Evanescence – Fallen

Evanescence – Fallen
- Voto: 85 su 100
- Anno: 2003
- Genere: Alternative rock
- Influenze principali: Gothic rock, Symphonic rock, Art pop, Nu metal



A cura di Alessandro Narciso

A quattordici anni dalla sua pubblicazione, si può affermare che Fallen sia diventato un classico degli Anni Duemila: senza entrare nel merito di classifiche, vendite e riconoscimenti, chiunque, genitori compresi, conosce almeno “Bring Me To Life” e “My Immortal”. Tanti ascoltatori di rock e metal possono dire di aver scoperto i generi grazie a lui. Molte sue canzoni sono in giochi come Band Hero accanto a nomi storici o artisti ben più famosi, e sono state coverizzate a più riprese in vari generi: si va dall’ottima “Bring Me To Life” in versione pop opera del mezzosoprano inglese Katherine Jenkins a “Whisper” e altre canzoni suonate dal vivo su palchi come il Metal Female Voices Fest.
Il che è ironico: il panorama metal aveva snobbato malamente l’album ai tempi dell’uscita, etichettandolo come “troppo pop” o “non abbastanza rock/metal”, e molti si erano sentiti offesi dal fatto che riff di chitarra distorta e orchestrazioni fossero stati “rubati” da una band costruita dalle major senza fare gavetta (anche se l’affioramento di Origin ci ha svelato tutta un’altra storia). Dal canto loro, molti critici pop rimasero perplessi da come, nonostante il boost di popolarità dato dall’inclusione nella soundtrack di Daredevil, chitarre distorte e arrangiamenti così “teatrali” fossero finiti in classifica accanto a più rassicuranti Britney Spears, The Black Eyed Peas, Beyoncé, Joss Stone, 50 Cent o Christina Aguilera – e fra l’altro, non era nemmeno quel tipo di musica aggressiva che conoscevano perché portata in classifica dai Linkin Park, i Korn o i Limp Bizkit.
Cos’era, quindi, questo Fallen? Pop con chitarre distorte, violini, cori epici e testi oscuri buttati sopra? Rock che fa affidamento su melodie orecchiabili e canzoni dalla struttura semplice? Nu metal con una ragazza in corsetto e manicotti a righe al microfono? Goth prestato al mainstream? Uno scopiazzamento delle band europee ancora sconosciute in America?

Ed ecco già svelato il segreto di Fallen: il suo trovarsi nel mezzo, come un ponte gettato fra tutte queste sonorità apparentemente diverse, da cui attingere per creare un miscuglio interessante dall’ampio raggio di fruibilità. Abbastanza pop da non alienare il pubblico delle radio, abbastanza rock da non passare inosservato nella massa dell’epoca, abbastanza dark da fare presa sugli adolescenti che cercavano qualcosa di “alternativo”, abbastanza complesso da richiedere più di un ascolto e durare nel tempo, dominato dal timbro della voce di Amy Lee, una “che riconosceresti a occhi chiusi” in mezzo alle stelline pop fatte con lo stampino, è stato una vera rivelazione per molti. Il mercato discografico gli ha sicuramente fornito la visibilità per raggiungere più persone, ma ciò che lo rende durevole sono le sue caratteristiche musicali.

Queste caratteristiche ci vengono presentate una dopo l’altra col crescere della traccia d’apertura, “Going Under”: la prima cosa che sentiamo è la voce filtrata di Amy nei suoi registri bassi su un riff di chitarra distorta, sporcato da qualche filtro e rumore elettronico. Col progredire della prima strofa, il vero timbro di Amy viene rivelato e sentiamo sprazzi di pianoforte che enfatizzano la melodia e assumono prominenza nel momento di calma del pre-ritornello. Il ritornello vero e proprio ci presenta la cura che le melodie vocali hanno sull’album: c’è un botta e risposta fra la linea vocale principale e una secondaria con ulteriori seconde voci mixate abbastanza sullo sfondo da non rendere eccessivo l’insieme. Nella seconda strofa compaiono anche gli archi e, dopo le belle armonie vocali del bridge, arriva un assolo di chitarra, che termina in un momento di silenzio che presagisce al climax del brano. “Going Under” è una delle canzoni che amalgama meglio gli arrangiamenti rock, a tratti aggressivi, con una melodia dannatamente catchy e una struttura che, per quanto semplice, è studiata al meglio per garantire un flusso melodico soddisfacente e non monotono. Non è quindi sorprendente se, nei piani iniziali della band, il primo singolo avrebbe dovuto essere questo.
L’onore invece è andato alla successiva “Bring Me To Life”, un altro ottimo esempio degli elementi vincenti della musica degli Evanescence. Introdotta dall’ormai iconica melodia al piano accompagnata dai violini, ci presenta una Amy che giostra al meglio il registro più alto della sua voce su un’altra melodia pronta a rimanere in testa. All’arrivo di riff dal sapore nu metal, sentiamo una chicca rimasta dalle versioni demo, un piano elettrico che, sullo sfondo, riprende la melodia d’apertura. Il ritornello è catchy da morire e, di nuovo approfitta al meglio della stratificazione vocale. La struttura della canzone è, di nuovo, facilmente assimilabile, ma presenta qualche variazione, come il secondo e terzo ritornello che hanno una parte in più. Gli archi sono una costante della canzone, ma crescono sulle due parti del bridge per introdurre la risoluzione del brano. Orecchiabile e edgy, è il singolo perfetto della band. Un altro degli aspetti più iconici, però, è frutto di un compromesso con la casa discografica: il rap di Paul McCoy sui ritornelli è stato “richiesto” per dare un tocco più nu metal al brano. Nel complesso non stona, ma il cosiddetto “Bliss mix”, una versione del brano senza rap pubblicata come b-side del singolo, mostra che la visione della band era altrettanto valida.
Segue “Everybody’s Fool”, il quarto singolo estratto, che viene introdotta da chitarra acustica e coro prima di concedersi riff di chitarra distorta e batteria. Le belle tastiere delle strofe sostengono con un tocco elettronico lo staccato della melodia vocale mentre le chitarre si mantengono più discrete per arrivare con più prominenza sui ritornelli. Il momento di quiete vero e proprio però è nella prima metà del bridge, tutta affidata alla voce di Amy, qualche tocco di pianoforte e al coro. La canzone si conclude con un doppio ritornello che raggiunge il picco prima di spegnersi in un’outro in cui torna il coro.
La scelta di “Everybody’s Fool” come quarto singolo è stata fatta, come il rap su “Bring Me To Life”, dalla casa discografica, ma non sono questi gli unici compromessi che ha imposto alla band. È proprio a causa della Wind-Up, ad esempio, che “My Immortal” riesce ad essere sia uno dei momenti più iconici della carriera degli Evanescence, sia uno dei punti più problematici dell’album. La versione presente su Fallen è infatti la stessa di Origin con sovrimpressione di violini arrangiati da Graeme Revell. La differenza qualitativa col resto del disco è notevole: non solo all’epoca di Origin la band aveva registrato con una tastiera invece che un pianoforte vero, ma sulla nuova versione le seconde voci hanno una cura davvero incredibile, e l’arrangiamento di Revell risulta un po’ eccessivo (soprattutto sul bridge), non raggiungendo l’eleganza di quelli di David Campbell, che si è occupato del resto del disco. L’arrangiamento di Campbell si può ascoltare sulla versione di “My Immortal” che la band avrebbe voluto includere: non è del tutto chiaro se questa avrebbe dovuto essere la “band version” usata come singolo, o quella presente sull’EP Mystary (una specie di sampler di Fallen venduto a un concerto acustico pochi mesi prima dell’uscita dell’album). Le due versioni, comunque, sono molto simili – ci sono alcune differenze nel cantato di Amy e la versione Mystary non ha la parte rock della “band version”. Alla fine, però, scegliere una versione preferita di “My Immortal” è una questione di gusti perché è una canzone ben scritta che funziona in qualsiasi versione e con qualsiasi arrangiamento, sia come ballata interamente acustica, sia come power ballad con l’esplosione di batteria e chitarre distorte che si sentono nel video – e, a questo proposito, l’armonia che la parte rock fa con i violini subito prima dell’inizio dell’ultimo ritornello è uno dei momenti che, personalmente, mi danno più i brividi.
Tornando all’album, dopo il momento di quiete di “My Immortal” arriva “Haunted”, uno degli episodi più oscuri del disco. Ma non è l’arrangiamento a essere più pesante rispetto alle altre canzoni: a contribuire all’atmosfera del brano è proprio la melodia, la progressione di accordi, la ritmica lenta e solenne. Basata su un breve racconto horror di Ben Moody, la canzone è l’unica su Fallen a dare prominenza all’organetto (strumento molto più utilizzato sia sul precedente Origin che sul successivo The Open Door), affiancato da rumori elettronici. Per tutta l’intro e la prima strofa, è questo lo strumento che fa da sfondo alle note basse del cantato di Amy finché, dopo una sequenza di bip elettronici, le chitarre arrivano sul ritornello. La melodia vocale è notevole per come è stata arrangiata: la traccia principale e il contorcanto non si limitano a formare un accordo di terza, ma seguono due melodie diverse, sebbene armonizzate. Il secondo ritornello da più prominenza alle chitarre, sebbene gli intervalli di quinta e ottava dell’organetto continuino a sccandire un ritmo ossessivo, mentre la variazione del secondo ritornello introduce direttamente il bridge col suo assolo di chitarra sostenuto dai cori. È però sull’ultimo ritornello che questi ultimi assumono più importanza, cantando le linee vocali principali sotto le variazioni cantate da Amy. Se “atmosfera” è una delle parole chiave del sound degli Evanescence, “Haunted” la cattura appieno.

Tecnicamente, “Tourniquet” è l’unica cover mai pubblicata su un album di studio degli Evanescence. L’originale, intitolata “My Tourniquet”, è una canzone death metal risalente a For The Incomplete dei Soul Embraced, band christian metal fondata da Rocky Gray (poi diventato batterista degli Evanescence). Oltre che a lui, la canzone è accreditata anche a Amy Lee, Ben Moody e David Hodges perché gli Evanescence l’hanno riarrangiata completamente, scrivendo l’intera melodia delle linee vocali (che nell’originale erano growl) e il testo della seconda strofa. “Tourniquet” si apre con un tocco dark ambient prima di introdurre il riff di chitarra; la prima strofa inizia con rumori elettronici e la voce filtrata di Amy, prima che arrivino batteria, sintetizzatore e, in seguito, chitarre. Sebbene la progressione di accordi sia la stessa dell’originale, la melodia vocale fa la vera differenza e aggiunge emotività a un brano dal testo molto introspettivo. La seconda strofa ha in più una bella sezione d’archi e qualche tocco di pianoforte che arricchiscono ulteriormente il brano. Uno dei punti più particolari della canzone arriva alla fine del bridge: è un “I want to die!” gridato da Amy in un momento di silenzio che, specie nei primi ascolti, gela il sangue prima dell’arrivo dell’ultimo ritornello: anche qui, l’arrangiamento massimizza l’impatto emotivo del brano.
Dopo la fine della canzone vera e propria troviamo una bella outro di violini che la collega alla successiva “Imaginary”. Inizialmente designata dalla band come quarto singolo da Fallen (e passata sulle radio spagnole), questa nuova versione si distacca completamente sia da quella doom rock di Evanescence EP, sia da quella synthrock e sognante di Origin. È uno dei momenti più squisitamente symphonic rock del disco, con la melodia frenetica dei violini che introduce un nuovo riff di chitarre distorte. Le strofe sono un momenti più quieti, sottolineate da pianoforte e chitarra acustica prima che l’aggressività rock e i violini tornino sui ritornelli. Nel bridge, dopo che il pianoforte ha ripreso il tema iniziale degli archi, troviamo quella che su Origin era l’intro della canzone; a seguire, quelli che erano i vocalizzi di Amy diventano un assolo di chitarra sostenuto dal coro; è questo che presagisce al gran finale sinfonico, un ultimo ritornello dalla texture ricca a cui segue un’outro che è un trionfo di riff di chitarra e si spegne in una sezione d’archi mozzafiato. “Imaginary” è un’altra di quelle canzoni che funzionano bene con qualsiasi arrangiamento – non a caso, in versione elettro-orchestrale diventerà anche una delle highlight di Synthesis nel 2017.
Forse è proprio essere preceduta da una canzone così ben riuscita che fa perdere punti a “Taking Over Me” e la rende uno degli episodi meno gustosi dell’album. Non che non abbia i suoi meriti: il delicato pianoforte dell’intro crea un bel contrasto con i successivi riff di chitarra, gli archi sono davvero belli per tutto il brano e gli accenni di chitarra elettrica riverberata che la impreziosiscono qua e là sono piuttosto rari nel sound degli Evanescence. La melodia, però, non è coinvolgente come quella di altre canzoni e ha un momento davvero brillante solo sul bridge – che, di nuovo, gode di una bellissima armonizzazione delle linee vocali. Nel complesso, “Taking Over Me” prende un po’ tutti gli elementi buoni degli Evanescence, ma li combina senza farli davvero brillare o aggiungere qualcosa di peculiare – da questo punto di vista, è più interessante una delle due versioni demo che, dopo il bridge, ha un bellissimo momento di sintetizzatore. Non è malvagia, ma nemmeno memorabile.

Tutt’altro discorso per la successiva “Hello”, che potrebbe essere una delle ballad definitive della band se anche le altre non fossero ottime. “Hello” è l’unica canzone di Fallen a non essere mai stata suonata dal vivo perché il suo argomento è molto personale – la dipartita della sorellina minore di Amy vista attraverso gli occhi di un bambino. La semplicità del brano, costituito da solo due temi (uno per le strofe e il bridge, uno per i ritornelli), e l'arrangiamento minimale lasciano trasparire appieno queste emozioni. Introdotta dal gemito di una chitarra elettrica, “Hello” è da subito dominata da una bellissima melodia di pianoforte che accompagna la malinconica linea vocale, semplice, senza armonie o stratificazioni. La naturalezza con cui la strofa si lega al ritornello massimizza l’effetto confessionale, quasi da flusso di coscienza, della canzone. E se il pianoforte ha piccole variazioni nella seconda strofa, la vera sorpresa è il bridge col suo emozionante assolo di violoncello, che fa da crescendo prima del climax dell’ultimo ritornello, in cui le linee vocali si spostano su un registro più alto dopo essere rimaste gravi per tutto il resto del brano.
Fortunatamente, quella che è un’altra highlight di Fallen è stavolta seguita da un altro ottimo episodio, “My Last Breath”. È la canzone più elettronica del disco già dall’intro, e si mantiene tale anche nelle strofe, sostenute da tastiere riverberate, batteria filtrata e qualche chitarra elettrica non distorta. Fra l’intro e la prima strofa, però, abbiamo un assaggio del tema del ritornello, che è invece affidato a chitarre distorte e ottimi archi. Anche qui, le linee vocali sono sapientemente armonizzate con due melodie che si intersecano pur seguendo fili diversi. Il bridge è molto interessante: inizia in levare così che, dalla battuta successiva, sia la sezione ritmica sia la melodia risultino etiche decapitate (non coincidono con l’accento forte della battuta, ma iniziano leggermente dopo) fino all’arrivo dell’ultimo ritornello. Il quale, a sorpresa, ci presenta una linea vocale completamente diversa che, col ripetersi del tema, si integra con la precedente in un botta e risposta. E mentre la canzone sfuma, a rimanere è la seconda voce del primo tema, che acquisisce così autonomia. Insomma, “My Last Breath” è una canzone apparentemente semplice che sa però riservare più di una sorpresa.
A concludere il disco troviamo un’altra vecchia conoscenza, “Whisper”. Sebbene strutturalmente non sia stata rimaneggiata come “Imaginary”, il nuovo arrangiamento squisitamente symphonic rock rende il mood completamente diverso. Il brano si apre con un duro riff di chitarra distorta che cede il passo alla prima strofa per voce, pianoforte e archi, accompagnata da un bel loop ritmico elettronico. L’arrivo del coro segnala il crescendo che poi sfocia nel ritornello, sempre strutturato con la botta e risposta che conoscevamo da Origin. E se nelle versioni precedenti il riff di chitarre faceva da sottofondo alla seconda strofa, qui la introduce come la prima, lasciandone la prima metàin mano agli archi e al coro prima di tornare con un riff diverso nella seconda metà. Coro e archi diventano ancora più magniloquenti nel crescendo della parte cantata del bridge, che si interrompe con l’acuto di un soprano lirico prima dell’assolo di chitarra. La canzone si conclude con una ripetizione in crescendo del ritornello con variazioni degli archi di volta in volta, fino all’arrivo di un coro in latino (maccheronico, purtroppo) nel momento in cui anche le linee vocali variano. La parte rock si spegne lentamente ed è l’elemento sinfonico, sempre più elaborato, a concludere l’album in bellezza.

Musicalmente, quindi, Fallen è un album valido anche a un’analisi più attenta. Non si può però non parlare dei testi: introspettivi e ricchi di metafore senza (per lo più) strafare o ricadere nel melodrammatico, sono uno degli elementi che ha catturato l’attenzione di molti ascoltatori casuali. Sentimenti e relazioni sono affrontati da un punto di vista non banale in canzoni come “Bring Me To Life” (la scoperta di aver trovato un’anima gemella dopo un lungo periodo di inerzia), “Taking Over Me” (l’amore ossessivo), “Haunted” (che, conoscendo la storia su cui è basata, è più una specie di Sindrome di Stoccolma), “Going Under” (il momento in cui si trova la forza di chiudere un rapporto tossico) e “My Last Breath”. Quest’ultima affronta anche il tema della separazione della morte, ma dalla prospettiva di chi sta morendo, la controparte speculare di “My Immortal” e “Hello”. E mentre “Tourniquet” affronta le conseguenze psicologiche di un gesto estremo come il suicidio dalla prospettiva del suicida credente (buona parte del testo, va ricordato, è di Rocky Gray), c’è spazio anche per il commento sociale in “Everybody’s Fool”, che attacca la superficialità e il vuoto che si nasconde nello show biz e nel mondo del pop. Non è sorprendente che queste tematiche abbiano fatto presa su molti adolescenti disillusi dell’epoca, ma restano interessanti e condivisibili anche una volta che si è cresciuti.

Fallen, quindi, è un album per molti versi iconico. Se è entrato così a fondo nella nostra coscienza collettiva, non è solo per le copie che ha venduto o perché MTV e le radio facevano girare continuamente le sue canzoni – altrimenti, ad esempio, non avrebbe trovato un posto perfino nel cosiddetto female-fronted metal. E se ciò è dovuto in parte al ricambio generazionale, al fatto che gli adolescenti di allora, che lo guardano con affetto e nostalgia, sono diventati adulti e hanno sostituito la vecchia guardia cresciuta con i classici del “vero rock/metal di una volta”, è merito anche del contributo che ha dato alla scena grazie ai suoi meriti: non solo in termini di visibilità e afflusso di pubblico, ma anche spianando la strada perché album solidi ma ammiccanti al pop come, ad esempio, The Unforgiving dei Within Temptation o We Are The Others dei Delain venissero accolti diversamente da come lo furono, a loro tempo, un Musique o un Assembly dei Theatre of Tragedy.
Ed è riuscito in questo perché è un disco solido che riesce a essere insieme semplice e stratificato, con melodie orecchiabili e facilmente assimilabili proposte in una veste interessante. Propone musica buona e ben pensata senza cedere né alla banalità né al virtuosismo gratuito, col giusto equilibrio per rimanere un ottimo ascolto anche dopo quasi un decennio e mezzo.