Ne Obliviscaris – Urn

- Voto: 83 su 100
- Anno: 2017
- Genere: Progressive death metal, Melodic black metal, Technical death metal
- Influenze principali: Symphonic metal, Flamenco




A cura di Michele Greco

Con soli due album all'attivo, gli australiani Ne Obliviscaris avevano chiuso il 2014 con un dominio assoluto della scena metal. Nondimeno, il flusso creativo della band australiana non accennava a fermarsi: nel 2015 è stata la volta di Hiraeth e Sarabande to Nihil, due EP di tre brani ciascuno pubblicati in edizione limitata per coloro che hanno aderito alla campagna di crowdfunding su Patreon. Viene da chiedersi come mai alcuni brani ottimi come "Beyond the Hourglass", "Upon the Tongue of Eloquence" e "All the Scarlet Tears" siano stati relegati a delle pubblicazioni secondarie, ma evidentemente i Ne Obliviscaris erano certi di avere ben altri assi nella manica.
Purtroppo lo stato di grazia era destinato a essere terremotato. A inizio 2017 la band si è separata dallo storico bassista, Brendan "Cygnus" Brown; poiché le motivazioni sono pesanti e delicate, non è conveniente approfondirle in questa sede.
Per le registrazioni del nuovo album è stato temporaneamente assoldato il bassista Robin Zielhorst (Exivious, ex Cynic), che ha così permesso di terminare Urn, terzo album dei Ne Obliviscaris, pubblicato il 27 ottobre 2017.

Sono presenti quattro brani, di cui due divisi in due parti ciascuno, per un totale di sei tracce e una durata di circa quarantacinque minuti, inferiore sia a quella di Citadel (quarantotto minuti circa) sia a quella di Portal of I (settantuno minuti circa). Considerando che nei due EP del 2015 c'era qualcosa di interessante, non si capisce il perché di questa parsimonia, ma d'altra parte può anche darsi che i NeO abbiamo lavorato di labor limae, eliminando qualsiasi filler. Cosa si nasconde, quindi, dentro l'urna?

L'album si apre con "Libera", suite divisa in due parti. La prima, "Saturnine Spheres", inizia con la chitarra acustica, alla quale si aggiungono il basso e il violino pizzicato. Dopo l'arrivo delle chitarre elettriche di Benjamin Baret e Matt Klavins, come al solito tecnicissime, e della brutale batteria di Daniel Presland, Tim Charles incanta l'ascoltatore con la sua meravigliosa voce pulita, che stavolta risulta più corposa e possente rispetto alla delicatezza avuta in Citadel. Per tutto il resto, però, il primo riferimento è proprio l'album del 2014, al punto che "Saturnine Spheres" potrebbe sembrare un'altra parte della suite "Painters of the Tempest". Nondimeno, sebbene manchi l'effetto sorpresa, è indubbio che l'ispirazione ci sia: i cambi di tempo sono gestiti benissimo, le melodie vocali pulite sono memorabili nonché ben intrecciate col growl di Xenoyr, l'atmosfera evocata è oscura, emozionante, epica e ricca di tensione. Nei suoi dieci minuti circa di durata, "Saturnine Spheres" trova spazio anche per il solito break di violino e chitarra dal sapore andaluso: prevedibile, ma molto efficace. Menzione d'onore per il testo, che è piombo liquido trasformato in poesia.
Purtroppo la seconda parte della suite, "Ascent of Burning Moths", non riesce a reggere le aspettative. Si tratta di due minuti e mezzo strumentali, tessuti da un violino malinconico e della chitarra acustica. Nell'insieme, è una composizione banale e stantia, bel al di sotto dei momenti acustici dei due album precedenti, quindi sarebbe stato il caso di eliminarla o accorciarla così da poterla mettere in coda a "Saturnine Spheres".

Il terzo brano dell'album è il singolo "Intra Venus", che rappresenta la volontà dei NeO di rendere ancora più accessibile la propria formula senza per questo snaturarla. In effetti, pur nei suoi sette minuti e mezzo, è ravvisabile la classica alternanza di strofe e ritornello, allontanando ancora di più la band australiana dallo sperimentalismo dell'esordio Portal of I. In sé questa standardizzazione non è un male, in quanto può acquisire significato nel contesto, fungendo da porta di accesso per una proposta più complessa. Inoltre, mettendo da parte i pregiudizi per la sua solo apparente semplicità, si possono apprezzare le violente sfuriate death/black ben bilanciate dal ritornello, l'assolo duettato di chitarra e violino, la tensione costante che sottende alla struttura e che si scarica nella delicatezza dello special, l'eccelso lavoro del basso giocato su climax e anticlimax, e la drammatica viola (anch'essa suonata da Charles). Manca l'imprevedibilità con cui la band australiana ha ottenuto i primi applausi, ma siamo comunque di fronte a una costruzione magistrale.

I quasi dodici minuti di "Eyrie" sono un perno attorno a cui ruota il resto dell'album. La struttura richiama un po' quella di "Forget Not", ma il contenuto segue un'impronta stilistica diversa. Chitarra acustica, percussioni e violino viaggiano da soli per quasi due minuti, fino all'arrivo della voce pulita; l'atmosfera, delicata ed emozionante, riprende un certo rock progressivo. Un cocchio alato lentamente si fa strada fra le nuvole, ma ecco che, intorno alla metà del quarto minuto, piomba giù verso gli inferi. Il cambio è drastico e ci riporta verso lidi metal, senza però dimenticare i momenti epici donati da Charles. Quest'ultimo si intreccia vocalmente con Xenoyr in una soluzione opposta rispetto a quella tipica di Portal of I: laddove nell'album d'esordio il growl stava in primo piano e la voce pulita creava controcanti, qui in "Eyrie" accade il contrario. Tra evoluzioni al violino, assoli di chitarra e violenti blast beat, il brano si snoda tortuoso fino a un breve stacco acustico, a cui seguono un'altra esplosione metal e infine una chiusura che richiama l'intro celestiale. "Eyrie" è un flusso di emozioni capaci di colpire sia al cuore sia alla testa dell'ascoltatore, quindi non è del tutto vero che i Ne Obliviscaris si siano adagiati sugli allori.

La chiusura dell'album è affidata a "Urn", una suite lunga quattordici minuti e divisa in due parti. La prima, "And Within the Void We Are Breathless", ha un'intro lenta e triste, sorretta da un arpeggio distorto di chitarra. All'improvviso, il brano si dischiude in un'esplosione di violenza, resa dinamica dagli interventi di violino e dal ritornello pulito che gioca su un contrasto fra toni gravi e falsetto. Lo scream di Xenoyr è straziante e accompagna l'ascoltatore fino all'ottimo riff che, nelle sue pulsanti variazioni, costituisce lo scheletro dello special. In generale, questa traccia è un solidissimo concentrato di technical death personalizzato da un violino talvolta delicato e talvolta disturbante e dissonante, quasi a voler stuprare il cervello dell'ascoltatore per trasmettere al meglio il senso di disperazione esistenziale.
La seconda parte della suite, "As Embers Dance in Our Eyes", è il naturale prosieguo della prima, al punto da rendere ingiustificata la divisione. Il violino stridulissimo è "L'Urlo" di Munch in musica, pura lacerazione interiore intensificata dal growl e poi dal riff di chitarra. Dopo un ottimo assolo, la composizione si fa meno claustrofobica, lasciando spazio alla voce pulita. Nel cielo plumbeo si fanno strada dei timidi raggi di luce, ma purtroppo il climax finale non sembra essere capace di completare questo processo, se non con una chiusura forzata e frustrante.

Tirando le somme, Urn è un album forse un po' prevedibile e parco di freschezza, ma non lo si può definire pigro o poco ispirato, in quanto la qualità c'è ed è altissima. Non è al livello di Portal of I e Citadel e non rappresenta il Capolavoro Assoluto che ci si aspettava, ma si tratta comunque di un ottimo album, ben al di sopra della media del genere.
In ogni caso, un piccolo rallentamento può essere fisiologico, quindi per adesso non c'è da preoccuparsi. Ora che è stato confermato l'italiano Martino Garattoni (Ancient Bards) come nuovo bassista ufficiale, forse i Ne Obliviscaris potranno ritrovare la serenità necessaria per ricominciare a osare oltre gli schemi.