t.A.T.u.: la sottile linea fra appropriazione e rappresentazione

Articolo originariamente scritto per il festival di cultura LGBT+ "Libere Gabbie" organizzato dall'associazione di promozione sociale "Babi" di Torino.
Nel dibattito sulla presenza delle minoranze nei media, si sente spesso parlare di “appropriazione culturale”: è un fenomeno per cui una cultura maggioritaria si appropria di elementi di una minoritaria senza approfondirli a dovere o preoccuparsi delle implicazioni, solo per capitalizzare sul senso di “esotismo” che la cultura minoritaria suscita nel pubblico. Viene spesso contrapposta alla “rappresentazione”, ovvero l’inserimento esplicito di personaggi o aspetti di un’altra cultura, ma la verità è che entrambe sono fenomeni neutri, con ramificazioni sia negative che positive, e divengono spesso l’una un prodotto dell’altra.
Sebbene se ne parli – specie di appropriazione culturale – per lo più in ambito etnico-razziale, il mondo LGBT+, in quanto minoranza, non ne è esente. La musica ci fornisce un esempio della commistione di questi due aspetti con le t.A.T.u., “quelle due ragazze russe che si baciano”. Fra il 2002 e il 2003 erano praticamente ovunque ed era impossibile sfuggire alla loro “All The Things She Said”: improvvisamente, scene di un bacio omosessuale arrivavano nei salotti prima di tutta la Russia e poi di mezza Europa: qualcosa di esplicitamente, innegabilmente omosessuale era là fuori, nella cultura di massa, non più relegato solo ai media di nicchia.


La verità non ha però tardato a emergere: Julia Volkova e Lena Katina non stavano insieme, non erano davvero lesbiche (Julia è rimasta incinta già nel 2004), forse una era bisessuale, forse no. La genuinità dell’intera operazione ha presto iniziato a essere messa in dubbio.
Spoiler: le t.A.T.u. non erano genuine, nemmeno un po’. La band è nata da un’idea del produttore Ivan Shapovalov, che tramite audizioni ha ingaggiato Lena e Julia e le ha presentate al mondo come una specie di fantasia erotica.
All'epoca, molte delle critiche al duo si concentravano su quello che era percepito come “esibizionismo”. Sebbene fossero viziate da una prospettiva più o meno omofoba, nella sostanza erano vere: le t.A.T.u. erano un’operazione esibizionista. Basti guardare il video di “All The Things She Said”, in cui le ragazze sono esposte alla stregua di animali in uno zoo, dietro una rete o un cancello, con tanto di pubblico che sta lì a osservare con disprezzo e morbosa curiosità i loro momenti di tenerezza. Ed è esattamente questa la strategia di marketing di Shapovalov, che ha anche diretto il video: ha creato un feticcio che facesse appello alle pulsioni sessuali del pubblico per vendere loro un prodotto. La cosa interessante è che questo pubblico fosse eterosessuale: le t.A.T.u. non sono state fatte per dar voce alla comunità LGBT+, ma per soddisfare una fantasia di altri uomini come Shapovalov. In questo senso, il lesbismo è incidentale: è solo un altro feticcio come le divise da scolarette, le camicie bagnate, le inquadrature voyeuristiche sotto le gonne e, anzi, serve a raddoppiare il tutto.
In questo senso, aver preso un’identità omosessuale per confezionarla a uso e consumo del pubblico eterosessuale è appropriazione culturale.

Ma è pur vero che quel bacio Julia e Lena l’hanno portato davvero, nei salotti delle famiglie europee. Che la gente si è fermata a guardare. Che essere rinchiusi in un recinto e circondati dalla curiosità morbosa degli altri è una sensazione fin troppo familiare per molte persone LGBT+ che fanno coming out, e che il modo in cui le ragazze alla fine del video se ne vanno ignorando i curiosi ha un che di catartico e speranzoso per chi sta attraversando quel momento.
Al di là del framing voyeuristico, la storia raccontata dalle t.A.T.u. è molto verosimile e anche ordinaria: nei loro testi ci sono amore, paure, sentimenti, dubbi, difficoltà famigliari, desiderio, frustrazione, rabbia, vulnerabilità, dolore, voglia di rivalsa, umanità. La loro musica, per quanto non genuina, ha fatto da catarsi a molti che quei sentimenti li provavano, e ha mostrato loro che non sono soli, e che in quella stessa società che provoca il loro disagio ci sono crepe nelle quali trovar posto e far sentire la propria voce. E ha altresì mostrato a un pubblico ignaro, spesso volontariamente, quando il mondo LGBT+ potesse essere normale, composto di persone con vite e sentimenti, non solo un orientamento sessuale.


C’è posto, quindi, per le t.A.T.u. nella cultura LGBT+? O il fatto che lo sfruttamento dell’identità fosse insito nella loro stessa creazione ce le aliena del tutto?
L’appropriazione culturale è lampante, ma è innegabile anche la rappresentazione che hanno dato. Per quanto sia stata incidentale, un prodotto collaterale a una strategia di marketing, ha probabilmente dato un piccolo contributo se non al processo di normalizzazione del mondo LGBT+ per la società, almeno all’autoaccettazione di molti di noi. Alla fine, le t.A.T.u. erano finte lesbiche per soldi, ma hanno dato voce a una questione molto reale. Per quanto possa sembrare paradossale, i due aspetti possono convivere – e nulla lo esemplifica meglio del contrasto, dopo lo scioglimento del duo, fra le dichiarazioni omofobe di Yulia e l’attivismo pro-LGBT di Lena.

Per finire, una domanda: cosa sarebbe stato delle t.A.T.u. se avessero debuttato nel 2018? Sarebbero state altrettanto famose? Probabilmente no: al di là dei meriti musicali, la loro strategia di marketing non sarebbe stata possibile al giorno d’oggi. Alcune frange della popolazione continuano a vederci lo scandalo, ma la società, in generale, non considera più il bacio gay come qualcosa di così degno di nota. Probabilmente sarebbero state solo un’altra coppietta che fa musica insieme, e questa è un’ottima prospettiva su quanto la nostra società sia andata avanti in sedici anni. 


Alessandro Narciso