm the ugliest girl and I will never be a bride!". Questa difficoltà a rapportarsi col mondo la si nota anche in "Feather" ("I'm shaking on the floor, but I want to fly") e porta anche all'insicurezza in amore (es. "Sorry" e "Lemon Eyes"). Ciò non impedisce a Meg di avere bisogno di affetto, come canta in "The Morning After" ("I couldn't sleep last night, there were lions and bears tearing you from my side") e in "A Bolt from the Blue", senza per questo rinunciare all'appetito sessuale, come diventa esplicito in "Desire" ("I wanna fuck you, I wanna feel you in my bones! [...] I wanna break you, I wanna throw you to the hounds! I gotta hurt you, I gotta hear from your mouth! Boy, I wanna taste you, I wanna skin you with my tongue! I'm gonna kill you, I'm gonna lay you in the ground!").

Insomma, quest'album ha testi sinceri, melodie efficaci, sezioni strumentali ben fatte e performance vocali che, pur senza un'adeguata preparazione tecnica, riescono a coprire un'ampia varietà di sfumature emotive. Certo, Sorry non è ancora in grado di proiettare Meg Myers nel firmamento del rock, ma è solo l'album d'esordio di una giovane cantautrice. Non ci sono filler e due/tre brani sono notevoli: se le premesse sono queste, Meg ha un radioso futuro davanti a sé.