Loïc Nottet – Selfocracy


- Voto: 75 su 100
- Anno: 2017
- Genere: Synth pop
- Influenze principali: Soul, R'n'B, Gospel, Pop rock







A cura di Michele Greco

Dopo essere arrivato secondo nella versione belga di The Voice e aver ottenuto ancora più visibilità grazie a una cover di "Chandelier" di Sia, nel 2015 Loïc Nottet, classe 1996, ha fatto il suo debutto internazionale partecipando all'Eurovision e piazzando la bandierina sul quarto posto. Il brano scelto per gareggiare, "Rhythm Inside", era caratterizzato da un ottimo pop sintetico, minimale e dal ritmo ben scandito, ricordando così lo stile di Pure Heroine di Lorde.
Nel marzo 2017 Loïc ha finalmente pubblicato il suo primo full length: Selfocracy.

L'album si apre con la title-track, che si rivela essere un'intro. Incastonato fra un tappeto di archi e un coro di voci bianche, Blaise Landsbert-Noon recita dei versi che spiegano il concept di Selfocracy. Per maggiore chiarezza, vale la pena tradurli:
"Mia madre ha detto di non avvicinarmi agli specchi, perché si dice che un giorno un giovane ragazzo morì guardando troppo a lungo se stesso. La gente dice che sono voraci, che hanno fame di riflessi perfetti, che i loro appetiti insaziabili possono persino uccidere. Molti sono quelli tra noi che si perdono negli specchi, troppi quelli che vivono solo per le apparenze.
Consapevole di non essere il più bello di tutti, l'uomo è geloso e malvagio; consapevole di non essere il più brutto di tutti, l'uomo è vanitoso e arrogante.
Gli specchi ci distorcono, covano un ego smisurato dentro di noi. Egoista, egocentrica: questo è ciò che stanno riflettendo dell'umanità. Perché aiutare qualcuno se la sua sfortuna ci permette di avanzare?
Mia madre ha detto di non avvicinarmi agli specchi, perché sembra che più guardiamo in loro, più le nostre orecchie smettano di ascoltare e i nostri occhi smettano di vedere che il mondo continua a girare intorno a noi.
Benvenuti in Selfocracy."
Il contrasto con la pronuncia british di Landsbert-Noon rende ancora più evidente quella bruttina e sgraziata e di Loïc, che più volte nel corso dell'album sembrerà un "bambino smorfioso", soprattutto nei momenti cantati in modo sguaiato. Considerando che ha una notevole tessitura e che, quando sta attento, sa essere morbido e delicato, non è chiaro neppure il perché della spigolosità del suo registro acuto. Un timbro così chiaro e squillante non è una giustificazione, quindi o la sua è una pessima scelta stilistica o farebbe bene ad allenarsi nell'arrotondare i suoni. In ogni caso, anche considerando che prima di tutto è un ballerino e che ha un timbro riconoscibile, la valutazione dei suoi difetti come cantante può essere ridimensionata. Ciò non toglie, però, che tutti quei "blood" e "heart" pronunciati con fare da ghetto boy in "Mud Blood" siano poco piacevoli, così come il ritornello inutilmente urlato; ed è un peccato, perché di base il brano è carino: ritmato, catchy, con un bel contrasto fra le strofe oscure e il ritornello luminoso. Di sicuro, comunque, è più personale di "Team8", che sa di già sentito anche per colpa di un ritornello troppo simile a quello della traccia precedente. Rimane comunque una canzone piacevole grazie al suo mood allegro associato a un testo dedicato ai Peccati Capitali, alla cui testa è posto l'Ego. Un gradino sotto si colloca "Dirty", la cui atmosfera bambinesca che richiama la prima Jessie J non riesce a colpire, anche per via di alcune scelte vocali molto irritanti e del prevedibile special rappato da Lil Trip. Per lo meno le melodie sono orecchiabili, ma non abbastanza ispirate da compensare il resto.

Dopo un brano carino, uno sufficiente e uno bruttino, sembra lecito abbassare le aspettative. Fortunatamente, da questo momento in poi Selfocracy non sbaglia un colpo e inanella una serie ininterrotta di brani notevoli. Il primo gioiello di questa collezione è "Million Eyes", ballad nella cui base si intrecciano vocalizzi in falsetto, sintetizzatore, discreti rintocchi di piano e una sezione ritmica che richiama il battito cardiaco. L'intepretazione di Loïc è sofferta, a tratti sporca; e se le strofe sono sommesse, il ritornello esplode alternando voce piena e falsetto, dando così vita alle parole del testo. Loïc sta dichiarando il suo disagio nel sentirsi costantemente giudicato e deriso; l'autoironia è una maschera che nella solitudine cade.
Ancora più intensa è "Whisperers", che si dischiude con un pianoforte che richiama un carillon, con gli archi e con un coro spettrale in sottofondo. La voce del cantautore belga è inizialmente una carezza delicatissima e insieme sofferta, ma cresce gradualmente, fino a urlare la disperazione assieme ai cori. Sul finale, un vocalizzo in falsetto, ovattato dalla produzione, è un lamento che ci ricorda il nostro ineluttabile destino in quanto creature mortali.

Il settimo brano di Selfocracy è, per via della sua durata, un perno attorno al quale ruotano gli altri. Bisogna dare atto a Loïc che non è da tutti inserire in un album d'esordio pop, tra l'altro prodotto da una major come la Sony, un brano di quasi sette minuti. "Poison" inizia con un veloce e aggraziato arpeggio di tastiera arricchito da suoni elettronici, anche se la vera chicca sono i vocalizzi corali, gli stessi presenti nel pre-ritornello di "Mud Blood", ma velocizzati e distorti così da sembrare alieni. Bisogna aspettare quasi un minuto per l'arrivo della voce, che è potente e molto decisa, anche se in alcuni passaggi si lascia andare a divagazioni in falsetto e a sinuose dimostrazioni d'agilità, mentre in sottofondo una chitarra elettrica si aggiunge agli altri strumenti. Anche la parte rappata da Shogun funziona, soprattutto perché è stata inserita prima del secondo ritornello anziché nello special, cosa che rende più interessante la struttura del brano. È azzeccata pure la presenza dell'assolo di chitarra, cortesia del bravo Allan François, prima della chiusura del brano. Insomma, "Poison" non sarà il capolavoro del secolo, ma si innalza ben al di sopra della media del genere; peccato solo per le troppe ripetizioni del pur orecchiabile ed epico ritornello.

È il turno di "Cure". Inizialmente sembra una classica ballad piano-e-voce, ma poi viene arricchita da vocalizzi corali dal sapore gospel e da una voce distorta usata come fosse un synth. Ad attirare l'attenzione è però l'intensa interpretazione vocale.
Con dei vocalizzi filtrati prende il via la successiva "Wolves". Le sue percussioni richiamano il trotto di un cavallo, ma anche il passo lento di un lupo nella steppa. Il cantato di Loïc è delicato e morbido, quasi soffuso, riuscendo a risultare malinconico e insieme ammaliante, ma anche deciso quando inizia a duettare con l'ospite Raphaella. Tra ansimi in sottofondo, il falsetto di Loïc che imita un ululato, interventi di piano e un'elettronica un po' esotica, "Wolves" procede lenta e affascinante. In generale, se da un lato il suo stile incrocia quello di Banks con quello del Justin Timberlake più sofisticato, dall'altro mantiene una propria personalità peculiare. 
Il contrasto con la traccia successiva non potrebbe essere più netto: "Hungry Heart" è un'up-tempo dalle melodie molto catchy, arrangiata con chitarra acustica, beat e tappeti di synth. Il suo ritmo trascinante è accentuato anche dal gioco di contrasti nelle parti vocali, che alternano momenti volutamente sguaiati e falsetti delicati. In un certo senso, si può dire che Loïc abbia fatto di necessità virtù, trasformardo un suo difetto in un'intelligente arma espressiva che ben rende il contrasto interiore del testo: ha dato tutto alla sua ragazza, ma lei pretende di più, quindi è costretto a fuggire da quel cuore cannibale. 

Prima di concludere, ritorna Blaise Landsbert-Noon con un interludio recitato sopra a un tappeto di archi. Con "Peculiar and Beautiful" vengono tratte le conclusioni del concept:
"Cos'è uno specchio? Cosa ci dice? Bugie? Verità? Cosa sta riflettendo? Ciò che siamo? Ciò che vogliamo vedere?
Non conosco niente di più capriccioso di uno specchio: può scegliere di farci amare o detestare tutto ciò che siamo. La nostra faccia, il nostro corpo, noi stessi: nulla gli sfugge. E in questo gioco che gli è familiare in tutte le trappole e le insidie non perde mai. Ride delle nostre lacrime, delle nostre paure e del nostro dolore. Ci prende in giro. E come reagiamo? Lo incoraggiamo. Alcuni addirittura credono a ciò che dice lo specchio e vendono il proprio corpo ad esso; cominciano a perdere peso e denaro per compiacerlo, si segnano con innumerevoli cicatrici sperando un giorno di diventare più belli di Narciso. E Dio solo sa che, per ottenere il sorriso più bello, l'uomo è pronto a subire mille difficoltà! Che triste… Perché, alla fine, è il semplice fatto di essere noi stessi a renderci peculiari e belli. Ma l'uomo ha paura; ha paura delle sue differenze, paura di ciò che altri potrebbero dire, paura di ciò che lo specchio potrebbe pensare. Paura... che strana sensazione: un'overdose può avvelenare un'intera vita! Ma lascia che ti dia un consiglio: spezzala, rompi lo specchio! Ti acceca. E sii te stesso, semplicemente te stesso: sarà abbastanza, credimi."
È quindi arrivato il momento di chiudere la narrazione col brano migliore dell'album nonché quello che ne riassume i temi: l'emozionante ballad "Mirror". L'intro è cullato dagli archi, ma presto l'atmosfera si fa più pulsante, tra beat, synth e cori di voci bianche; la protagonista è comunque la voce di Loïc, che intepreta con passione delle melodie molto ispirate. Sia la musica sia il testo abbondano di citazioni fatte con intelligenza, dal pre-ritornello che richiama quello di "Rhythm Inside" alla disperata richiesta rivolta al demone oltre lo specchio ("Stop watching with your million eyes!"); in particolare, tutta la parte finale del brano riprende i versi di "Dirty", "Mud Blood", e "Team8", ma le linee vocali sono stravolte e riadattate in un crescendo di emozioni. E quando la fenice è pronta a risorgere dalle proprie ceneri, il brano rallenta e il suo ritornello, stavolta cantato in falsetto, si spegne come un carillon, donando gli ultimi brividi all'ascoltatore. Non era immaginabile una conclusione migliore. 

Insomma, Selfocracy è un solido concept album e, sebbene il tema trattato non sia dei più originali, dai testi sinceri e dalle interpretazioni vocali pare che Loïc Nottet lo senta molto suo. Inoltre, nonostante qualche iniziale incertezza, i brani funzionano quasi tutti molto bene e dimostrano che il cantautore e ballerino belga ha le idee chiare. Lui è giovane, quindi ha tempo per migliorare la propria proposta, ma intanto può essere orgoglioso di aver esordito con un album che susciterà le invidie di molti. Peccato solo per la produzione e postproduzione incostante tanto nelle scelte quanto nella qualità; a risentirne sono stati soprattutto il timbro di Loïc e gli archi campionati, ma tutto sommato senza grossi danni.
A margine, consiglio l'ascolto dei due scarti di Selfocracy che sono stati usati come regali per i fan in occasione rispettivamente di Halloween e Natale: "Doctor" e "Go to Sleep".