"The Silicone Veil": una canzone sul transgenderismo?

Articolo originariamente scritto per il festival di cultura LGBT+ "Libere Gabbie" organizzato dall'associazione di promozione sociale "Babi" di Torino.
"The Silicone Veil" dà il titolo al terzo album della cantautrice norvegese Susanne Sundfør, pubblicato nel 2012 (qui la nostra recensione). Musicalmente il brano si caratterizza per l'introduzione all'arpa, per l'uso congiunto di elettronica e archi, per le eleganti dissonanze e per i vocalizzi antigravitazionali. Il testo non è meno interessante e anzi si presta a varie interpretazioni, tra cui anche una a tema transgender suggerita dal metaforico videoclip che ruota attorno al serpente, creatura in grado di cambiare pelle.


"I'm a larva wrapped in silk, I am dying in burning flesh": l'inizio della narrazione è esplicito nel definire il disagio del protagonista, che è una larva intrappolata in un bozzolo. L'utilizzo della seta, una fibra pregiata, anziché di una generica crisalide, non è dovuto solo a esigenze metriche, ma introduce anche il tema della bellezza che verrà poi ripreso nel ritornello.

"Let me out, let me ache, let me out, let me ache and itch! Get me out of this suit!": questo sembra un riferimento alle procedure chirurgiche.

"I go to a funeral every day. I follow these people around, I follow these people like a rat’s tail. I carry their caskets, I sing them good night... they’re better off without me": per il protagonista, dover fingere di essere ciò che non è porta a una grande sofferenza, al punto da percepire lo scorrere dei giorni come il susseguirsi di funerali. Inoltre la spinta sociale verso l'omologazione è tale da indurlo a credere, erroneamente, di essere la fonte del problema.

"Beauty is poisonous, disruptive; oh, Heaven must be an iron rose, unfolding": la bellezza, in una società ancora troppo retrograda, è inquadrata esclusivamente nell'ottica dell'etero-cis-normatività, sicché il protagonista percepisce la propria apparenza come velenosa. L'immagine successiva rafforza il messaggio, giacché coniuga qualcosa di bello come il Paradiso con il fastidio provocato dallo stridio di una rosa di ferro che si dischiude, suggerendo non solo un'unione tra sensazioni opposte, ma anche l'idea della libertà raggiunta attraverso la morte. Colui che il protagonista vuole uccidere, però, non è se stesso, bensì il proprio riflesso nello specchio.

"Oh, let me in, let me out, let me in, let me out": in questa supplica fa capire di non essere ancora pronto per superare definitivamente il velo che lo separa dal vero sé. 

"This is a retirement from plumbing the veins of rats and kings. Let the stars be my eyes! Unchain the knuckles and latches, unbutton my wrists! My skin so thin you can see black holes within, my eyes so clear they light up the sky": quando il protagonista è stanco di fingere, capisce di doversi liberare del ruolo che la società gli ha imposto, nonché dei limiti di un corpo che non sente davvero suo. Farlo vorrebbe dire rendersi vulnerabile, ma anche illuminare i propri occhi, specchio dell'anima, con la verità.

"And sometimes I'll bend into the silicone veil and enter this world again as a ghost": nonostante ciò che ha capito, il protagonista non sembra ancora pronto a liberarsi di quel velo che lo trasforma nel fantasma di se stesso. Fortunatamente, nei vocalizzi finali prende una decisione, chiedendo ripetutamente e a gran voce "let me out!".

Michele Greco