Evanescence – Origin

Evanescence – Origin
- Voto: 83 su 100
- Anno: 2000
- Genere: Alternative rock, Gothic rock, Synth rock
- Influenze principali: Musica elettronica, Dark ambient




A cura di Alessandro Narciso

Gli Evanescence hanno debuttato nel 2003 con l’incredibile successo di Fallen, trainato dalla smash hit “Bring Me To Life”: it is known. Prima di allora non è successo nulla, non è stato registrato alcun album, né EP, zero.
E poi sono arrivati WinMX ed eMule.
È stata un’enorme sorpresa per i fan che scandagliavano i P2P nella prima metà degli Anni Duemila in cerca di qualsiasi cosa sugli Evanescence scoprire titoli strani come “Understanding”, “So Close”, “Forgive Me”, o una strana versione di “My Immortal” senza archi e con Origin nel tag dell’album. E così è emersa la verità: gli Evanescence sono discograficamente attivi dal 1998, anno di pubblicazione di Evanescence (EP, da non confondere con l’album del 2011), a cui è seguito nel 1999 un altro EP intitolato Sound Asleep. Tiratura limitatissima (rispettivamente 100 e 50 copie) sold out la sera stessa ai concerti in piccoli club di Little Rock, Arkansas, ma gli mp3 sono arrivati su internet e hanno svelato che anche gli Evanescence hanno fatto i loro anni di gavetta underground prima di esplodere a livello globale sotto la Wind-Up.
È proprio a questi anni che risale, appunto, Origin. Amy Lee, che solo ultimamente ha rivalutato almeno in parte il disco includendolo nel box set di vinili The Ultimate Collection, non ne ha mai parlato in maniera lusinghiera. In più di un’occasione l’ha definito “una demo travestita da album” e ha fatto di tutto per nasconderlo sotto il tappeto. E del resto, ben tre delle canzoni sono poi finite su Fallen: più demo di così?
La verità è che, sebbene sia effettivamente stato mandato a varie major nella speranza di essere notato, Origin ha avuto una pubblicazione vera e propria ed era disponibile all’acquisto sul sito della precedente etichetta discografica degli Evanescence, la Bigwig, fino a poche settimane prima dell’uscita di Fallen. Ha avuto un singolo, alcune delle sue canzoni sono state messe in onda su radio locali e addirittura suonate dal vivo in versione acustica. Ma basta questo per considerarlo a tutti gli effetti il primo full length degli Evanescence?

Origin non è una raccolta casuale di brani: ha un’atmosfera ben definita pur nella varietà delle tracce e, a livello sonoro, è unico nella discografia degli Evanescence. Ad eccezione del nuovo arrivato Synthesis (che è un discorso a parte), è il disco meno pesante della band e propone un rock molto soffuso in gran parte mescolato all’elettronica. Parte di ciò è attribuibile al fatto che la band all’epoca non avesse un batterista e avesse dovuto affidarsi molto alla drum machine e beat campionati, oltre che ai sintetizzatori per tutta la parte più melodica. Ciò risulta in una sessione ritmica dal sapore synth, a tratti quasi ballabile, che fa un bel contrasto con le melodie malinconiche e gli elementi gotici, creando l’atmosfera distintiva dell’album.
La sua unica grossa pecca è una produzione tutt’altro che stellare dovuta al budget limitatissimo con cui è stato registrato, ma a livello compositivo, di arrangiamenti, atmosfera e impatto mostra già la solidità del trio fra Amy Lee, Ben Moody e David Hodges, da cui poi sarebbe nato Fallen. I due EP precedenti (da cui provengono alcune delle canzoni) hanno un sound più casereccio, alcuni brani sono ancora in stato “embrionale”, imperfetti e sviluppati con pochi elementi, idee che necessitano ancora di lavoro, mentre ciascuna delle tracce su Origin è levigata e finalizzata, ricca di dettagli e pronta all’ascolto.
Ciò è evidente già dai brani d’apertura, due fra quelli che sarebbero stati poi riregistrati su Fallen. Introdotta dalla breve titletrack “Origin”, un’intro ambientale fatta di sussurri, un cupo sintetizzatore, rumori di televisione e campionamenti da film, troviamo “Whisper”, alla sua seconda iterazione dopo l’originale su Sound Asleep. Sebbene si apra con lo stesso riff di Fallen, in questa versione le chitarre sono meno ruvide e accompagnate da rumori elettronici, addirittura prominenti nella prima strofa; sullo sfondo di buona parte delle canzoni c’è uno degli elementi più caratteristici di Origin, un sintetizzatore simil-coro. E le linee vocali sono parecchi elaborate, ora filtrate, ora sovrapposte, ora accompagnate da vocalizzi sullo sfondo o da sussurri – tutto ciò è particolarmente ben riuscito nel crescendo del bridge che, prima dell’assolo di chitarra, culmina con rumore di televisione che riprende l’intro. Il finale col synth simil-coro dà un tocco sognante e mistico alla traccia, ma diverso dall’epicità sinfonica della versione più famosa.
Per chi ha familiarità con Fallen, “Imaginary” sarà quasi irriconoscibile fin dalla struttura: inizia infatti con un bel pianoforte che porta a quello che nella versione successiva diventerà il bridge, già arrangiato polifonicamente, seguito subito dal ritornello. Le chitarre elettriche passano quasi in secondo piano rispetto al basso, mentre sullo sfondo c’è ancora il synth corale. Sull’unica strofa, quello che su Fallen è un riff di piano qui ha una melodia leggermente diversa ed è affidato a una chitarra elettrica non distorta, mentre il secondo ritornello ha un testo del tutto diverso e, come il primo, è arricchito da backing vocals riverberate. Il bridge è una bella successione di vocalizzi di Amy che non si fermano alla parte presente su Fallen, ma continuano in un crescendo sostenuto da chitarre riverberate prima di risolversi nell’ultimo ritornello e spegnersi in un altro bel giro di piano. Nel complesso, la traccia risulta molto più morbida sia della controparte sinfonicheggiante di Fallen, sia della versione doom rock di Evanescence EP. Ed è proprio questa la cartina tornasole che mostra come Origin sia più che una demo: le versioni di “Whisper” e “Imaginary” sono completamente a sé stanti, nell’arrangiamento come addirittura nella struttura, e per l’album successivo sono cambiate completamente, invece di essere riregistrate uguali ma con un budget e una produzione migliori.
Altrettanto non si può dire, invece, di “My Immortal”: se sembra la stessa versione di Fallen ma senza archi… è esattamente ciò che è, perché la Wind-Up ha deciso così (ne parleremo più approfonditamente recensendo Fallen). L’assenza dei violini però consente di apprezzare al meglio il piano, così come le backing vocals di David Hodges e gli arpeggi di chitarra acustica sulla parte strumentale del bridge. È questa, comunque, la versione su cui è nata l’iconica melodia al pianoforte, sostituendo la semplice successione di accordi della versione originale, un’outtake di Evanescence EP.

Segue “Where Will You Go?”, l’ultimo dei crossover con altri dischi della band: proveniente anch’essa da Evanescence EP, abbandona le ritmiche cupe dell’originale a favore di un beat vivace e addirittura ballabile. È ancora presente l’organo ma, mixato meglio con gli altri strumenti, conduce la canzone dallo sfondo senza soffocarla (per questo si diceva che le canzoni di Origin hanno un sound molto più finalizzato). Oltre alle chitarre, un altro elemento di rilievo è un vibrante basso di sintetizzatore che assume sfumature noise, dando così uno dei migliori esempi del sound synth rock del disco. La performance vocale di Amy è notevolmente migliorata, soprattutto rispetto alle urla sguaiate e affaticate sul cambio di tonalità finale che si sentivano sull’EP, e si intreccia perfettamente con le backing vocals di David Hodges. E se le linee vocali orecchiabili e ben eseguite sono, in generale, uno dei punti di forza della canzone, la magnifica sovrapposizione sull’outro dà i brividi.
La successiva “Field Of Innocence” è una power ballad dal sapore gotico. Introdotta e sostenuta da un riff di chitarra acustica, ha una texture ricca, composta da un beat costante, sintetizzatori, rumori elettronici e, sui ritornelli e il bridge, pianoforte. L’elemento di maggior spicco è però un piccolo coro femminile che canta il “Morning Hymn” dalla versione Broadway di The Sound of Music, registrato apposta (non campionato) e integrato sul bridge della canzone come sottofondo mentre Ben Moody recita la poesia che ha scritto come ispirazione alla canzone. Insomma, “Field of Innocence” è un altro esempio dell’attenzione ai dettagli che è stata messa su questo disco.
L’atmosfera mistica portata da “Field Of Innocence” cambia completamente con “Even In Death”. Introdotta da un sample di “Ratfinks, Suicide Tanks and Cannibal Girls” di White Zombie rallentato e reso più acuto (lo stesso successivamente usato per “Snow White Queen” su The Open Door), ha atmosfere cupe enfatizzate dalla progressione di accordi, rumori elettronici e una prominente linea di basso sulle strofe, e da lunghi accordi di chitarra distorta sui ritornelli. Inizialmente lenta, dal bridge acquista un ritmo più sostenuto e un beat costante che sostiene una bella successione di assoli di chitarra. Il crescendo si riflette in un arricchirsi della texture sull’ultimo ritornello (si sente anche un’arpa in sintetizzatore che aggiunge un tocco davvero carino) prima che il climax si concluda con un altro sample cinematografico, stavolta da Il Corvo. Da notare che, a parte i tre brani riregistrati, è stata l’unica canzone di Origin a essere suonata durante il tour promozionale di Fallen, leggermente riarrangiata per renderla più simile al resto del materiale. Amy non ha mai nascosto di apprezzarla e l’ha addirittura ririegistrata in versione acustica per la raccolta Lost Whispers nel 2016.
Anywhere” è una power ballad romantica dominata da una bella chitarra elettrica non distorta dalle atmosfere solari ma malinconiche. Il crescendo del brano è scandito dalle variazioni nelle linee vocali dei ritornelli, arrangiate in maniera quasi corale, che diventano man mano più ricche e stratificate fino al climax dell’ultimo. Curiosamente, dopo la fine della canzone c’è una ripresa dell’outro di “Where Will You Go?”, stavolta per soli sintetizzatore e voci.
Dopo il momento di quiete arriva una delle canzoni più heavy della discografia degli Evanescence: “Lies” che, con il parlato e il growl di Bruce Fitzhugh dei Living Sacrifice contrapposti alla voce pulita di Amy Lee, porta un inaspettato tocco beauty and the beast al disco. La canzone si apre con un vocalizzo quasi ossessionante di Amy, a cui si unisce il contorcano di Stephanie Pierce sopra un crescendo di ruvide chitarre che sfocia in una distorsione elettronica e l’esplosione del tema musicale vero e proprio. Le strofe, affidate a Fitzhugh, sono strumentalmente meno cariche, la prima sostenuta da campane, la seconda dai vocalizzi della Pierce. Le chitarre irrompono sui ritornelli a sostenere Amy e proseguono sul bridge, prima sullo stesso vocalizzo d’apertura, poi sui growl di Fitzhugh. Dopo il culmine dell’ultimo ritornello, la canzone termina con lo stesso vocalizzo dell’inizio, stavolta accompagnato da un lungo riff di chitarra e dalla drum machine.
La successiva “Away From Me” è, invece, la traccia più elettronica del disco: oltre al beat, un loop di rumori elettronici dà un ritmo ballabile a una melodia dal sapore Anni Ottanta. Le chitarre sono presenti, ma solo sui ritornelli, mentre la texture sintetica delle strofe è enfatizzata da distorsioni e sovrapposizioni vocali. Il crescendo della canzone è dato di nuovo da un progressivo arricchimento delle linee vocali ad ogni ritornello, stavolta ad opera di David Hodges. Mente il finale inizia a sfumare, arriva il crescendo di un nuovo loop elettronico che introduce il brano conclusivo del disco, “Eternal”. Si tratta di uno strumentale di sette minuti diviso in tre parti: la prima è un synthrock costruito dalla progressiva sovrapposizione di svariati loop elettronici, fra suoni acuti e altri bassi e graffiati, che fanno da sottofondo all’alternarsi del pianoforte di David Hodges e la chitarra di Ben Moody su una melodia orecchiabile e sfacciatamente ballabile; questa prima parte si spegne nel rumore di un temporale che la collega alla seconda, un bel pezzo per pianoforte sorretto da un semplice riff di chitarra elettrica non distorta; il rumore della pioggia continua fino all’ultima parte, originariamente una traccia a se stante intitolata “Demise”, che è una ripresa del riff di chitarra di “Field Of Innocence” accompagnato da un lento beat e conclude l’album con una nota malinconica.

Molte delle scelte musicali e stilistiche delle canzoni sono ben studiate per enfatizzare il contenuto dei testi – è particolarmente evidente su “Imaginary”, i cui riverberi rendono bene l’idea del mondo onirico descritto, su “Even In Death”, in cui tutto, dalla progressione di accordi alle scelte strumentali, evocano un’idea di instabilità mentale, su “Anywhere”, la cui melodia in maggiore e il costante crescendo evocano un senso di speranza, e su “Lies”, il cui ritmo serrato, sound pesante e melodia ossessionante danno un’idea quasi di claustrofobia. E sebbene Amy abbia definito quei testi una specie di “diario adolescenziale”, in realtà sono piuttosto maturi e toccano in maniera delicata ed evocativa temi universali, rilevanti perfino a trent’anni e oltre: alcuni sociali, come la paura dell’isolamento (“Whisper”) e della perdita dell’identità (“Lies”); altri psicologici, fra cui l’escapismo nei sogni (“Imaginary”), la paura di aprirsi agli altri (“Where Will You Go?”), la nostalgia per la semplicità dell’infanzia (“Field Of Innocence”) o l’insoddisfazione nonostante i risultati ottenuti (“Away From Me”); e infine personali, come la perdita e il lutto (“My Immortal” e “Even In Death”, che assume toni macabri) o, semplicemente, la speranza nell’amore (“Anywhere”).

È facile intuire non solo dalla coesione sonora che fa da sfondo alla varietà dei brani, ma anche dalla struttura stessa del disco – con un’intro, un’outro, canzoni che sfumano nella successiva e piccole riprese – che dietro Origin c’è una visione finalizzata, un progetto ben studiato, ed è più che una semplice raccolta di demo. Ben strutturato, composto da melodie valide arrangiate con cura e intelligenza, pianta i semi di quelli che diventeranno molti dei capisaldi della proposta musicale della band. Ha poco da invidiare agli album successivi e, nonostante alcune pecche tecniche e mezzi scarsi, merita appieno il suo posto nella discografia degli Evanescence.