Susanne Sundfør – Susanne Sundfør

- Voto: 71 su 100
- Anno: 2007
- Genere: Country pop, Folk pop
- Influenze principali: Chamber pop, Synth pop





A cura di Michele Greco


Prima della grandeur di Ten Love Songs (2015), prima dello sperimentalismo di The Silicone Veil (2012), prima dallo strumentale A Night at Salle Pleyel (2011) e prima dell'eclettismo di The Brothel (2010), Susanne Sundfør era un'altra artista. Nel 2007, col suo album d'esordio omonimo, ha proposto un sound minimale, basato soprattutto su pianoforte e chitarra acustica: niente elettronica, niente sperimentalismo. Eppure ciò è bastato per farsi notare in madrepatria, probabilmente perché i norvegesi avevano fiutato che, sotto questo sound così semplice e standard, si nascondeva un talento di inestimabile valore.
Dieci anni dopo, nel 2017, Susanne ha ripreso in parte il sound delle origini con Music for People in Trouble; prima di parlare di quest'ultimo, è necessario quindi fare un passo indietro.

Strumento principe di Susanne Sundfør è il pianoforte, chiamato ad accompagnare melodie vocali molto orecchiabili e che richiamano a un certo cantautorato statunitense. Un esempio lo si trova in "Walls", nel quale Susanne dimostra le proprie doti da pianista in un arrangiamento solare e a tratti allegro; il testo è maturo e valorizzato da una buonissima prova vocale, sebbene ancora acerba. Molto più malinconica è invece "Torn to Pieces (On Roses)", nella quale la cantante è alle prese con un testo pessimista e con un pianoforte che increspa un laghetto di suoni sintetici. Il brano si tuffa nella speculare "Days of the Titans", anch'essa caratterizzata da pianoforte e discreti tocchi di synth.
Più placida è "Moments", che è interessante grazie alle linee vocali in stile Kate Bush e un arrangiamento pianistico raffinato e ben suonato. Spicca meno "I Resign", che ha melodie accattivanti, ma anche un sound già sentito; un interrogativo viene invece dal testo, che sembra religioso in senso letterale nonostante Susanne si sia dichiarata atea: che forse all'epoca non lo fosse? In ogni caso non si sentiva la necessità di un altro brano di pseudo-gospel bianco uguale a tutti gli altri, men che meno col fade-out finale.
La strumentale "The Waves" introduce a "Dear John,", brano che si differenzia dagli altri grazie all'aggiunta degli archi e all'assolo di pianoforte. Quest'ultimo strumento domina anche la frizzante e brevissima "After You Left", che chiude bene la tracklist.

I rimanenti tre brani rappresentano la parentesi alla chitarra acustica. Tra le atmosfere bucoliche di "Gravity" e il ritmo trascinante di "The Dance", spicca "Marocco", cantata in duetto con Odd Martin Skålnes, attualmente collaboratore di Aurora. L'arrangiamento è piacevole, anche grazie agli intelligentissimi interventi degli archi, la melodia vocale è emozionante e il testo è ben scritto. C'è però un problema: tranne che nell'inizio del bridge, le due voci si limitano a cantare all'unisono, senza alternanza né tanto meno armonizzazioni interessanti. Il risultato è comunque molto buono.

Tirando le somme, Susanne Sundfør è un album genuino e piacevole nella sua semplicità, ma anche anonimo e generico. Ed è proprio quest'ultimo il motivo per cui, se Susanne fosse rimasta quella del 2007, se non avesse cambiato strada con The Brothel, non ne staremmo ancora parlando. Il problema non è il genere proposto, ma il fatto che non sia stato personalizzato.