Cos’è la musica pop?

A cura di Michele Greco

La falsa equazione tra successo e bravura, della quale ho brevemente ricostruito l'evoluzione nell'articolo "L'inganno dell'industria musicale", sembra più diffusa tra gli ascoltatori di pop che in qualsiasi altra categoria.


Una prima motivazione la si può trovare nell'interpretazione che molti danno del termine pop, ossia quella di popolare in quanto famoso, delineando la ricerca e l'ottenimento della popolarità (e del successo) come caratteristica fondamentale del genere. Si tratta però di un fraintendimento, perché pop sta sì per popolare, ma nel senso di accessibile al popolo. Se così non fosse, dovremmo far rientrare nel genere anche i Pink Floyd e i Led Zeppelin, il che non avrebbe senso. A tal proposito, è necessario distinguere il pop dalla più ampia e generica musica leggera, che include qualsiasi forma musicale che non rientra in quella colta (art music, in inglese) accademicamente intesa. Il pop è quindi uno dei tanti sottoinsiemi della musica leggera nati nel corso del 1900; si affianca al rock, al metal, allo swing e ad altri generi senza necessariamente incrociarli.

Tornando all'origine del nome "pop", non bisogna confonderlo con le caratteristiche musicali, in quanto l'accessibilità alle masse è un criterio che subisce notevoli oscillazioni nel tempo e, soprattutto, nello spazio. Il sistema scolastico norvegese, ad esempio, propone buoni programmi di storia e teoria musicale; inoltre la stessa tradizione norvegese è caratterizzata da una grande varietà, basti pensare che ha un'importante scena EDM pur facendo studiare il black metal ai propri ambasciatori. È quindi lecito pensare che un tipo di musica di facile ascolto per i norvegesi possa risultare ostica per gli statunitensi, il cui sistema scolastico tratta in maniera superficiale la musica e la cui tradizione artistica è meno varia. Nondimeno, nessuno distingue il pop in base alla nazionalità dei musicisti, se non in presenza di forti influenze etniche.
Passando invece al fattore temporale, è verosimile che alcuni brani di Rihanna non sarebbero stati apprezzati negli Anni '80.

Sicché, quando si parla di pop, non lo si può confondere con la generica popular music, come fa notare Gianni Sibilia ne "I Linguaggi della Musica Pop". Per definire il genere servono canoni oggettivi, legati a caratteristiche come la strumentistica e le tecniche d'uso della stessa, le strutture dei brani, le ritmiche, le scelte melodiche e armoniche. Il quadro si complica ulteriormente se si considera che col tempo sono nati vari sottogeneri, ad esempio l'electropop, il dance pop, il synth pop, il baroque/chamber pop, l'art pop, l'experimental pop, il progressive pop, l'operatic pop, il pop rock, il country pop, il folk pop e via discorrendo. Ciascuno di questi sottogeneri, inoltre, si può presentare secondo stili diversi, basti pensare all'enorme differenza fra l'electropop di White Sea e quello derivato dai gusti mainstream statunitensi di Britney Spears.
Questa varietà interna sfuma le caratteristiche del pop. Esemplare è il caso della forma canzone, quella con la classica alternanza fra strofe e ritornello: molti la considerano fondamentale e obbligatoria per il genere, ma in realtà, sebbene sia di gran lunga la più comune, ci sono delle seppur rare eccezioni. Oppure potrei citare il caso delle durate dei brani, che tipicamente non superano i quattro minuti, ma ciò nonostante Melanie C (che vi ricordo essere un'ex Spice Girls) ha pubblicato un brano che supera gli otto; dovremmo quindi definire "Enemy" progressive rock o come art music? Non ha senso! Certo, non lo ha rilasciato come singolo perché sarebbe stato molto penalizzato nella rotazione radiofonica, ma ciò non cambia le caratteristiche intrinseche del brano. Lo stesso discorso lo si può fare per altri brani lunghi, ad esempio "Memorial" (dalla durata di 10:06), "Rome" (6:44) e "Its' All Gone Tomorrow" (6:07) di Susanne Sundfør"Reindeer King" (7:07), "Lady in Blue" (7:10) e "Witness" (6:03) di Tori Amos"Exploitation" (9:24) di Róisín Murphy, "Poison" (6:39) di Loïc Nottet, "Affair" (6:27) degli Hurts"Rolling Stone" (9:26) degli Ulver.
C'è poi la questione ritmica: la netta predominanza dei tempi pari, soprattutto del 4/4, non nega che si possano creare brani orecchiabili pur con tempi inusuali; ad esempio, "All You Need is Love" dei Beatles ha parti in 7/4 mentre il bridge di "Here Comes the Sun" sfrutta l'11/8 e il 7/8, "Hey Ya" degli Outkast è in 11/4, "Kiss from a Rose" di Seal ha dei versi in 5/4 e "Say a Little Prayer" di Dionne Warwick usa il 10/4 e l'11/4.

Chiaramente tutti i sottogeneri del pop, pur nelle loro diversità, mantengono un fil rouge, soprattutto per quanto riguarda l'accento sull'orecchiabilità delle melodie vocali e sull'uso di una certa strumentistica secondo canoni leggeri; ad esempio, in questo genere non vengono utilizzate massicce chitarre distorte in tremolo picking, ma al massimo nel pop rock qualche passaggio di chitarra elettrica pulita e dai riff semplici. Tutte le altre caratteristiche sono peculiari, ma non fondamentali; questo perché, sebbene sia vero che l'uso della classica struttura canzone e dei tempi pari favoriscano la memorizzazione delle melodie e ne esaltino l'orecchiabilità, non si tratta di scelte obbligatorie.

Di certo, comunque, non è la popolarità l'elemento chiave del genere, così come non lo è la ricerca della stessa; lo si può chiedere, ad esempio, a Phildel, che ha volutamente rinunciato a un contratto con una major preferendo autoprodursi finanziandosi con le donazioni su Patreon. Il fatto che i suoi brani siano musicalmente pop smentisce Lucio Spaziante, che in "Sociosemiotica del Pop" ha descritto il genere come "mainstream" e "dipendente dall'industria discografica". Oltre che in Phildel, un altro esempio lo si può trovare in White Sea, che ha rifiutato le tante proposte delle major per autoprodursi e delegare stampa e distribuzione a piccole case discografiche: il suo album Tropical Odds, con brani come "Never a Woman" e "Yesterday", smette forse di essere pop per via della sua storia? E se Born this Way di Lady Gaga e Confessions on a Dance Floor di Madonna fossero stati autoprodotti o pubblicati con una minuscola casa discografica bielorussa, li avremmo per caso definiti jazz? E album come The Silicone Veil di Susanne Sundfør, Hairless Toys di Róisín MurphySlør di Eivør come andrebbero classificati?
Sono le caratteristiche intrinseche dei brani e degli album a classificarli, non i metodi di pubblicazione; al massimo questi ultimi vanno considerati quando si parla di indie, che però può essere comunque pop (indie pop) e le cui caratteristiche musicali sono in teoria accidentali, anche se nella pratica si sono generati dei filoni ben precisi. Un ragionamento simile vale per l'etichetta alternative, che non è un genere di per sé, ma va associato ad altro, costituendo così l'alternative pop, l'alternative rock, l'alternative metal e via discorrendo; ciascuno di questi sottogeneri si caratterizza per elementi interni. Ciò vuol dire che anche Lorde, Lana Del Rey e Aurora fanno pop.

Alla luce di tutto ciò, i criteri utilizzati per parlare di "Re" e "Regina" del Pop sono corretti? Anzi, più a monte, ha senso utilizzare titoli nobiliari per un genere dalla genesi democratica? Risponderò a queste domande nel prossimo articolo.