Hurts – Exile

Hurts – Exile
- Voto: 88 su 100
- Anno: 2013
- Genere: Synth pop, Synth rock
- Influenze principali: Disco Lento, Dance music, Industrial, Chamber pop,  R&B




A cura di Alessandro Narciso

Dopo quattro anni di gavetta nell’underground elettronico di Manchester e Londra, gli Hurts sono esplosi sulla scena internazionale col fortunatissimo Happiness (2010). Top ten in dodici paesi, disco d’oro o platino in sette, tre singoli in vetta alle classifiche, un budget per il tour che ha permesso loro di portarsi in giro per tutta Europa quartetto d’archi, fiati, arpa, ballerine e rose bianche da lanciare al pubblico ogni sera… le cose sono cresciute velocemente per Theo Hutchcraft (voce) e Adam Anderson (synth, chitarra e vari altri strumenti).
Abbastanza sofisticati da soddisfare i palati fini ma pur sempre parte dell’ampio spettro del pop europeo, sarebbe stato facile e sicuro per gli Hurts capitalizzare sulla formula che li ha resi celebri, riproporla praticamente invariata e continuare a corteggiare radio mainstream e pubblico indie con un Happiness 2.0 fino al cambio della moda. Invece, per Exile il duo decide di sorprendere i fan seguendo una strada generalmente simile, ma a un livello superiore.

Di nuovo, è la copertina a offrirci un buon ritratto del disco: i vestiti di Theo e Adam – camicie bianche che spiccano contro le giacche scure dei completi – si perdono nello sfondo nero, mentre la luce intensa che proviene dall’alto crea un forte contrasto con profonde ombre che oscurano gli occhi dei due musicisti. Similmente, partendo dal synth pop sofisticato e posh a cui il duo ci ha abituati, Exile esplora direzioni più dure, figlie dell’esperienza maturata proponendo Happiness dal vivo. Ai sintetizzatori si affiancano così chitarre elettriche e batteria acustica, e il sound flirta con elementi synth rock e perfino industrial accanto a beat sofisticati, melodie tremendamente catchy e suggestioni dance. Il mood generale è più oscuro e tormentato: perfino le canzoni più radiofoniche hanno qualche elemento che le permea di malinconia.
Questo gioco di contrasti è evidente già in apertura d’album dalla title track: “Exile” affianca una melodia allegra e un ritmo vivace a synth ora pulsanti, ora arpeggiati, ruvide chitarre usate con gran gusto e la solita impeccabile maestria nell’arricchire progressivamente l’arrangiamento per far crescere la tensione emotiva. All’orecchiabilità si oppone una struttura che, nella seconda metà, si concede una lunga coda strumentale, bilanciando bene senso di familiarità e sorprese.
Allo stesso modo, i tre singoli estratti sono estremamente radio-friendly, ma non rinunciano mai alla personalità. “Miracle”, il singolo di lancio, presenta una melodia super catchy dal gusto orientaleggiante e una struttura molto lineare – strofa, pre-ritornello e ritornello, con il bridge che ne è una semplice variazione – ma osa nell’arrangiamento, con un intreccio di vocalizzi sostenuti dal synth, un botta e risposta nel ritornello fatto apposta per rendere al massimo dal vivo col pubblico e un tocco mistico dato dai cori di sottofondo, che ben si accompagna al titolo.
Lo stesso gusto per il sacro prestato al profano è dato in “Blind” dal bell’organetto che fa da filo conduttore per buona parte del brano. La bella intro di synth e cantato filtrato, il ritmo accattivante, la struttura semplice, la melodia ispirata e i tocchi di pianoforte completano il lavoro e la rendono un’altra hit assicurata.
Una melodia davvero bella è il punto di forza anche del terzo e ultimo singolo, “Somebody to Die For”: i synth restano al minimo per lasciar posto ad archi, pianoforte e chitarra riverberate che, sostenuti dalla linea di basso, costruiscono la texture sullo sfondo delle ottime linee vocali stratificate.

Curiosamente, i momenti più dance del disco, stavolta, non sono affatto i più easy. A rendere ballabile l’irresistibile “Sandman” sono le chiare influenze R&B della sezione ritmica, ma la melodia agrodolce, ricca di dissonanze, la rende un ascolto più sofisticato; è molto interessante anche a livello strumentale, con parti fischiettate, accenni di ottoni, un bel synth sui ritornelli e perfino cori di voci bianche nel bridge.
L’ottima “Cupid” si apre con un riff di chitarra elettrica combinato un con un beat trascinante, in parte sintetico e in parte affidato a una martellante batteria, proponendo uno dei momenti insieme più ballabili e più rock-oriented del disco. Le radici dance della band sono evidenti nell’altrettanto bella “Only You”, uno dei migliori esempi di come Exile riesca a sintetizzare i contrasti che lo compongono: alla vivacità del ritmo e al massimalismo della parte strumentale, pesantemente sintetica, si contrappongono infatti una melodia piuttosto malinconica e un’ottima prova vocale, sobria, minimale e a tratti venata di quell’apatia spesso incontrata su Happiness. L’effetto finale è incredibilmente posh.

Fra le tracce meno convenzionali del disco, “The Rope” guarda verso il debutto, tornando a coniugare archi e sintetizzatori con giusto qualche spennellata soft rock qua e là. “Mercy”, col suo ritmo lento, gioca bene con le sovrapposizioni di strumenti per darsi un flusso, alternando con destrezza momenti scarni e altri più ricchi, la predominanza di suoni alti nelle strofe e quella di synth vibranti e bassi che danno corpo alla texture nei ritornelli. Notevole il culmine dopo il bridge, in cui si aggiungono anche le chitarre prima del momento di quiete finale affidato agli ottoni.
The Road”, la canzone meglio riuscita del disco, è quella che porta le nuove influenze al loro estremo: synth fischianti e arpeggi di chitarra elettrica la introducono come una traccia minimale, ma già dal ritornello vibranti wubb di synth dal sapore dubstep, vocal filtrate, rumori graffiati e una pesante batteria le danno un inaspettato piglio industrial. Come “Evelyn” sul disco precedente, ogni movimento arricchisce il sound con un nuovo elemento, in un costante crescendo che trova una risoluzione mozzafiato nelle dissonanze della coda strumentale.

Uno dei punti di maggior distacco fra Exile e il suo predecessore è che il nucleo di Happiness erano le molte e ottime ballad, mentre l’edizione standard di Exile ne presenta solo due. Ciò non significa, però, che la loro qualità sia calata in alcun modo. “The Crow” è la più coraggiosa delle due, con un ritmo lento, appena accennato, e una parte strumentalmente molto ricca ma dosata alla perfezione per dare un effetto complessivo minimale e lasciar spazio alla voce. Componenti organiche come batteria, chitarre e archi pizzicati si amalgamano con quelle sintetiche in un crescendo che valorizza i bellissimi ritornelli sostenuti da pianoforte e cori.
Help” è più convenzionale, ma non meno emozionante: guidata dal bellissimo piano dell’ospite speciale del disco, Sir Elton John, alterna tonalità minore nelle strofe e maggiore nei ritornelli. Di nuovo, l’arrangiamento è progressivo: resta minimale fino all’improvviso arrivo di archi e cori, dopo di che infittisce la texture finché il bridge non assume toni soft rock che continuano per tutta la bellissima ed emozionante coda della canzone: una conclusione perfetta per l’edizione standard di un disco che è, prima di tutto, un soddisfacente viaggio emotivo.

Le bonus track, stavolta, sono solo due, e non è difficile indovinare perché siano state escluse: “Heaven” è ballabile e orecchiabile, ricca di chitarre e archi, ma sostanzialmente innocua; non è una brutta canzone, affatto, semplicemente il disco ha materiale più solido da offrire. Tutt’altro discorso, invece, per “Guilt”: una ballata per voce, pianoforte e un accenno d’archi che riprende il minimalismo, l’intimità e l’aspetto confessionale di “The Water”, riuscendo a riproporlo con la stessa intensità emotiva, perfetta per concludere il disco. È un’ottima canzone, quindi, ma c’è posto per una sola chiusura: scegliendo “Help”, “Guilt” andava scartata.

Come la musica, anche i testi sono più edgy rispetto al debutto, ora nelle tematiche, ora nella forma. Speranza, rinascita e superamento delle difficoltà sono temi ricorrenti: la title track descrive la sicurezza economica che il successo ha portato a Theo e Adam al prezzo di trovarsi lontani da casa, “The Rope” e “Help” parlano di tenere duro e superare un momento difficile, la prima grazie alla forza interiore, la seconda trovandola in qualcuno di caro; “Somebody to Die For” tratta dell’urgenza di lasciare un segno attraverso le proprie azioni e le persone a cui si tiene, così da essere soddisfatti della propria vita in punto di morte.
Non mancano temi più quotidiani, ma descritti con un gusto peculiare. “Blind”, ad esempio, parla della fine di un rapporto, ma in termini di cavarsi gli occhi pur di non vedere l’ex con la sua nuova fiamma; eleganti metafore raccontano una sessione di BDSM in “Mercy” e la lotta contro l’insonnia in “Sandman”, mentre “The Crow” parla di una presenza tossica quanto affascinante nella propria vita.
The Road” unisce brutalità e raffinatezza descrivendo con lirismo e un piglio quasi mistico l’investimento di una ragazza e il conseguente PTSD. L’uso di metafore sacre per situazioni mondane è, in particolare, uno stilema ricorrente nel disco: un po’ scontato in “Heaven”, molto elegante e incisivo in “Miracle”, rispettivamente un rapporto che va a gonfie vele e uno che finisce talmente male da distruggere tutto; ed è appena accennato in “Cupid” e “Only You”, il racconto di una one-night stand e la romanticizzazione di una vecchia conoscenza. E poi c’è “Guilt”, che sorprende col candore e l’onestà con cui il protagonista si fa da parte per permettere alla persona amata di rinascere, ammettendo le colpe e la tossicità della propria presenza.

In conclusione, Exile ha quindi due enormi pregi: getta le fondamenta negli stessi punti forti di Happiness – melodie ispirate, testi emotivamente ricchi, arrangiamenti che valorizzano entrambi gli aspetti – ma costruisce una struttura sonora sostanzialmente nuova. Lo stile degli Hurts è sempre lì, riconoscibile, ma esplora direzioni diverse e variegate senza paura di rischiare e giocare con gli estremi. Ci troviamo davanti a un disco che è sia il seguito solido e innovativo di un debutto di tutto rispetto, sia un album interessante, longevo, piacevole ed emozionante preso da solo.