Susanne Sundfør – Music for People in Trouble

- Voto: 78 su 100
- Anno: 2017
- Genere: Indie pop, Art pop, Jazz, Country folk
- Influenze principali: Musica elettronica (Musique Concrète, Ambient, Drone, Noise)




A cura di Michele Greco


A volte la vita è ironica, prima dà e poi toglie: chissà se nel 2015 Susanne Sundfør ha pensato qualcosa di simile. Con Ten Love Songs finalmente la sua fama ha valicato i confini norvegesi, ma a che prezzo? Lo stress derivato dal troppo lavoro le ha portato un esaurimento nervoso, seguito poi da una pesante delusione amorosa che ha condotto verso depressione e alcolismo. Per mesi ha faticato a uscire dal letto, se non da ubriaca; per mesi ha fumato decine di sigarette al giorno, rischiando di rovinarsi la voce. Come se non bastasse, Susanne era divorata dall'ansia generata anche solo dal guardare un telegiornale: surriscaldamento globale, inquinamento, guerre, attentati terroristici, il dramma dei migranti morti in mare e l'avanzata del populismo di destra erano tutto ciò a cui riusciva a pensare. Come ha detto lei stessa, "puoi impegnarti politicamente, puoi unirti a Greenpeace, ma potresti comunque continuare a sentirti triste, spaventato e atterrito": questa era la sua condizione. Ma non voleva arrendersi, bensì voleva trovare un modo per essere calma e lucida. Quel modo passava per l'introspezione.

Durante questo periodo, Susanne ha intrapreso un viaggio fotografico intorno al mondo, dall'Islanda al Nepal passando per l'Amazzonia, il Guatemala, la Corea del Nord e la Cina. Se da un lato il toccare con mano la distruzione degli ecosistemi e la condizione di chi vive sotto una dittatura l'ha turbata, dall'altro lato le ha fatto capire che la sofferenza fa parte della condizione umana ed è attraverso l'empatia che possiamo alleviarla, perché talvolta si ha bisogno di sapere che non si è soli, che qualcuno può capirti davvero. Per questa epifania è stato indipensabile il Dark Mountain Project, gruppo di artisti eterogenei impegnati nella lotta alle crisi ecologiche e sociali; un'altra fonte d'ispirazione è stata la lettura dell'antologia di poesie "News of the Universe" curata da Robert Bly.

Ma l'introspezione si è concretizzata anche nella musica, giacché Susanne ha sentito la necessità di ritrovare l'artista spontanea che era un tempo. La composizione di Ten Love Songs le è risultata macchinosa, provocandole una sorta di reazione allergica ai ritmi dance. La cantautrice ha abbandonato anche la cerebralità sintetica di The Silicone Veil (2012), rivolgendosi piuttosto all'esordio Susanne Sundfør (2007). Ricercando un rapporto più intimo con la musica, ha composto i nuovi brani principalmente al pianoforte o alla chitarra acustica, aggiungendo successivamente solo pochi altri strumenti. L'esperienza accumulata negli anni, però, non è stata messa da parte, ma anzi ha permesso di integrare influenze eterogenee raffinando il prodotto finale, che così facendo si avvicina a ciò che ha rappresentato The Brothel nel 2010.

Music for People in Trouble è idealmente divisibile in quattro blocchi interni. Il primo inizia con la breve "Mantra", nella quale Susanne afferma di essere "vuota come la Terra, una nascita insignificante, polvere di stelle nell'universo"; ironicamente, questo è il testo che l'ha aiutata rialzarsi. Purtroppo la musica non riesce a tenere il passo, perché siamo di fronte al brano più brutto che abbia mai scritto, sia per colpa della linea vocale noiosa sia per colpa dell'accompagnamento alla chitarra fin troppo scarno. È solo un'intro, sì, ma il confronto con "Darlings" è impietoso.
Già migliore è la successiva "Reincarnation", che ha un testo ben scritto ("I thought I saw your soul flashing and dancing on the horizon, shades of jade and emerald; [...] I won't be missing your tender kissing, 'cause the light will wipe out all the scars"). Purtroppo anche in questo caso la musica non è all'altezza: Susanne si è limitata a prendere di peso gli stilemi del country e a riproporli senza alcuna personalizzazione. Ascoltando "Reincarnation" ci si chiede: ce n'era davvero bisogno? È un buon brano, ma Susanne non sta aggiungendo nulla di nuovo a quanto già detto, ad esempio, da Gram Parsons.
Di queste due tracce, a infastidire è anche la loro posizione nella tracklist: non solo abbassano le aspettative dell'ascoltatore, ma per giunta danno una falsa impressione del sound dell'album; infatti già dal terzo brano si cambia rotta. La prima parte di "Good Luck Bad Luck" è un lento che si fregia di un ispirato assolo di pianoforte e di una sentita intepretazione vocale. Nel testo, Susanne afferma: "The almighty scientist says most of the universe is empty and gods don’t exist; well, maybe, that's where our love ends up: no Holy Grail, just an empty cup". Susanne è atea e appassionata di fisica, quindi non sta attaccando la scienza; sta piuttosto facendo un parallelismo con l'amore: è dando per scontato che non ci fosse alcuna connessione profonda fra lei e il suo amante, che il loro rapporto ha perso significato. Pronunciate quelle frasi, si entra nella seconda parte del brano, che è puramente jazz. L'effetto sorpresa è piacevole, così come l'atmosfera dark tessuta dal contrabasso e dall'assolo di sassofono; nondimeno, una chiusura simile sembra fine a se stessa, buttata lì senza un reale motivo. Susanne non è avvezza a certi errori da principiante, quindi è possibile che l'outro di "Good Luck Bad Luck" abbia la funzione di spezzare il flusso dell'album, ma in tal caso sarebbe stato più elegante trasformarla in un interludio indipendente. Se invece la funzione della sezione jazz non dovesse essere questa, allora sarebbe stato preferibile spostarla al centro dal brano, incorniciandola con le parti cantate.

Fin'ora Music for People in Trouble ha deluso tanto dal punto di vista qualitativo quanto dal punto di vista strutturale. Fortunatamente, dalla quarta traccia in poi il livello si alza di molto e il sound risulta più ragionato e coeso.
I quasi otto minuti di "The Sound of War" iniziano con rumori naturali (lo scroscio di un ruscello, il cinguettio degli uccellini...) sostituiti poi da una chitarra acustica un po' medievaleggiante e un po' sullo stile di Leonard Cohen. Qui Susanne intepreta con delicatezza un testo rassegnato ("Dust on the china, the spiders take over; without your gracious hands, chaos remains; the clock the sole reminder; [...] Dawn will turn to dust, and the snow falls down; your footsteps on the ground are lost in the silence; [...] Our songs live on, in the Era of Stone, a red blinking Zion"). Avvicinandosi al quinto minuto, il brano viene invaso da un'elettronica fra l'industrial e il noise che simula il ronzio dei droni: questo è il suono della guerra. Dopo un climax ansiogeno che rimanda a "Threnody for the Victims of Hiroshima" di Krzysztof Penderecki, un ambiente sintetico ci avvolge, ovattando le bombe in lontananza e pulsando in attesa di traghettarci oltre lo Stige.
Al finale di "The Sound of War" si ricollega l'interludio "Music for People in Trouble". La sua prima metà si basa su un discorso dell'escursionista Andres Robers; intervistato dalla stessa Susanne durante un ritiro sui Pirenei, ha risposto alla domanda "cosa diresti a qualcuno che ha rinunciato a vivere?". È inoltre presente un sample di "Gesang der Jünglinge", Capolavoro col quale Karlheinz Stockhausen ha mischiato musica concreta francese ed elettronica tedesca; questi suoni si fondono con le parole di Roberts, che divengono parte integrante della musica attraverso distorsioni e filtri. La produzione ci distoglie quindi dal messaggio dell'escursionista, così come la tecnologia ci distoglie dal senso della vita. Per ritrovare noi stessi dobbiamo imparare l'arte dell'introspezione: ecco perché la seconda metà di "Music for People in Trouble" è alla chitarra acustica. È interessante, inoltre, come ciò crei un chiasmo rispetto alla struttura di "The Sound of War".

Il terzo blocco dell'album è composto da tre brani legati dall'argomento e dello strumento principale. Si inizia con "Bedtime Story" che ha linee vocali eleganti e orecchiabili doppiate dal pianoforte, al quale si aggiunge in sottofondo un discretissimo synth. Nella prima strofa, Susanne riflette sugli errori del suo ex amante, che mentiva quando diceva che andava tutto bene; così facendo, lui ha sofferto e lei ha iniziato ad avere paura di fidarsi. Ma in fondo cos'è il Diavolo, se non un bravo negoziatore? Dopo un assolo jazz di clarinetto, Susanne riflette sui propri errori: la paranoia l'ha portata a dare per scontato che sarebbe andato tutto per il peggio; così facendo, ha raccontato a se stessa il futuro prima ancora di viverlo. Ma in fondo cos'è stata lei, se non una pessima narratrice? Dopo questa domanda, il brano viene spezzato di nuovo, ma stavolta al clarinetto e al pianoforte si aggiungono dei passi, lo squillo di un telefono e l'eco di una voce. I campionamenti sono ovattati, come a suggerire che siano solo ricordi o desideri nella mente di Susanne. Ciò diventa chiaro nella terza strofa, dove afferma che, nelle notti fredde, ripensa al tempo in cui il suo ex la rassicurava scacciando via gli incubi. Ma in fondo cos'è l'amore, se non un piccolo e fragile acchiappasogni?
La successiva "Undercover" è il primo brano che distingue strofe e ritornello, tra l'altro molto orecchiabili. Anche questa è una ballad al pianoforte, stavolta con richiami a Dolly Parton e ad Adele. Susanne intepreta con sentimento un testo riguardo al non fidarsi di coloro che dichiarano di amarti, perché ti deluderanno sempre; ti baceranno di sera, ti ameranno fino al mattino e poi, una volta ottenuto ciò che volevano, spariranno appena il sole illuminerà le loro intenzioni. Susanne a questi adulatori preferisce coloro che amano con discrezione e non pretendono di dirti cosa sia reale. Il brano si conclude con un emozionante climax vocale sorretto da cori angelici; purtroppo la versione dell'album allunga un po' questa parte, rendendola ripetitiva e terminandola per giunta con un fade-out, quindi è preferibile la versione tagliata del singolo.
Il terzetto si conclude con "No One Believes in Love Anymore", il cui cinico testo spiega che, se getterai via le chiavi del tuo cuore, nessuno te le chiederà, e se ti accontenterai del futile piacere, nessuno vorrà di più. L'intepretazione maiuscola di Susanne si concretizza in una linea vocale sottilmente orientaleggiante valorizzata dal kanklės (uno zither lituano), che ne completa le sfumature. La seconda metà del brano è invece strumentale, dominata da assoli di flauto che riprendono il tema portante amplificandone le atmosfere cinesi. Così facendo si chiude la parentesi aperta dalla sezione acustica di "Music for People in Trouble", creando una cornice attorno alle ballad sentimentali; considerando ciò, "Good Luck Bad Luck" avrebbe trovato una collocazione migliore in questa parte dell'album.

La quarta e ultima sezione di Music for People in Trouble si apre con "The Golden Age", introdotta a sua volta da un monologo letto da un amico di Susanne. Il booklet e le interviste non aiutano a capire da dove sia stato tratto, quindi è lecito ipotizzare sia stato scritto dalla cantautrice stessa.
"The fading temple bells calm the waves. The world rocks carefully. The sand draws its constellations in the moonlight. The clocks turn back time to greet the Spring, while abandoned dolls in the seaweed dream with open pearl eyes, among whales snoring dark frequencies into the night. We dream of stones now. All the softness is gone. Salt alters all that remains. It shapes pebbles and eternal thirst. It carves up your body, so that you too will vapourise, and the rain will carry you out to sea."
"The Golden Age" è il secondo brano con una forma canzone. Susanne qui canta con grande delicatezza, quasi sussurrando, sopra un tappeto di sintetizzatori che ricordano quelli di A Night at Salle Pleyel (2011). Dopo il ritornello, un tetro e lento assolo di pianoforte dipinge paessaggi notturni, città di ragnatele, nebbie di piombo. Quando il brano ritorna sui binari, viene arricchito da un'elettronica vicina ai momenti dreampop di The Brothel.
"The Golden Age" si tuffa con naturalezza nell'ultimo diamante dell'album, "Mountaineers", il cui titolo richiama la poesia "Rearmament" di Robinson Jeffers. Nella prima parte, sopra un discreto tappeto sintetico, John Grant canta metafore ambientaliste ("Jumbo jets spiralling down like vultures of the stars, soaring above barren lands of boiling tar; the liquid rainbow spills an ocean of scars among the buzzing of a million cars"). L'effetto dato dalla linea vocale, lenta e su note baritonali, è quello di un mantra tibetano. Quasi a metà brano, la voce di Susanne raggiunge quella dell'ospite, continuando la narrazione ("And looking up at a heaven of fireflies, I cannot help but marvel at the beauty before my eyes; neck deep in black water, swimming in the soil of your wasted oil"). A questo punto le redini vengono prese dalla sola cantautrice, che inizia una scalata verso le stelle. La prova vocale, incredibilmente espressiva, è sorretta da cori celestiali e da un'elettronica che oscilla fra la drone e l'ambient/new age di Jean-Michel Jarre. Sembra di star palpando della luce sonora, in una sinestesia che trascende le limitazioni umane per assurgere all'iperuranio. E così, quando Susanne afferma di aver capito "cos'è, cosa significa" il ruolo dell'uomo nella natura, l'ascoltatore può dire di aver capito cosa significa essere vivi.

Tirando le somme, nonostante un inizio poco ragionato e troppo disomogeneo, dalla quarta traccia in poi Music for People in Trouble spicca il volo. Ai primi ascolti spiazza per via del netto cambio stilistico rispetto agli album precedenti, ma a poco a poco mostra la sua personalità sfaccettata; infatti anche i brani più minimali nascondono delle texture ricche, toccando però solo in pochi momenti il "sense of wonder" generato da Susanne in passato. Il risultato finale è di alta qualità, però non raggiunge le vette di Ten Love Songs e men che meno quelle di The Brothel e The Silicone Veil.
Per un attimo la cantautrice ha voluto mettere da parte la grandeur, abbandonandosi a un songwriting più spontaneo e intimo; forse ciò le sarà utile per riposarsi e ritrovare se stessa, così da poter tornare a osare in futuro. Il come lo farà è un mistero, perché stiamo parlando di un'artista in grado di stupire a ogni album.