Evanescence – Lost Whispers

Evanescence – Lost Whispers
- Voto: Positivo
- Anno: 2016
- Genere: Alternative rock
- Influenze principali: Hard rock, Nu metal, Musica elettronica, Art pop, Symphonic rock



A cura di Alessandro Narciso

Assieme alla prima riedizione fisica ufficiale di Origin da quelle famose 2500 copie del 2000, una delle chicche del box set The Ultimate Collection, la raccolta della discografia degli Evanescence in vinile pubblicata nel 2016, è Lost Whispers. Si tratta di un’antologia contenente tutte le b-side, bonus track e outtake dei tre album sotto Wind-Up con un paio di sorprese.
Ed è vero: a parte la title track e “If You Don’t Mind”, formalmente inedita sebbene leaeked su internet ormai da anni, si tratta di nomi già abbondantemente noti a tutti i fan della band ma, individualmente, sono quasi tutte ottime canzoni ed è bello averle in un’unica raccolta piuttosto che sparpagliate fra singoli, compilation (la versione studio di “Breathe No More” non era mai stata pubblicata ufficialmente su un disco della band, solo sulla soundtrack di Elektra) e in coda a un album che non le merita.

La raccolta si apre con una delle due piccole sorprese: “Lost Whispers” è una traccia usata come intro ai concerti del 2009, di cui esistevano solo versioni registrate alla ben e meglio dai telefoni del pubblico. La versione di studio si apre con un beat lento e un sintetizzatore seguiti da una tastiera simil-carillon, vocalizzi di Amy e rumori graffiati che fanno da texture sotto le linee vocali vere e proprie, brevi ma intense. È un’intro di circa un minuto, ma ci dà una piccola idea di cosa avremmo potuto trovare sul disco del 2011 se la casa discografica non avesse preteso il polpettone di rock preconfezionato che è stato poi pubblicato.
L’eco di “Lost Whispers” svanisce nella seconda sorpresa della raccolta: è “Even In Death”, una conoscenza dai tempi di Origin, completamente riregistrata in versione acustica per voce, piano e violoncello (contribuito da Dave Eggar). Le note basse e ripetitive del pianoforte, assieme agli sprazzi di toni alti, mantengono intatta l’atmosfera cupa e inquietante dell’originale, mentre il violoncello arricchisce la texture con risultati davvero ottimi, specie sul bridge. La performance vocale di Amy è sentita ed emozionante, segno che davvero ha conservato un punto debole per questa canzone nonostante non parli volentieri di Origin.

Seguono le tre outtake di Fallen. “Missing”, pubblicata come bonus track sul live Anywhere But Home (e su alcuni singoli australiani di “Bring Me To Life”), è forse la canzone di maggior atmosfera degli Evanescence. Priva di chitarre elettriche o altri elementi rock, è una ballata per ensemble d’archi con una batteria filtrata in sottofondo che dà un tocco vagamente elettronico e frequenti interventi di vibrafono, e gioca principalmente sulle stratificazioni vocali: sussurri che si intrecciano, vocalizzi costanti, sincopati sulle strofe e legati sui ritornelli, e magnifiche armonie sulla linea vocale principale. La struttura stessa del brano è calibrata alla perfezione per emozionare l’ascoltatore, con il crescendo d’archi che introduce il bridge e armonizzazioni vocali ancora più evidenti per sottolineare il picco emotivo, che trova risoluzione nell’ultimo ritornello, interamente affidato a voce e violini. Se c’è una canzone degli Evanescence capace di dare i brividi sempre, anche dopo più di un decennio, è sicuramente “Missing”.
Farther Away”, b-side delle edizioni internazionali del singolo di “Bring Me To Life”, è una delle canzoni più guitar-driven della sessione. Si apre con un acuto assolo di chitarra a cui presto si unisce il riff che costituisce l’ossatura del ritornello, mentre un tocco di classe è dato non solo da alcuni battiti di batteria filtrati e riprodotti al contrario, ma dal pianoforte, con note basse e cupe sulle strofe e un arpeggio acuto e frenetico sugli ultimi ritornelli. In perfetto stile Fallen, le linee vocali sono stratificate e armonizzate, e diventano un botta e risposta non dissimile da “Whisper” nei ritornelli. Probabilmente, l’unico motivo per cui una traccia così valida è stata scartata a favore, ad esempio, di una “Taking Over Me” sono le lyrics esplicite (una vera eccezione per gli Evanescence all’epoca).
La versione studio di “Breathe No More” è una ballad per solo piano e voce. Sopra arpeggi davvero notevoli, la voce di Amy è la vera protagonista, ma l’interpretazione è un po’ fiacca e risulta a tratti lagnosa. Inoltre, l’arrangiamento minimale toglie forza al brano sia rispetto alla versione live (pubblicata su Anywhere But Home), in cui batteria e chitarra acustica arricchivano la texture, sia alla demo che circola su internet, vivacizzata da un bel beat, il basso e un po’ di sintetizzatori. “Breathe No More” è una delle migliori ballate degli Evanescence, non c’è dubbio, ma non è questa la versione che la valorizza al meglio.

Il minimalismo funziona molto meglio in una delle tre canzoni dell’epoca di The Open Door. “The Last Song I’m Wasting On You” (già b-side sul singolo di “Lithium”) è un brano semplice, in cui la melodia del piano è per lo più affidata ad accordi o brevi arpeggi che riprendono le linee vocali, ma proprio per questo non distrae da una bella performance canora, senza filtri o armonie, la cui espressività lascia trasparire tutta la stanchezza e l’amarezza a seguito della brutta separazione artistica da Ben Moody. Forse anche grazie al contenuto così biografico, è una delle canzoni degli Evanescence che più punta a un impatto emotivo semplice, forte e genuino, con ottimi risultati.
Dello stesso periodo è “If You Don’t Mind”, il cui titolo era noto ancora prima della pubblicazione del disco ma che non ha mai fatto una comparsa ufficiale se non durante alcuni live el 2012. Non è fra le canzoni migliori della sessione, ma l’organetto che accompagna le chitarre potenti delle strofe e le belle armonie vocali dei ritornelli la rendono comunque un buon ascolto.
Together Again” è un’altra ballad; pubblicata nel 2010 come singolo digitale di beneficenza per raccogliere fondi in aiuto alla popolazione di Haiti, stando a Amy era stata scritta per la colonna sonora de Le Cronache di Narnia – sebbene la produzione del film neghi di aver mai commissionato musica agli Evanescence o Amy Lee. L’ispirazione tratta dalla storia si traduce in un brano lento, malinconico ma sognante, dalla ricca texture elettronica che accompagna le note acute di un pianoforte a cui si intrecciano i violini. Un coro femminile e altre stratificazioni sostengono una linea vocale particolarmente ispirata ed emozionante e il risultato finale è davvero lodevole.

Concludono la raccolta le bonus track di Evanescence, tutte pubblicate nell’edizione deluxe. Come accennato parlando del disco, la loro esclusione dalla track list dell’edizione regolare lascia davvero perplessi, visto che quasi tutte sono migliori di buona parte del materiale incluso: se “Say You Will” scade comunque nel rock generico di buona parte del disco, almeno ha una melodia orecchiabile e sarebbe stato un filler migliore di “The Other Side” o “Sick”. “Disappear” è altrettanto ruffiana, con un uso piuttosto scontato del pianoforte come orpello sulle strofe e sul bridge, ma la melodia davvero bella e il ritmo accattivante l’avrebbero resa un singolo di lancio molto migliore di “What You Want”.
L’ottima “Secret Door”, con la sua arpa accompagnata dagli archi e giusto qualche sprazzo di elettronica e pianoforte, è stata magari esclusa per non mettere troppe ballad in un album che doveva essere hard & heavy a tutti i costi. Fra l’altro, è forse la canzone che più ha sofferto della pessima produzione di Nick Raskulinecz, visto che tutti gli strumenti risultano opachi e privi di dinamismo: le ottime linee vocali di Amy sembrano contenere troppo fiato, l’arpa che dovrebbe trainare il brano sparisce sullo sfondo appena la texture si arricchisce appena e un po’ tutti gli strumenti si perdono in un impasto confuso. In generale, il brano sembra quasi un mp3 molto compresso anche ascoltato da CD su altoparlanti di qualità: è stato mixato come il resto dell'album, tagliando le frequenze alte a favore di quelle basse, che però qui sono praticamente assenti; il risultato è che, a confronto, perfino il sound di Origin sembra cristallino e “Secret Door” diventa l’ennesimo “could have been” del disco.
Infine, “New Way To Bleed” è una delle canzoni migliori dell’intera sessione e coniuga meglio di altre la direzione più pesante del nuovo disco col suono d’atmosfera del passato: le chitarre distorte sono ben presenti, ma il ritmo più lento, un buon uso di piano, archi e armonie vocali con qualche distorsione fanno da confezione a una melodia solida – è notevole, ad esempio, la seconda strofa, in cui la progressione delle note imita l’alternanza di toni del parlato per enfatizzare al meglio il testo. Il momento di quiete nel bridge, in cui a sorpresa arriva l’arpa, consolida ulteriormente il brano e mostra che perfino una sessione piagata da interferenze esterne può offrire momenti così ispirati.

Lost Whispers, quindi, non è una pubblicazione imprescindibile perché di nuovo ha ben poco, ma fa bene il suo lavoro di raccogliere in un unico disco otto anni di canzoni buone o addirittura ottime ma sparpagliate. Per fortuna, oltre al poco pratico vinile è disponibile anche digitalmente su iTunes e in streaming su Spotify: un buon antipasto in attesa della pubblicazione del novo full-length, Synthesis.