Evanescence – Evanescence

Evanescence – Evanescence
- Voto: 55 su 100
- Anno: 2011
- Genere: Alternative rock
- Influenze principali: Hard rock, Nu metal, Musica elettronica




A cura di Alessandro Narciso

Volendo usare un eufemismo, possiamo dire che il periodo tra il 2007 e il 2011 è stato “problematico” per gli Evanescence. Nel giro di quattro anni è letteralmente successo di tutto.
Già solo nel 2007 abbiamo il comprensibile bisogno di Amy Lee, cantante, frontwoman e compositrice, di allontanarsi dai riflettori a tour finito causa matrimonio. La tumultuosa cacciata di John LeCompt e Rocky Gray, chitarrista e batterista, che rende l’instabilità della line praticamente un meme. The Open Door, sebbene un album solido e interessante, vende sì e no un terzo delle copie del predecessore, Fallen, suscitando le ire della Wind-Up. La cancellazione parziale del terzo singolo, “Sweet Sacrifice”, pubblicato fisicamente solo in Germania, e totale del quarto, “Good Enough”, mina ulteriormente la promozione dell’album.
Nel 2008, Amy contribuisce alla compilation Nightmare Revisited con una cover di “Sally’s Song” dal film The Nightmare Before Christmas: stilisticamente potrebbe essere una ballad degli Evanescence, ma è la prima canzone ufficiale a firma della sola Amy. La cover ha un discreto successo di critica e presto Amy dichiara di essere interessata a esplorare sonorità diverse in un progetto solista; solo che, avendo il vizio di denigrare i suoi lavori precedenti, lo fa in termini non proprio lusinghieri verso la band, mandando i fan nel panico. Seguono otto mesi di completo silenzio mediatico con tanto di drastico cambio di look, che esacerbano gli animi.
Il silenzio termina a metà 2009 con Amy che dichiara di essere super-duper-entusiasta di lavorare a nuovo materiale degli Evanescence… casualmente pochi giorni dopo l’annuncio che Ben Moody (ex-chitarrista e co-fondatore degli Evanescence), John LeCompt e Rocky Gray si sono riuniti in una nuova band chiamata We Are The Fallen (inizialmente The Fallen) con un nuovo bassista (chissà se aveva chiesto a Will Boyd, ex bassista degli Evanescence, di unirsi), una cantante dalla sospetta somiglianza fisica con Amy e perfino una comparsata di David Hodges, ex-tastierista degli Evanescence e co-autore di buona parte di Fallen.
Seguono mesi di frenetico lavoro sulle nuove canzoni, la cui direzione è sperimentale ed elettronica, sotto la produzione di Steve Lillywhite. Questi mesi culminano quando “la Wind-Up attraversa tempi difficili” e Amy decide di “tornare in studio per dare gli ultimi tocchi”… che si protraggono per un altro anno buono e consistono nello riscrivere ex-novo il disco sotto un nuovo produttore, Nick Raskulinecz. Finalmente arriva il 2011 ed Evanescence è pronto per la pubblicazione.

Tutto questo drama è fondamentale per capire il contesto in cui è nato l’album e perché sia il fallimento che è. In seguito Amy l’ha proprio ammesso: la Wind-Up le ha ricordato che da contratto doveva ancora fare un album con loro, lei ha tentato di riconvertire il materiale solista in album per la band, la Wind-Up gliel’ha tirato dietro appena l’ha sentito visto che, dopo la delusione commerciale di The Open Door, non era più disposta a lasciarle tutta quella libertà creativa, e lei ha dovuto scrivere a tappe forzate qualcosa che andasse bene a loro.
Il risultato è un disco poco ispirato, ruffiano, insolitamente generico e con ben poco di ciò che rende “Evanescence” la loro musica. L’enfasi che, durante la promozione, Amy ha messo sul fatto che fosse uno sforzo collettivo di tutta la band la dice lunga: un po’ è lei che ha delegato a una line up non ancora collaudata in studio la scrittura perché il tempo stringeva e lei aveva altro in testa, un po’ è un modo per pararsi le mani e spiegare perché il sound è così alieno.
E, in effetti, a livello sonoro i due nuovi arrivati, Troy McLawhorn e Will Hunt, dominano incontrastati la scena: chitarre aggressive e batteria prominente sono il piatto forte dell’album, a detrimento degli elementi d’atmosfera tipici degli Evanescence, come pianoforte, tastiera, archi o qualche sprazzo di elettronica, relegati in sordina. Perfino le linee vocali potenti, accattivanti ed espressive, l’unica vera costante nell’evoluzione del sound (e della line up) della band, sono raramente notevoli, per lo più urlate a discapito dell’espressività, con ritornelli spesso insipidi e poco ispirati – cosa che sarebbe perdonabile, se tutte le canzoni non fossero solidamente ancorate alla sicura formula strofa-ritornello. C’è anche una notevole riduzione delle tracce vocali aggiuntive, come seconde voci, vocalizzi di sottofondo e altri elementi che in passato davano personalità alle canzoni, cosa che aumenta la sensazione di trascuratezza, frettolosità e mancanza d’impegno.

Non è un caso che Evanescence contenga tre dei punti più bassi della carriera della band: il brutto singolo di lancio “What You Want”, un polpettone di rock radio-friendly dalle linee vocali insipide con una spruzzata di beat Anni Ottanta (in quel periodo andavano molto di moda) uguale a qualsiasi singolo di cento altre band rock; “The Other Side”, con una melodia davvero brutta e un banalissimo arrangiamento che alla strumentazione rock aggiunge poco altro, giusto un tocco di archi nel ritornello e un po’ di piano nel bridge; e “Sick”, che sembra aprirsi bene con un bel synth e un riff di basso prima di perdersi in una melodia orribile e tanta ripetitività.
La situazione non migliora molto con canzoni come “Erase This” o “Made Of Stone”. La prima inizia molto promettente con un ritmo vivace, un frenetico arpeggio di piano e chitarre sincopate per tutta la strofa, ma quando si aspetta che la pigrizia del pre-ritornello dia i suoi frutti, inizia la seconda strofa e ci si rende conto con orrore che il ritornello doveva essere proprio quello: che occasione sprecata! La seconda ha una melodia interessante e un bellissimo assolo di piano sul bridge, ma annega in una cantonata di rock nudo e crudo con poca varietà da offrire. Queste due canzoni sono quelle che hanno maggiormente sofferto della fretta e delle interferenze della label – per ammissione di Amy, “Erase This” è un mash up di due canzoni che non riusciva a finire mentre “Made Of Stone” è una superstite della sessione con Lillywhite, solo snaturata per seguire il sound imposto.

Non tutto però è da buttare: nella seconda metà del disco, l’accoppiata di “Oceans” e “Never Go Back” inizia a toccare la sufficienza. La prima ha una bella presenza di sintetizzatori e archi, una linea vocale dinamica, un ritmo accattivante e, finalmente, un ritornello come si deve; lodevole è anche l’outro di violini. La seconda rasenta sonorità metal ma ha piccole sorprese strutturali, come l’improvviso momento di quiete nella seconda strofa, bilancia l’energia con un ritornello appena più tranquillo e arricchisce la parte rock con un bel pianoforte e una performance lodevole di Amy.
Tracce degli Evanescence propriamente detti emergono in canzoni come “The Change” e “End Of The Dream”. La prima si apre col sintetizzatore e mostra un sound più morbido e peculiare, specie dopo gli schiaffoni di “What You Want” e “Made Of Stone”: Amy canta con emozione su una linea vocale ricca e ornata da qualche armonia e, finalmente, batteria e chitarre lasciano un po’ di tregua. La seconda, una boccata d’aria fresca dopo l’abominevole “Sick”, ha un andamento godibile e una linea vocale molto orecchiabile, perfino nel ritornello.
E poi ci sono le tre punte di diamante dell’album. A dispetto del titolo banale, “My Heart Is Broken” è un bel brano che si apre come una ballata per voce e pianoforte, prima di diventare una mid-tempo in cui finalmente la parte rock è ben amalgamata col bellissimo riff di pianoforte, gli archi e linee vocali degne di questo nome cantate con l’emozione che Amy sa mettere nella sua musica. Fantastica è anche la prima vera ballad dell’album, “Lost In Paradise”: inizia con una delicata accoppiata fra pianoforte e voce che, nonostante un po’ troppo fiato nel tentativo di essere soffusa, è emozionante come poche volte prima. Un violoncello solista seguito poco dopo dal resto del quartetto d’archi è l’unico nuovo inserto fino alla fine del ritornello, quando il resto della band irrompe, dando energia alla traccia in maniera superlativa – ai livelli di “Lithium” o la band version di “My Immortal”. Il mood è impeccabile, fragile e intimo ma non strappalacrime a tutti i costi, ed è finalmente un episodio che non sfigura rispetto al passato. Molto peculiare è la traccia conclusiva, “Swimming Home”, l’unica vera superstite della sessione con Lillywhite: un delicato connubio di elettronica di stampo Björk-esco, pianoforte, arpa e voce quasi eterea, messa alla fine di un album così incostante fa sorgere il dubbio che forse, dopo tutto, sarebbe stato meglio se Amy avesse seguito il suo cuore e fosse andata a fare la solista.

Ed è proprio questo, il peccato originale di Evanescence: è un album generico e incostante, con pochi ottimi episodi che si perdono fra troppe porcherie, o singole canzoni che partono bene e si perdono in un bicchiere d’acqua. Non ha un briciolo né dell’immediatezza di Fallen, né del coraggio stilistico di The Open Door, e nemmeno del gusto per le atmosfere del tanto bistrattato Origin.
Fra l’altro, parlando di atmosfera, ad affondare definitivamente il disco è la produzione: nonostante la grande pubblicità che si fece a come Raskulinecz fosse “quello giusto” rispetto a Lillywhite, il suono del disco risulta opaco e sporco soprattutto sulle frequenze alte: a contribuire al senso di genericità è proprio il fatto che lo stesso mixing che dà prominenza a chitarre, basso e batteria toglie dinamicità e limpidezza a tutto il resto: pianoforte, archi e arpa sono i più colpiti, ma anche gli sprazzi di elettronica risultano sporchi, e perfino la stessa voce di Amy. Di conseguenza, quel poco di diversità “alla Evanescence” che le canzoni hanno da offrire passa ancora più in sordina.
La cosa frustrante è che, a livello compositivo, Evanescence avrebbe anche potuto essere sufficiente, visto che le bonus track offrono materiale di maggior qualità rispetto alle album track e alcune avrebbero potuto essere singoli migliori di “What You Want” – ma se ne parlerà nel dettaglio affrontando la compilation di b-side Lost Whispers. Forse è stata la label che ha messo becco nella loro esclusione, forse la track list è stata raffazzonata con la stessa fretta e mancanza di cura con cui l’album è stato scritto, arrangiato e prodotto. Perfino i testi raramente toccano i livelli di introspezione e classe che Amy riusciva a mettere già da adolescente e, per lo più, sono interessanti solo a livello meta: per stessa ammissione a posteriori di Amy, sono una cronaca della rabbia, frustrazione e malcontento che nutriva verso la casa discografica, la band e la registrazione dell’album.
Visto in quest’ottica, perfino il titolo Evanescence diventa emblematico, non di un album nato dal lavoro di squadra come millantava Amy alla stampa, ma della mancanza di entusiasmo o idee chiare e genuine: prende in prestito il nome della band perché non ha un’anima, un’idea di fondo, e non è nemmeno valsa la pena di inventarsi un nome da dargli.

Fortunatamente, però, tutto ciò è alle spalle: Amy ha lasciato la Wind-Up, ha avuto sei anni per ricaricare le batterie fra colonne sonore, concerti indie, ottime cover in versione elettronica, un album di musica per l’infanzia ispirato dalla recente maternità, ed è tornata alla band con i suoi tempi e seguendo un progetto che le interessa realmente. Vediamo se Synthesis, uscito quest’autunno, ha cancellato questo momento imbarazzante e ridato un significato al nome “Evanescence”.