Kari Rueslåtten – Silence is the Only Sound

Kari Rueslåtten – Silence Is The Only Sound
- Voto: 83 su 100
- Anno: 2017
- Genere: Alternative pop, Soft rock
- Influenze principali: Post rock, Folk, Ambient




A cura di Alessandro Narciso

Kari Rueslåtten è inarrestabile. Dopo otto anni di silenzio, nel 2013 è stato Time to Tell e da allora non si è più fermata: alla pubblicazione dell’album nel 2014 è seguito un tour solista, poi uno col trio The Sirens assieme a Liv Kristine e la sempre ottima Anneke van Giersbergen (le primissime frontwoman del gothic metal) e, nel 2015, un nuovo album, To the North, con relativo tour. A quanto pare, il momento di parlare è duraturo e prolifico visto che, nonostante gli impegni, nemmeno due anni dopo arriva Silence is the Only Sound, terzo album dopo la lunga pausa, settimo complessivo nella carriera solista ventennale di Kari (addirittura ottavo se si considera il demo-cd commercializzato nel 1995).
La pubblicazione così ravvicinata di più album porta sempre un misto di piacere e paura: To the North, uscito a un annetto scarso dal precedente, ha dimostrato che le idee continuavano a esserci e il sound di Kari non ristagnava, ma può il trucco funzionare due volte di fila?
Ad ascoltare “Chasing Rivers”, il singolo di lancio, c’è stato quasi da temere il peggio: è una canzone innocua, non brutta ma nemmeno particolarmente ispirata, con una melodia piacevole ma dallo scarso impatto – nulla più che una scusa per sentire la voce di Kari. Richiama un po’ il pop disimpegnato di Mesmerized (1998), l’episodio più radiofonico della discografia della norvegese, ma reinterpretato con la maturità artistica del nuovo ciclo musicale con quel tocco post-rock di To the North. Insomma, non solo non ha aggiunto nulla di nuovo rispetto all’album precedente, ma non è nemmeno all’altezza dei suoi episodi migliori. Il fatto che il singolo successivo fosse una reinterpretazione in inglese della titletrack di Spindelsinn (1997) ha aggiunto ulteriore preoccupazione: è stato davvero un gesto genuino per commemorare il ventennale dell’album o, piuttosto, una furbata per accontentare i fan nostalgici e nascondere carenza di idee?

Per fortuna, Silence is the Only Sound toglie subito ogni dubbio: ha molto da offrire. “Chasing Rivers” è infatti il brano meno interessante del disco, un pelino sotto un altro episodio poco memorabile come “Saviour”: entrambe le canzoni vivono principalmente dell’ottima performance vocale di Kari, ma almeno “Saviour” ha un bell’arrangiamento fra archi, tastiera e sessione ritmica. Già col terzo e ultimo brano sotto la media le cose si fanno interessanti: l’allegro sapore pop di “The Parting (Shine a Light)” può non essere nulla di nuovo, ma la canzone non è affatto trascurabile grazie al bellissimo violoncello che, nel ritornello, sembra quasi duettare in terzina con Kari – una soluzione molto più memorabile, ad esempio, di una seconda voce sovrimposta.
In generale, il trucco del disco è proprio questo: è composto da canzoni tutt’altro che pretenziose che sfruttano con naturalezza e maestria la tipica struttura strofa-ritornello, senza caricare inutilmente la parte tecnica, ma aggiungendo sempre un tocco di personalità e classe. È una scelta che valorizza le melodie ispirate (tutte le altre sei lo sono) e lascia fluire indisturbata la carica emotiva dei brani, dando alla voce di Kari il ruolo di protagonista assoluta.
In generale, il sound è simile a quello di To the North, ma una minore enfasi sul riverbero delle chitarre, un maggiore uso di tastiere e leggerissime texture elettroniche al posto degli strumenti acustici lo differenziano il tanto da dargli una personalità propria, un po’ come Other People’s Stories (2005) ha giocato su sfumature diverse dell’elettronica minimalista di Pilot (2002) piuttosto che rivoluzionare completamente il sound.
Assieme al minore uso di strumenti acustici, è ridotta anche l’enfasi sul folk a favore di altre sfumature della palette sonora di Kari. L’opener “Believer” è forse la canzone che se ne discosta meno, col suo sei ottavi che ben accompagna i fraseggi simmetrici di una melodia semplice ma incisiva; molto bella è la chitarra elettrica, giusto un pochino distorta e riverberata, i cui fraseggi vivacizzano dallo sfondo l’andamento regolare del brano. Lo stesso sapore tradizionale lo troviamo in chiusura d’album nella melodia di “Silence is the Only Sound”, in cui la voce di Kari è accompagnata per lo più da un discretissimo pianoforte con giusto qualche riverbero di chitarra. La sessione ritmica arriva solo nella seconda metà del brano in una coda semi-strumentale che culmina con una ripresa del ritornello quasi sussurrata e conclude magnificamente l’album.

La vera magia, però, sta nei brani rimanenti. “Spellbound”, il remake di “Spindelsinn”, evidenzia bene la maturità artistica raggiunta da Kari, soprattutto nell’economia degli arrangiamenti: eleva il brano su tutt’altro livello epurandolo dei synth Anni Novanta (che, per carità, ci stavano pure) a favore di un ritmo soffuso e un fraseggio di chitarra dal sapore post-rock come accompagnamento essenziale. Entrambe le versioni hanno un loro fascino, ma la nuova mostra di essere figlia di un’artista che sa calibrare perfettamente gli elementi grazie a vent’anni di esperienza.
Gone”, con il suo groove soft rock, è uno degli episodi meglio riusciti del disco: archi nervosi, riff di chitarra più ruvida e seconde voci riverberate esaltano una melodia agrodolce sulla quale la voce di Kari assume sfumature ora fragili e confessionali, ora aspre e ciniche. È una delle canzoni dalla texture più ricca di tutto il disco ma, ancora una volta, evita di strafare. “The Harbour” è una traccia di grande atmosfera grazie all’uso intelligente di ogni suono, messo lì per evocare l’ambiente descritto dal titolo e dal testo: ci sono rumori ambientali di sottofondo (il verso dei gabbiani, appena accennato per non essere pacchiano), qualche leggero fischio del microfono per dare l’idea di uno spazio aperto, degli ottimi rullii di piatti che richiamano il rumore delle onde e l’arpeggio ritmico delle chitarre che somiglia al leggero sciabordio dell’acqua calma. È un arrangiamento molto ben riuscito per un’altra melodia accattivante.
Music You Should Hear” è un’altra highlight. Si tratta di un brano minimale costituito da nulla più che una soffusissima tastiera, bei riff di chitarra acustica, qualche rumore ambientale e la sempre magnifica voce di Kari, emozionante come non mai nel condurre una melodia completata da un delicatissimo tamburo che richiama il battito del cuore di cui parla il testo.

As Evening Falls” è un brano particolarmente interessante: non solo è un'altra delle canzoni migliori del disco, ma anche, per molti versi, la controparte speculare di “Carved in Stone” da Other People’s Stories. Entrambe descrivono la perdita di una figura genitoriale: materna in “Carved in Stone”, paterna in “As Evening Falls”; la prima racconta di un fatto improvviso già avvenuto in assenza della protagonista, la seconda descrive un evento in qualche modo atteso che si svolge sotto i suoi occhi. Nella prima c’è un certo distacco emotivo, mentre la seconda è carica di emotività. Alcuni dettagli dei due testi lasciano intendere che la morte del padre sia precedente e le due canzoni siano scritte secondo la prospettiva e maturità emotiva di due età diverse: “Carved in Stone” è vissuta da un’adulta, “As Evening Falls” da una ragazzina. È un punto su cui vale la pena soffermarsi perché non è la prima volta che Kari dà continuità tematica a canzoni di Other People’s Stories su lavori successivi, per cui, a prescindere dall’essere o meno autobiografiche, è verosimile che le due canzoni seguano la stessa narrazione.
Qualunque sia l’interpretazione, il pregio di “As Evening Falls” è, ancora una volta, di ottimizzare ogni elemento compositivo e sonoro per amplificare il mood e la storia che racconta: il progredire della situazione è raccontato con una melodia in minore incalzata da un ritmo nervoso che si scontra con un cantato molto delicato, tutto sulle note alte per richiamare un pianto soffuso. Delle due tracce di tastiera, una è un discreto sottofondo di accordi, mentre l’altra, arpeggiata, aumenta il senso di urgenza del testo assieme alle chitarre e alla dizione ritmata del cantato. A completare il tutto, ottimi assoli di chitarra fanno da bridge e conclusione, evocando quasi un lamento funebre. Profondamente sentimentale ma non stucchevole, “As Evening Falls” merita un posto fra gli highlight della carriera di Kari; il modo in cui ogni nota e strumento contribuiscano al mood e la continuità narrativa le danno quel tocco di classe in più.

Oltre alla padronanza della tecnica che permette all’espressività della voce di Kari di trasparire indisturbata, sono i testi, ancora una volta, uno dei punti forti dell’album. Molti descrivono scene di vita quotidiana, piccoli drammi che chiunque potrebbe aver vissuto, o situazioni aperte a più di un’interpretazione con il solito tono di Kari, confessionale ma schietto, ricco di poesia ma in qualche modo cinico e analitico. Si va dalla rassegnazione per una separazione di “Chasing Rivers” e “The Parting (Shine a Light)” alla calma implorazione, nel lasciarsi, di non ignorare la “Music you should hear: it’s the sound of your heartbeat”, ovvero i sentimenti. “Gone” sembra invece raccontare il desiderio di nascondere il vizio dell’alcool a qualcuno la cui stima si teme di perdere, mentre “Believer” e “Saviour” descrivono la forza di un rapporto (romantico o d’amicizia sta all’ascoltatore) con metafore religiose. Interessante è “Spellbound”, le cui strofe sono una traduzione piuttosto accurata del testo norvegese di “Spindelsinn” (“rete mentale”), mentre i ritornelli divergono notevolmente per preservare la metrica e, per quanto possibile, la fonetica dell’originale.

Ancora una volta, quindi, Kari Rueslåtten si è dimostrata non solo una vocalist eccelsa, ma anche una grande autrice capace di regalarci ottime melodie, testi interessanti e molte emozioni. Assieme al suo team di musicisti ha costruito una confezione sonora che esalta ognuna di queste qualità e lascia la ribalta alla sua voce senza che però la parte strumentale risulti banale o passi in secondo piano. È la dimostrazione che, quando un’artista ha davvero qualcosa da dire, pubblicare album a ritmo così sostenuto non va per forza a detrimento della qualità.