Hurts – Surrender

Hurts – Surrender
- Voto: 78 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Pop, Synth pop
- Influenze principali: Electronic Dance Music (Electro House), Soul, Synth rock, Art pop, Lounge Music




A cura di Alessandro Narciso

La parola “hurt” rientra nel campo semantico del dolore; come verbo, può essere transitivo, “provocare dolore”, o intransitivo, “provare dolore”. La musica di Theo Hutchcraft (voce) e Adam Anderson (parte strumentale) “hurts” perché nasce come catarsi per un capitolo particolarmente buio della loro vita. Happiness (2010) è la fotografia di un periodo di incertezza, difficoltà economiche e occasioni sfumate che i due gentlemen britannici hanno attraversato mentre lo componevano; Exile (2013) nasce invece dall’impatto improvviso con una fama inaspettatamente grande, e gli estremi che ha portato nelle loro vite. Arrivati al 2015, i due inglesi sono musicisti di successo, hanno completato due tour che li hanno portati in giro per mezzo mondo e si sono abituati al vortice del successo: il grigiore delle loro vite a Manchester è un ricordo lontano. It hurts no more.
È forse per questo che Surrender, il loro terzo album, segna un distacco così improvviso e vistoso dai dischi precedenti: da una parte, già con Exile gli Hurts hanno chiarito l’intenzione di far evolvere costantemente il sound piuttosto che mungere il successo di una formula collaudata; dall’altra, se la loro musica riflette ciò che succede nelle loro vite in un dato momento, era inevitabile che il nuovo disco si tingesse di positività.

Niente più ritratto in studio con posa statica, colori sobri o toni del grigio, quindi: la copertina di Surrender vede Theo e Adam sempre vestiti di tutto punto, ma che camminano al sole in un campo di grano filtrato sui toni del rosso. C’è dinamismo, c’è colore, c’è luce ed è, ancora una volta, una perfetta metafora visiva per il sound dell’album: più pop, più mainstream, più energico, più allegro, sempre a grandi linee entro il template synth nel quale si muovono ma con giusto qualche spruzzata della malinconia patinata che ha caratterizzato i primi due dischi.
Come evoluzione sonora per evitare il ristagno, Surrender funziona bene e offre materiale interessante; tuttavia, l’equilibrio fra rinnovarsi e restare coerenti, fra attirare nuovo pubblico e soddisfare i fan più esigenti, non è una scienza esatta: Surrender risente proprio di questo e, accanto a momenti inconfondibilmente “Hurts” nonostante la diversa palette emotiva, ce ne sono altri un po’ generici, segno che le idee sulla nuova direzione musicale non sono del tutto chiare. Questo dà al disco un senso di dispersività e lo rende qualitativamente un po’ altalenante.

Ad esempio, lascia perplessi la decisione di iniziare un album la cui edizione standard contiene solo dieci canzoni, per un totale di poco più di mezz’ora di musica, con un’intro da un minuto e un quarto. È vero che “Surrender” introduce il nuovo elemento ricorrente dell’album, il coro gospel di voci femminili, e ha quindi senso come introduzione e title track, ma musicalmente non ha molto da offrire e non è nemmeno legata alla traccia successiva.
Su questo disco c’è inoltre la canzone meno distintiva prodotta dalla band fino a quel punto, “Kaleidoscope”: oltre all’orecchiabilità e un ritmo ballabile ha poco da offrire, fra giri di synth un po’ generici, qualche accordo di pianoforte per arricchire il sound e un po’ di chitarra usata, se non altro, con gusto.
D’altro canto, l’intenzione di “Nothing Will Be Bigger Than Us” e “Why” di uscire dalla comfort zone è buona ma, invece che incorporare influenze nel sound degli Hurts, ricalcano altri generi tanto fedelmente da sembrare esercizi di stile. La prima non è affatto brutta, ma è chiaramente figlia dell’esperienza del duo con Calvin Harris: la struttura è un po’ prevedibile – dopo i momenti di quiete e i synth in rapido crescendo, il “drop the bass” arriva scontato – e la performance vocale di Theo è un po’ awkward in mezzo a bassi e beat pompati. La seconda coniuga un piglio più da pop acustico nelle strofe, con tanto di chitarra prominente, con la dance dei ritornelli e risulta un po’ confusionaria, sebbene la melodia molto accattivante la renda gradevole.
Nel complesso, nessuna delle due è davvero malvagia, sono solo fuori contesto. Come esperimento stilistico, “Lights” riesce meglio: la melodia frizzante si accompagna bene alle sonorità lounge Anni Novanta, complete di beat e synth dal sapore caraibico, trombe e una performance vocale davvero azzeccata.

Surrender dà però il meglio nelle canzoni in cui il nuovo mood si amalgama maggiormente con il sound caratteristico degli Hurts. Il singolo di lancio, “Some Kind Of Heaven”, sintetizza perfettamente questo approccio: il ritmo è più ballabile che in passato, la melodia allegra e ancora più orecchiabile, il ritornello un vero e proprio earworm e, a sintetizzatori e archi ormai familiari, si affianca il coro gospel femminile per dare freschezza al sound.
Notevoli anche le ballate: “Wings” è una power-ballad che segue le orme di “Stay” e “Blind”, ma se ne distanza nella struttura, specie nei ritornelli, e spicca grazie a un’ottima melodia e arrangiamenti sontuosi, arricchiti dal coro: è una canzone dalla sicura resa dal vivo. “Wish”, in chiusura d’album, è quasi interamente affidata a pianoforte, archi e voce; conserva l’intimità delle precedenti “The Water” e “Help” ma ha un mood più solare e massimalista che fa da contrasto alla malinconia delle lyrics, tirando le somme del disco.
Gli Hurts più classici splendono nell’ottima “Rolling Stone”, col suo lussureggiante arrangiamento d’archi, le stratificazioni vocali ben calibrate, l’attacco di synth dal sapore dubstep nel ritornello e le occasionali variazioni della sezione ritmica per dare flusso alla canzone ed enfatizzarne i picchi. Molto emozionante è anche “Slow”: nonostante la goffaggine dei corni filtrati dell’intro, l’unione di una melodia ispirata, un ritornello potente, dei synth davvero belli che accompagnano i filtri vocali ben inseriti la rende un’altra highlight emotiva del disco.

A questo giro destano qualche perplessità le bonus track, non tanto in sé quanto per la loro esclusione dall’edizione regular: quasi tutte sono qualitativamente ottime e avrebbero rimpolpato una tracklist troppo breve o sostituito degnamente canzoni meno riuscite. Già “Perfect Timing”, che è la meno notevole del lotto, fa una figura migliore di “Kaleidoscope”, condendo un’innocua orecchiabilità con un beat più interessante, qualche misura irregolare che le dà flusso e ottimi interventi di un sassofono dal sapore Anni Novanta, specie nel bridge. “Policewoman”, con l’organetto che la introduce e sostiene, propone linee vocali particolarmente ispirate che si integrano in maniera magistrale con i cori gospel davanti a ottimi synth di archi, offrendo un brano molto emozionante.
S.O.S.”, relegata all’edizione giapponese e al singolo di “Some Kind Of Heaven”, è una ballata minimale dominata da synth e pianoforte, con una bella aggiunta di cori e organetto che danno un sapore soul ai ritornelli. “Weight Of The World”, infine, è un brano solido ed emotivamente carico accompagnato da un riff costante di pianoforte, con un ottimo uso di filtri e stratificazioni vocali, un bel falsetto di Theo sui ritornelli e un esempio perfetto del crescendo che fa la fortuna delle migliori canzoni degli Hurts. È un vero peccato, insomma, che brani simili siano stati tagliati fuori dal disco, specie considerandone la brevità e la dispersività.

Un po’ oscillante è anche la qualità dei testi: vero che, in generale, come vocalist Theo è in ottima forma e gestisce al meglio anche le parti in falsetto, ma non sempre ciò di cui canta è interessante. “S.O.S.”, “Perfect Timing”, “Why”, “Nothing Will Be Bigger Than Us” e “Kaleidoscope” sono canzoni d’amore piuttosto standard, alcune scritte con più gusto e altre con meno, mentre “Rolling Stone” esagera col melodramma nel raccontare la storia di una ragazza che fugge da una vita difficile. “Some Kind Of Heaven” calca un po’ troppo la mano sulle metafore sacre che su Exile avevano funzionato bene, ma tematicamente è una sorta di seguito di “Miracle”: come rispettivi singoli di lancio, le due canzoni esemplificano bene il passaggio dal periodo più oscuro a quello più luminoso.
Non mancano però le sorprese: anche “Slow”, “Wings” e “Policewoman” possono sembrare ennesime, semplici canzoni d’amore, ma la prima affronta con lirismo e delicatezza il rapporto fra un cliente e una prostituta, mentre le altre due parlano di rapporti più ampi, con persone che danno la forza e ci proteggono soprattutto da noi stessi. E c’è posto anche per l’introspezione con “Wish”, in cui il protagonista dipinge vivide immagini di Londra mentre confessa cose dette troppo tardi, “Lights”, che sembra una banale canzone da pista da ballo ma affronta il tema della solitudine nelle occasioni sociali, e “Weight Of The World”, un ritorno del mal de vivre dei primi album che ci ricorda che anche nei periodi più spensierati ci possono essere punti oscuri da esorcizzare.

Nel complesso, quindi, Surrender non regge benissimo il confronto con gli album che l’hanno preceduto, ma non è un brutto disco, né i cambiamenti che porta segnano una perdita di genuinità da parte degli Hurts. Semplicemente, l’intero è inferiore alla somma delle singole parti: messe in fila le canzoni non sembrano essere state raccolte secondo una visione chiara ma, se non altro, prese da sole quasi tutte funzionano bene e hanno qualcosa di interessante da offrire. L’incostanza del disco potrebbe essere il primo segnale di un’ispirazione che inizia a calare, di singoli episodi qualitativamente alti più per inerzia del passato che per convinzione nel futuro – ma di quello ci si preoccuperà a tempo debito con l’album successivo. Nonostante la direzione più mainstream e l’improvviso cambiamento di mood, gli Hurts del 2015 non tradiscono quello che è il vero caposaldo della loro musica: l’emozione condivisa fra musicista e ascoltatore. È questo che rende il risultato più che positivo.