Hurts – Desire

Hurts – Desire
- Voto: 60 su 100
- Anno: 2017
- Genere: Pop
- Influenze principali: Soft rock, Funk, Synth pop




A cura di Alessandro Narciso

Apriamo con una piccola nota personale: da grande fan degli Hurts, avrei quasi preferito che Desire fosse un album monumentalmente brutto. Anche se in negativo, avrebbe lasciato un impatto. Invece è semplicemente un album scialbo: si lascia ascoltare, fa da sottofondo a tre quarti d’ora di cazzeggio su internet, ma non lascia nulla. Per una band che ha fatto fortuna sull’impatto emotivo della sua musica, forse è ancora più imperdonabile.
Il fatto è questo: di per sé, apprezzo il tentativo di cambiare. Abbiamo già discusso di come il successo di Happiness avrebbe consentito al duo britannico di riproporne la formula ad nauseam, fossilizzarsi sulla malinconia patinata e sul synth pop come esercizio di stile fino a diventare un’auto-parodia, e assicurarsi facili guadagni. Così come virare verso territori ancora più oscuri su Exile e fare un’inversione a U verso un pop più solare con Surrender sono stati dei rischi coraggiosi, lo è stato anche il tentativo di distacco ancora più netto di Desire. Il problema è che, a questo giro, mancano idee solide che riempiano il vuoto lasciato dall’abbandono quasi totale delle sonorità del passato e l’album ha perso quel sound distintivo “alla Hurts” senza guadagnare nulla in cambio. Desire non è (per lo più) un album attivamente brutto, nel senso che è scritto e arrangiato male; è semplicemente mediocre per mancanza di materiale interessante a livello compositivo, personalità negli arrangiamenti, visione nella raccolta e direzione nel mood.
Abbandonate completamente le ricche texture sintetiche e classicheggianti di Happiness o i guizzi dark di Exile, sono chitarre elettriche non distorte, basso e l’occasionale pianoforte a farla da padroni, un bouquet sonoro come se ne trovano a bizzeffe nel pop-rock. Synth e beat, quando compaiono, pescano senza vergogna o reinterpretazione alcuna fra i tardi Anni Ottanta e i primi Novanta, scadendo più nell’anacronismo che nell’omaggio o nel tocco nostalgico.

Capisci che c’è un problema nel tuo disco, ad esempio, se l’unica canzone che resta davvero impressa lo fa per quanto è brutta: “Boyfriend” sembra un tentativo molto goffo di imitare qualcosa a metà fra Prince e Michael Jackson di fine Anni Ottanta. Con troppa poca personalità per portare freschezza a quel tipo di sound, il ritmo funk, le chitarre sincopate e le backing vocals filtrate sanno solo di già sentito, e la canzone finisce per essere un brutto esercizio di stile non solo fuori posto nella discografia degli Hurts, ma anche fuori tempo massimo nel panorama musicale contemporaneo.
E anche le tre o quattro canzoni meglio riuscite non hanno molto da dire. “Beautiful Ones”, il singolo di lancio, sta a galla solo grazie a una melodia orecchiabile ma, se non fosse per l’inconfondibile voce di Theo Hutchcraft, non avrebbe nulla di particolarmente personale a livello di sound: qualche tocco di pianoforte qua e là, un po’ di chitarra sulle strofe, synth sui ritornelli, coretti di sottofondo… giusto l’assolo di chitarra sul bridge aggiunge un po’ di freschezza, ma non si distacca da proposte musicali già sentite. Troviamo più o meno gli stessi elementi nella successiva “Ready to Go”, che si salva grazie a un ritmo accattivante. L’unico elemento degno di nota sono dei flauti usati qua e là, per il resto è una generica canzone pop.
Something I Need to Know” è anche una bella canzone, ma era meglio quando si chiamava ancora “Stay”: superata la prima strofa introdotta da pianoforte e cori, sia la ritmica che la progressione di accordi sono praticamente identiche a “Stay” e c’è perfino un piccolo riff di synth che sembra copiaincollato da lì. Se il meglio che il nuovo disco ha da offrire è una rivisitazione di un classico della band con meno smalto, le cose non marciano bene. E parlando di richiami, “Magnificent” è un’altra canzone ben riuscita, ma un po’ il ritmo, un po’ la melodia, un po’ l’arrangiamento in cui predominano pianoforte e chitarra richiamano la versione dei Wet Wet Wet di “Love Is All Around”.
Una menzione particolare – e finalmente positiva – va invece a “Chaperone”. È un esperimento bizzarro ma ben riuscito: i piccoli arpeggi di piano che terminano in accordi staccati punteggiano un brano quasi interamente vocale e sostengono una melodia che, semplicemente, è divertente; rumori elettronici e distorsioni vocali di sottofondo aggiungono un che di curioso ma, in qualche modo, beneficiano l’atmosfera generale. Strana ma divertente: “Chaperone” è questo, senza troppe pretese. Tutto sommato nemmeno “Wait Up” è male, con il suo ritmo sensuale, l’organetto, il bel synth in sottofondo e l’assolo di tromba sul bridge.

E questo è quanto: il resto delle canzoni, quasi metà del disco, sono trascurabili. “People Like Us” va in una direzione più soft rock condita con qualche synth di archi, ma la melodia è piuttosto dimenticabile. Altrettanto insipida è “Wherever You Go”, nonostante il suo ritmo energico sottolineato dallo schiocco di dita. “Walk Away”, invece, ha una melodia e un ritmo accattivanti, ma non è molto diversa da altre canzoni pop che si trovano là fuori – ha giusto una bella linea di basso e, nel post-ritornello, un synth carino. “Thinking Of You” è un altro esercizio di stile a cavallo fra gli Ottanta e i Novanta, con i suoi costanti accordi di synth vintage e il ritmo funk, ma se non altro è uscita meglio di “Boyfriend”. E poi ci sono “Spotlights” e “Hold on To Me” che, più che “bel synth” e “melodia orecchiabile” rispettivamente, non offrono molti spunti d’analisi: sono canzoni anonime, non attivamente brutte, ma che semplicemente non restano.
All’appiattimento della musica ne corrisponde uno dei testi: lungi dall’introspezione e dall’ennui de vivre che ha reso facile immedesimarsi nei primi dischi, Desire è per lo più una collezione di storielle d’amore in vari stati di crisi trattate con superficialità, qualche accenno ai benefici della fama, un paio di vaghi incoraggiamenti e poco altro.

Parlando degli altri album, si è posta enfasi su come le copertine dessero una buona indicazione sul contenuto. E questo succede anche con Desire: è un banale ritratto a colori su sfondo rosso, in una posa insipida, con espressioni vacue e qualche capriccio modaiolo nei vestiti. Allo stesso modo, la musica proposta è scialba, poco personale, con qualche buona idea qua e là ma senza punte di eccellenza o canzoni memorabili.
A questo punto, la domanda sorge spontanea: Desire è un tentativo maldestro di attirare un pubblico più vasto e di minori pretese, o semplicemente le idee di Theo Hutchcraft e Adam Anderson sono finite? Da una parte, già Surrender, che pure è ben riuscito, dava l’impressione che le vecchie idee si stessero esaurendo e le nuove faticassero ad arrivare; dall’altra, Happiness era riuscito, a suo tempo, a far salire due illustri sconosciuti alla ribalta continentale, segno che gli Hurts sono stati capaci di raggiungere il pubblico creando e mantenendo una loro identità. Così a orecchio, si direbbe più un caso di “e adesso cosa facciamo?” riempito troppo frettolosamente. Fra l’altro, è il primo album degli Hurts senza materiale bonus, segno che il poco che c’era è stato spremuto fino all’ultima goccia.
Poi per carità, un album mal riuscito e impersonale capita anche ai migliori: viene in mente Head First dei Goldfrapp, a cui però è seguita la meraviglia che è Tales of Us. Magari anche gli Hurts, se si prendono una pausa, riusciranno a ricaricare le batterie e lasciarsi alle spalle Desire come un episodio dimenticabile seguito da una ripresa. Incrociamo le dita.