Diablo Swing Orchestra – Pacifisticuffs

- Voto: 75 su 100
- Anno: 2017
- Genere: Experimental rock, Avantgarde metal
- Influenze principali: Symphonic metal, Jazz, Swing, Disco, Tango, Mariachi, Bluegrass, Pop, Blues, Punk, Progressive rock



A cura di Michele Greco

Nel 2006, The Butcher's Ballroom, album d'esordio degli svedesi Diablo Swing Orchestra, ha dato uno scossone alla scena symphonic/progressive metal. Se il microfono condiviso da una cantante lirica e da una voce maschile pulita non è una novità, sono gli importanti elementi swing e boogie-woogie a spiazzare, permettendo così a brani come "Balrog Boogie" e "Pink Noise Waltz" di entrare nella storia. Nel 2009 è stata la volta di Sing Along Songs for the Damned & Delirious, che ha perfezionato lo stile della band e lo ha ammantato con una produzione cristallina, valorizzando perle come "A Tap Dancer's Dilemma", "Ricerca dell'Anima" o la russofila "Vodka Inferno". Con Pandora's Piñata, pubblicato nel 2012, la marcia trionfale dei nostri pare rallentare per via della fisiologica perdita di effetto sorpresa, ma se l'imprevedibilità è presente solo in qualche passaggio (i coretti giapponesi di "Black Box Messiah", il finale glitch dell'emozionante "Justice For Saint Mary", le sfuriate estreme di "Of Kali Ma Calibre"), i brani più "tipicamente D:S:O" sono comunque eccelsi (è il caso della travolgente "Voodoo Mon Amour" e dell'ondivagante "Exit Strategy of a Wrecking Ball"). Certo, la presenza di qualche filler e un vago sentore di cliché sembravano presagire un futuro poco roseo per i nostri, ma ad agosto 2016 è accaduto l'imprevedibile: il soprano AnnLouice Lögdlund ha deciso di lasciare la band per dedicarsi alla carriera operistica; al suo posto è arrivata Kristin Evegård, dotata di un'impostazione pop/jazz e di un timbro vocale simile a quello di Kylie Minogue. Un cambio drastico che, al prezzo dei muri vocali della bravissima ex cantante, ha portato all'acquisto di uno strumento più versatile e malleabile: un'occasione perfetta per rinfrescare il proprio sound!

L'8 dicembre 2017, a cinque anni e mezzo dalla pubblicazione di Pandora's Piñata, vede la luce Pacifisticuffs. Osservando la tracklist, la prima osservazione che viene in mente è: "tutto qui?". Dopo un'attesa così lunga, i D:S:O hanno partorito solamente nove brani veri e propri spezzati da ben quattro interludi strumentali. Una struttura simile può portare o a un album disomogeneo e sconnesso o, al contrario, a un album fluido in cui ogni interludio serve a legare i brani precedenti con i successivi; purtroppo, si è verificato il primo caso.
A rimarcare la sensazione di frammentazione ci pensa anche il sound, che si è arricchito di influenze nuove; ciò se da un lato permette di ridurre i deja-vu, dall'altro rischia di trasformare l'album in una compilation. Questo anche perché, nei lavori precedenti della band, le parti metal fungevano da collante nel caleidoscopio di idee eterogenee, ma in Pacifisticuffs le chitarre sono state messe in secondo piano. Non sto parlando solo dell'allegerimento dei riff, che spesso sono ascrivibili al rock ma che mantenengono anche passaggi metal, bensì proprio delle scelte di produzione che tendono a favorire ottoni e archi.

La mancanza di un filo conduttore e la delusione per la scarsa quantità di materiale inedito, però, potrebbero venire compensate da qualcos'altro. Ascoltando l'opener, "Knucklehugs (Arm Yourself With Love)", purtroppo non si direbbe: l'ispirazione punk 77 potrebbe essere interessante, ma il ritornello è orribile, anche se meno dello special bluesgrass col cantante Daniel Håkansson che fa un vocione sgraziato. Il risultato potrebbe adattarsi a un gruppo parodistico come gli Elio e le Storie Tese, ma dato in mano ai D:S:O risulta solo gratuitamente demenziale. La colpa è anche della mancanza di quel filo conduttore che invece permette agli öOoOoOoOoOo di spaziare da un territorio all'altro senza mai risultare forzati, abilità che quando si impegnano hanno anche i D:S:O.
Già con la successiva "The Age of Vulture Culture", la musica sembra cambiare. Una sezione ritmica che si districa benissimo fra rumba, ispirazioni balcaniche e metal, un ironico contrasto fra i toni festosi della musica e quelli drammatici del testo, una struttura compatta, un ritornello energico e orecchiabile: questi elementi permettono al brano di colpire nel segno. Nondimeno, manca l'elemento sorpresa; ad esempio, i riferimenti ai mariachi messicani sono già stati ampiamente sperimentati dalla band, basti pensare a "Guerrilla Laments".
Il terzo brano, "Superhero Jagganath". è un capolavoro di ironia e stravaganza. Si parte un ritmo da headbanging, poi gli ottoni prendono il sopravvento costrunendo un'atmosfera esotica nella quale Kristin svolge il ruolo di strega ammaliatrice; un delicato crescendo ci conduce a un ritornello epico ed eroico in modo volutamente esagerato, salvo poi spezzarsi su della musica da spiaggia hawaiana. In generale, questo brano si mantiene costantemente sopra le righe, ma lo fa senza mai prendersi troppo sul serio, e questo gli permette di divertire e stupire senza mai cadere nel ridicolo, differentemente da quanto è accaduto nell'opener. Complimenti!

"Vision of the Purblind", primo interludio dell'album, consiste in un minuto di suoni elettronici abbastanza monotoni con in sottofondo dei vaghi rimandi a "Climbing The Eyewall", dodicesimo brano in scaletta. Che senso hanno questi rimandi? Che senso ha inserire altri spunti, stavolta elettronici, senza approfondirli? In generale, che senso ha piazzare un minuto di suoni a caso che nulla hanno a che fare con i brani che lo circondano? Forse è meglio non porsi troppe domande e passare direttamente a "Lady Clandestine Chainbraker", che colpisce grazie alle sue parti di pianoforte simil-jazz (cortesia di Kristin), del ritornello sofisticato ed emozionante e dello special a metà fra tango e marcia. Come ultima sorpresa, verso la fine del brano le chitarre riemergono dal mixer mettendo in primo piano un riffing deciso e oscuro che corona uno degli highlight dell'album. Certo, a voler essere pignoli, anche quest'improvviso riemergere della parte metal dà un senso di disomogeneità, giacché nel resto del brano si sente chiaramente solo in qualche passaggio.
Lavora per contrasto la successiva "Jigsaw Hustle", che ci catapulta sulla pista da ballo grazie alla disco music Anni Settanta sapientemente mischiata al rock; il risultato è divertentissimo.

Dopo "Pulse of the Incipient", interludio composto dal battito di un feto e da un miagolio in sottofondo, ecco "Ode to the Innocent", un lento fra cabaret e musical. Sopra agli archi magistralmente prodotti si staglia la voce di Kristin che, evitando tonalità stridule e placando i vezzi nasali, tira fuori una performance di grande classe e spessore espressivo. Purtroppo, però, questo è sì un bel brano, ma non indimenticabile. Ben più interessante è la successiva "Interruption", che oscilla fra languidi momenti jazz, ottoni dal sapore messicano e cavalcate metal: l'insieme è notevole.

"Cul-De-Sac Semantics" è l'ennesimo interludio evitabilissimo, ma che per lo meno nel suo intrecciare valzer e mazurka riesce a non sembrare solo un modo per allungare il brodo. Arriviamo quindi a "Karma Bonfire", che presenta il classico swing-metal ballabile alla "Voodoo Mon Amour"; nulla di nuovo, insomma, ma nel contesto di un album vario è piacevolissimo. "Climbing the Eyewall", invece, viaggia verso tutt'altra dimensione, ossia quella di una marcetta condita dal banjo e dagli archi, ma che poi mette le chitarre in primo piano con dei riff gothic e, verso il finale, simil-djent.
Chiude l'album la brevissima strumentale bluesgrass "Porch of Perception", della quale nessuno sentiva il bisogno.

Terminato l'ascolto, diviene lapalissiano che questo sia un album di difficile valutazione. Tranne che per un filler, la qualità è alta e costante; non si toccano le vette presenti negli album precedenti, ma sono presenti 4/5 brani di notevole valore. Inoltre le nuove influenze hanno permesso di dare aria fresca al sound dei D:S:O, che ogni tanto torna a stupire.
In compenso, la sensazione di disomogeneità amplificata dai continui intermezzi inutili fa perdere valore a Pacifisticuffs preso nel suo insieme. C'è poi anche il problema della carenza di materiale dopo cinque anni e mezzo d'attesa. Certo, c'è stato un importante cambio di line-up e quindi è verosimile che alcuni brani siano stati riadattati per Kristin e altri ancora del tutto scartati, ma i D:S:O hanno da sempre anche un altro cantante, Daniel, che in Pacifisticuffs è stato messo da parte. Possibile che per Daniel in tutto questo tempo siano stati scritte così poche parti? Un gran peccato, considerando che in passato ha dato vita a ottime performance.
Ad ogni modo, i pro superano i contro e quindi quest'album non può che essere promosso a pienissimi voti.