Leprous – Malina

- Voto: 89 su 100
- Anno: 2017
- Genere: Progressive rock, Synth rock, Symphonic rock
- Influenze principali: Djent, Progressive metal, Jazz, Musica elettronica, Alternative rock, Musica colta, Gothic rock, Art pop




A cura di Michele Greco


I Leprous sono da anni un'istituzione del progressive metal. Già con la demo Aeolia (2006) avevano dimostrato un'enorme creatività, ma è con capolavori quali Tall Poppy Syndrome (2009) e Bilateral (2011) che è arrivata la consacrazione grazie a un sapiente uso delle sincopi, dei tempi dispari, delle poliritmie e delle strutture non convenzionali. Con il passo falso Coal (2013) e poi con l'ottimo The Congregation (2015) la formula dei norvegesi stava iniziando ad arroccarsi su se stessa. Inconsciamente questo lo avevano capito anche loro; componendo il nuovo album, infatti, hanno virato verso il rock senza averlo programmato. Una piccola rivoluzione, sebbene coerente col percorso dei Leprous (basti ascoltare, dall'album precedente, "The Flood" e "Lower"), che ha diviso i fan della prima ora. Se però non siete metalhead duri e puri, Malina potrà dischiudersi dinanzi a voi in un'esplosione di emozioni.

L'album si apre con "Bonneville", nella cui prima metà Einar Solberg canta con delicatezza seguendo le ritmiche jazz del batterista Baard Kolstad e un arpeggio di chitarra fluidificato dal sintetizzatore. Nella seconda metà, il basso di Simen Børven e le chitarre di Tor Oddmund Suhrke e Robin Ognedal virano verso un djent molto controllato, spezzato solo dall'elettronica quasi psichedelica prima del climax vocale. Con la successiva "Stuck" ci si sposta invece sul rock radiofonico, ma come preludio a una parte che fonde con eleganza e forza emotiva la musica elettronica e gli archi dell'ospite Raphael Weinroth-Browne.
Quando "From the Flame" è stato pubblicato come primo singolo dell'album, molti sono rimasti spiazzati. Superato lo shock iniziale, però, si può apprezzare un rock dalle linee vocali molto ispirate, soprattutto nell'emozionante ritornello, e valorizzate da un'ottima prova vocale. Inoltre, se da un lato la struttura segue la forma canzone, dall'altro l'arrangiamento si basa su ritmiche in 13/8, che però, differentemente da quanto fatto in passato, non sono molto mutevoli e quindi permettono all'ascoltatore di abituarsi. Di pasta diversa è "Captive", i cui incalzanti controtempi riportano all'origine dalla band, sebbene la distorsione delle chitarre sia attutita dalla produzione. Come al solito, la prova di Solberg spicca per espressività, anche grazie a degli azzeccatissimi falsetti. Ma lui è anche un intelligente tastierista, come dimostra nella pulsante e sintetica "Illuminate", che potrebbe appartenere ai migliori Muse, anche per via del ritornello irresistibile.
La successiva "Leashes" inizia come una ballad acustica dai toni malinconici, ma nel ritornello diventa più passionale e disperata; sono notevoli anche gli inserti orchestrali. Segue l'ardita "Mirage", che risente dell'influenza di Devin Townsend e dei Meshuggah e che risulta orecchiabile nonostante il suo ritmo in 17/8. Qui il vecchio e il nuovo corso dei Leprous si fondono in un vortice di chitarre e sintetizzatori emulsionato da melodie vocali ispirate. Da standing ovation anche e soprattutto la performance del bassista.
La titletrack, "Malina", è uno dei brani più emozionanti del lotto. Il discreto sintetizzatore e il violoncello si intrecciano con un cantato sommesso, a tratti singhiozzato, dipingendo paesaggi sonori a tinte fosche; non c'è da stupirsi che Solberg si sia dichiarato fan di Susanne Sundfør e dei Massive Attack. E mentre la batteria scandisce un'ansiogena cavalcata e le chitarre muoiono e rinascono dalle proprie ceneri, questa colonna sonora accompagna l'anima verso l'epifania: "realize there's no way out, every day growing older; realize there's nowhere to hide, every day moving slower". Da questa consapevolezza raggiunta in "Malina" prende il via "Coma", con la sua batteria tecnicissima, le sue chitarre cariche d'elettricità, i suoi archi che richiamano il tango e il suo ritornello che rimanda un po' agli Opeth. "The Weight of Disaster", invece, compendia diversi aspetti del progressive in un arazzo tessuto con la malinconia delle strofe e la disperazione del ritornello.
L'album si chiude col capolavoro "The Last Milestone", che è perfettamente inseribile nell'alveo della musica colta; sette minuti e mezzo di tragico lirismo orchestrale e vocale. Gli uccelli hanno smesso di cantare, le foglie sono cadute, le nubi hanno oscurato il sole: questa è l'ultima elegia prima della fine del mondo.

Dopo aver asciugato le lacrime e aver calmato il respiro, ciò che rimane è la sensazione di aver ascoltato non un semplice album musicale, bensì l'essenza stessa della vita.
Malina, pur con qualche lieve ripetizione, è un concentrato di musica raffinata e originale, ma anche accessibile ai più. Sarebbe molto innaturale fare confronti con Tall Poppy Syndrome e Bilateral, in quanto i Leprous stavolta hanno voluto esprimere qualcosa di diverso; non inferiore o superiore, solo diverso. Non vi è alcun motivo per cui la riduzione della componente metal, l'assenza del growl e le strutture meno avanguardiste debbano pregiudicare la qualità di Malina, album che, nella sua dimensione, è un capolavoro da ascoltare sia con il cuore sia con la mente.