MaYaN – Dhyana

Dhyana Mayan
- Voto: 83 su 100
- Anno: 2018
- Genere: Symphonic death metal, Progressive death metal
- Influenze principali: Symphonic black metal, Progressive power metal, Opera




A cura di Michele Greco


I MaYaN sono nati nel 2010 per volontà di Mark Jansen, già chitarrista e voce growl degli Epica, che aveva iniziato a comporre dei brani secondo lui troppo estremi per il progetto principale. Ha così iniziato a lavorare con il batterista Ariën van Weesenbeek, già suo compagno di band, e con l'ex tastierista degli After Forever, Jack Driessen. Il progetto MaYaN è quindi nato con il ruolo di side-project, rimarcato anche dai numerosi cambi di lineup. Attualmente, oltre ai già citati van Weesenbeek e Driessen, gli altri strumentisti sono Frank Schiphorst (My Propane) e Merel Bechtold (Purest of Pain, Delain) alle chitarre e Roel Käller al basso. Al microfono, invece, troviamo ben cinque cantanti: il già citato Jansen, un secondo growler (George Oosthoek degli Orphanage), il soprano siciliano Laura Macrì, Marcela Bovio (Stream of Passion) e l'esordiente Adam Denlinger; a loro va aggiunto Henning Basse (Firewind, Sons of Seasons, Metallium), che ha lasciato i MaYaN subito dopo la registrazione di Dhyana, album per il quale hanno quindi partecipato ben sei cantanti.

Proprio la fluidità della formazione e l'approccio al progetto rendono necessaria una breve analisi degli album precedenti. Quarterpast, pubblicato nel 2010, ha due brani bellissimi ("The Savage Massacre" e "Symphony of Aggresion") e altri quattro molto carini ("War on Terror", "Course of Life", "Drown the Demon" e "Bite the Bullet"), ma ne ha anche alcuni mediocri o inutili; il vero problema dell'album, però, è il suo essere nell'insieme acerbo e né carne né pesce, giacché ci sono fin troppi brani che sembrano strappati agli Epica, rendendo poco sensato il side-project. Col successivo Antagonise, i MaYaN guadagnano personalità e indipendenza grazie alla netta diminuzione sia della componente sinfonica sia dei passaggi melodici; l'album è in generale più chitarristico e violento, e i toni grigi della copertina ne delineano bene le atmosfere. Ciò nonostante, il livello qualitativo generale è un po' più basso rispetto all'esordio giacché l'ispirazione non è stata costante: accanto ad alcuni brani carini ("Human Sacrifice", "Faceless Spies" e la ballad "Insano") e ad altri tutto sommato piacevoli ("Redemption""Devil in Disguise" e "Capital Punishment") ce ne sono altri parecchio monotoni e, sebbene sia positivo che il sound abbia assunto coerenza, talvolta risulta così omogeneo da annoiare e rendere difficile distinguere una traccia dall'altra. Antagonise riesce comunque a salvarsi e a risultare discreto, anche perché sembra un album di passaggio e ha qualche spunto interessante, sebbene azzoppato dal troppo spazio dato al pessimo Henning Basse. In effetti, lui è anche il principale punto debole del nuovo Dhyana, giacché non fa altro che scatarrare, gracchiare e strillare massacrandosi le corde vocali; tra l'altro, non si capisce proprio l'utilità di una voce così sporca accanto a ben due growler. Purtroppo Basse ha avuto poco tempismo nell'abbandonare la band così tardi, ma quanto meno in Dhyana le parti maschili sono divise con Denlinger, che è scarso ma molto più sopportabile. Invece, per quanto riguarda le parti vocali femminili, la Bovio si occupa dei passaggi pop-rock, sfoderando talvolta un'inaspettata aggressività, pur con qualche breve incursione nella lirica (ad esempio, sul finire della titletrack) che di solito è il territorio della Macrì.

Quanto al contesto strumentale, Dhyana segna un cambio di rotta rispetto ai suoni asciutti e ruvidi di Antagonise; infatti, grazie a una campagna di crowdfunding, i MaYaN hanno potuto registrare con l'Orchestra Filarmonica di Praga, nota in ambito metal per aver partecipato a Death Cult Armageddon dei Dimmu Borgir. La forte componente sinfonica si amalgama a un contesto vario e mutevole: le chitarre usano un ampio ventaglio di tecniche, in particolare il tremolo picking, il palm mute, il downstroke e lo sweep picking; la batteria sfrutta molto alcune varianti del blast beat e il doppio pedale, riuscendo a essere violenta e insieme molto precisa nell'alternare momenti veloci e momenti rilassati, tempi pari e tempi dispari; il basso, infine, se da un lato fatica a spiccare in architetture sonore così complesse, dall'altro riesce comunque a fare un ottimo lavoro e a ritagliarsi qualche momento solista. Tutto questo, dagli strumenti metal all'ampio organico orchestrale, viene valorizzato da una produzione molto curata a firma Joost van den Broek.

Passando ai testi, bisogna partire dal titolo dell'album: il termine sanscrito Dhyāna indica la meditazione e dalla sua traslitterazione derivano i termini Chan in cinese e Zen in giapponese. Mark Jansen ha spiegato di essere stato ispirato dal buddhismo e dalla spiritualità indiana, affermando di voler parlare del momento in cui la mente sparisce e l'Io si separa dai pensieri, vivendo il qui e ora. Un tema del genere ricalca quello di alcuni brani degli ultimi album degli Epica, ma forse così facendo Jansen ha voluto consumare tutta l'ispirazione in merito per poi rivolgersi a ben altri lidi con la propria band principale. Ad ogni modo, in Dhyana ci sono anche dei brani che parlano d'altro; in particole "The Rhythm of Freedom" riguarda la sensazione di libertà che prova Jansen quando pratica il ciclismo e "Saints Don't Die" parla di come la psiche dei soldati venga traumatizzata a vita mentre i governanti che li han mandati in guerra rimangono tranquilli nelle proprie torri d'avorio.

L'album si apre con "The Rhythm of Freedom", che, dopo una breve introduzione orchestrale, si scatena con una batteria distruttiva e un bellissimo riff di chitarra in tremolo picking. Il brano, che piacerà ai fan dei Fleshgod Apocalypse, prosegue su un ritmo veloce, con growl e scream in primo piano e qualche intermezzo affidato a Basse, stavolta stranamente adeguato al contesto e a tratti supportato dal controcanto della Bovio. Fra passaggi in cui dal death tecnico si passa al black melodico, un assolo al fulmicotone e un breve intermezzo al pianoforte, il brano regge benissimo i suoi sette minuti di durata.
Più breve è l'anti-cartesiana "Tornado of Thoughts (I Don't Think Therefore I Am)", che al metal estremo combina delle tentazioni orientaleggianti e un ritornello quasi power affidato a Denlinger con, in sottofondo, dei vocalizzi della Macrì. Dopo una parte cantata dalla Bovio, l'atmosfera si fa cupa, quasi gothic doom, per poi virare verso il progressive. Nell'insieme, il risultato è davvero ben riuscito e potrebbe piacere ai fan degli Orphaned Land, eppure l'album riserva molto di meglio.
Purtroppo, però, in questo "molto di meglio" non rientra "Saints Don't Die" che, pur non essendo certo un filler, non riesce ad andare oltre la piena sufficienza. È piacevole il continuo e brusco alternarsi delle parti operistiche con quelle metal, ma la sezione strumentale è piuttosto standard. L'unico motivo per cui questo brano è stato scelto come singolo con tanto di videoclip è il suo sfruttare quasi tutti i cantanti, a eccezione di Denlinger; eppure l'alternarsi delle voci stavolta sembra poco giustificato, anche perché si intersecano solo sul finale. Se non altro, mentre Basse non è più fastidioso del solito, la Macrì e la Bovio hanno dato vita a delle performance maiuscole; la prima è riuscita a tenere a freno la tendenza a intubare che ogni tanto macchia alcune sue performance altrimenti notevoli, la seconda è invece stata molto attenta all'interpretazione del testo. Sempre la Macrì e la Bovio sono le protagoniste anche della titletrack, "Dhyana", una ballad evocativa e delicata in cui la chitarra acustica e gli archi sostengono delle prove vocali eccelse e in tre lingue (spagnolo, italiano e inglese).

Dopo aver introdotto il sound dell'album, da questo momento la tracklist si struttura in modo da alternare brani violenti ad altri più ariosi, così da permettere all'ascoltatore di riposarsi. Ciò è accentuato anche dalla tendenza dei MaYaN a valorizzare i cambi di tempo e umore, creando spesso delle piccole canzoni nelle canzoni; è proprio questo dinamismo, unito all'attenzione per delle melodie sofisticate ma comunque orecchiabili, a distanziare il sound dalle composizioni più serrate e frenetiche di band come i Fleshgod Apocalypse.
Sicché, a seguito della breve ballad che dà il titolo all'album, troviamo un brano complesso e violento: "Rebirth from Despair". Nella strofa le chitarre vigorose e le orchestrazioni apocalittiche sostengono le harsh vocal, mentre dei vocalizzi lirici in sottofondo rendono l'atmosfera ancora più disturbante; ciò contrasta col bel ritornello affidato alla Bovio che, dopo la seconda ripetizione, cede il passo a un imponente momento operistico della Macrì. Lo special è inizialmente dominato dal basso, ma dà il meglio di sé deflagrando con ottimi riff e lo scream di Oosthoek; il finale, affidato alla Macrì, è invece giocato su spiccate dissonanze. In generale, "Rebirth from Despair" è un brano eccelso, uno dei due migliori del lotto.
Come in un'altalena, adesso si respira con "The Power Process", dotata di un ritornello arioso e di una melodia orchestrale portante raffinata e, grazie al suo modulo ritmico, in grado di penetrare nel cervello dell'ascoltatore. Le strofe sono quasi gothic e gestite dal basso, mentre nello special c'è un buon assolo di chitarra. Passando al comparto vocale, Jansen canta pochissimo e la Macrì si limita a qualche intervento un po' intubato; a spadroneggiare è invece la Bovio, che sul finale sfodera degli acuti in impostazione moderna che lasciano a bocca aperta. In generale, il brano è davvero molto bello e ispirato, però risulta un po' fuori posto in un album come questo. La spiegazione di ciò la si trova nella genesi stessa di "The Power Process": Jansen ha ammesso di averlo scritto per il prossimo album degli Epica e di non aver voluto aspettare il 2020 per pubblicarlo, scelta che però rischia di togliere indipendenza e personalità al progetto MaYaN. Se non altro il brano in questione è molto buono e la sua posizione nella tracklist lo valorizza per contrasto.

Dopo una composizione lineare e morbida, ecco arrivare i nove minuti di "The Illusory Self". Questo sfrutta la ricca tavolozza di colori della band, giacché mostra varie influenze; dei musicisti meno esperti con questa mole di materiale avrebbero prodotto un brano prolisso e caotico, ma i MaYaN sono riusciti a ordinare le fila del discorso grazie a una componente prog usata con intelligenza. Sicché a un'intro quasi power seguono una strofa in growl, un passaggio acustico in cui Denlinger duetta la Macrì in ottima forma, un'accelerazione metal e un infine un bellissimo ritornello affidato alla Bovio. Il brano prosegue così, pur con qualche variazione, fino al secondo ritornello, a seguito del quale piano e archi accompagnano la Macrì per poi lasciare il posto a un riff di chitarra che sembra provenire da un album dei Leprous. In generale, pur con il ritornello a renderlo assimilabile ai più, "The Illusory Self" è il brano più complesso del lotto nonché uno dei migliori due. Comunque differentemente da "Rebirth from Despair", che è stato scritto da Schiphorst, in "The Illusory Self" si sente molto la classica impronta di Jansen, ma grazie ad alcuni accorgimenti riesce ad adattarsi bene al contesto dei MaYaN.

Riprendiamo fiato con "Satori", solenne lento orchestra-e-pianoforte ispirato dalle composizioni di Ennio Morricone e cantato in italiano da Laura Macrì, che però convince leggermente meno rispetto a "The Illusory Self"; probabilmente la lingua inglese la aiuta a mantenere un'impostazione più di punta. Proseguendo ancora con i giochi di contrasti, troviamo il brano più vicino allo stile di Antagonise: "Maya (The Veil of Delusion)". Qui Jansen e Oosthoek tessono un arazzo di growl e scream, mentre la batteria e le chitarre si mantengono su un death robusto per sforare più volte nel black e, a tratti, nel brutal. La tensione rimane sempre altissima, anche perché i cambi di tempo non sono bruschi come in altri brani, ma ciò nonostante in questo turbine di mazzate sui denti c'è spazio anche per qualche intervento della Macrì e di Denlinger.
L'orientaleggiante "The Flaming Rage of God", invece, inizia con una tastiera dal mood misterioso. Il brano prende poi il via con un coro femminile tipicamente symphonic, a cui segue una strofa cantata in modo un po' appesantito dalla Macrì e con degli interventi di Jansen, che è anche il protagonista del ritornello. Nello special, dopo un giro di archi che ne ricorda vagamente uno di "Fools of Damnation" degli Epica, si ha un passaggio più duro, un ottimo doppio assolo chitarra-e-tastiera e infine un intervento di Denlinger. Purtroppo anche stavolta si percepisce fin troppo l'origine del brano: Jansen ha dichiarato di averlo scritto per The Holographic Principle degli Epica. Se non altro "The Flaming Rage of God" è contestualizzato molto meglio di "The Power Process" grazie al ritornello in growl e a un po' di cattiveria in più, ma dall'altra parte è anche meno ispirato.
La chiusura dell'album è affidata a "Set Me Free", che sarebbe stato un brano bellissimo, se solo non fosse stato cantato per tutta la sua prima metà da Henning Basse. Stavolta il tedesco infastidisce non tanto per il suo timbro marcio e saturo di muco, bensì soprattutto per la sua interpretazione eccessiva, a metà fra l'ubriachezza molesta e una pessima parodia di Roy Khan. Questa prova vocale oscilla fra il nauseabondo e il ridicolo, ostacolando l'ascolto di un brano dalle grandi potenzialità. Nella sua prima parte, "Set Me Free" è orchestrale e luminoso, ma mantiene un'anima metallica in costante mutamento; a tratti sembra quasi di sentire i migliori Kamelot. Nella seconda parte, il brano si incattivisce parecchio prima grazie a un bel riff death e al duetto fra Jansen e Oosthoek, poi grazie a un passaggio melodic black che piacerebbe ai Dimmu Borgir. Dopo aver ridato il microfono alla Bovio, un assolo di chitarra apre la strada a un finale speranzoso in cui le voci dei MaYaN si intrecciano per i titoli di coda dell'album.

Manca però ancora un tassello per capire a pieno il flusso d'ispirazione che ha partorito Dhyana. Tra i premi per coloro che hanno partecipato alla campagna di crowdfunding è presente un EP, Undercurrent, composto da tre inediti scartati dall'album e da una nuova versione di "Insano" in cui la Bovio canta in italiano con la Macrì.
Non stupisce che "Hate Me as I Am" sia stata scartata: ha qualche riff piacevole e un buon lavoro alla batteria, ma anche linee vocali eccessive, fastidiose e troppo urlate che portano la Bovio a sgolarsi come la peggiore Floor Jansen. Il discorso, però, cambia con gli altri due brani, che solo un folle avrebbe tenuto fuori dalla pubblicazione principale. Partiamo dal più canonico, "Undercurrent": la strofa è affidata a Denlinger e il bellissimo ritornello alla Macrì, ma il meglio si trova nello special, tra un assolo di basso che ricorda un po' i Ne Obliviscaris e riuscite accelerazioni death. Ben più complesso e prog e invece "Eradicate the Colony", che dura più o meno quanto "The Illusory Self". Il brano inizia lento e orchestrale per poi aggiungere gli strumenti metal e il growl; è una marcia che procede minacciosa, in un crescendo continuo e graduale che fa montare sempre più la tensione. Il ritornello, cantato in lirico dalla Macrì, riesce a essere elegantissimo, emozionante e orecchiabile. Dopo un ottimo assolo di chitarra, il palco viene lasciato a un climax di ottoni, archi e cori che esplode in una sfuriata liberatoria su coordinate tech-death; è un turbine di scream, riff ispirati e batteria macinasassi in cui trova spazio anche un altro assolo di chitarra, ma a stupire è soprattutto la sicurezza con cui vengono gestite le ritmiche irregolari. Si riprende fiato con una breve interruzione orchestrale in cui la Bovio ripete il ritornello in moderno, ma subito c'è un'altra esplosione improvvisa fra death e black con Oosthoek al microfono. Dopo il ritorno della Macrì, ci si avvia verso il finale di un brano eccelso.
A questo punto, quindi, non si capisce perché le ottime "Eradicate the Colony" e "Undercurrent" siano state relegate a una pubblicazione secondaria e limitata, preferendo a esse la solo più che sufficiente "Saints Don't Die" o le belle ma non del tutto adatte al contesto "The Power Process" e "The Flaming Rage of God".

Insomma, al grande flusso d'ispirazione che ha generato Dhyana non sempre è corrisposta una buona capacità di giudizio, in particolare per quanto riguarda la tracklist e lo spazio dato a Basse. Senza queste sbavature, staremmo parlando dell'album dell'anno nonché di una delle pubblicazioni migliori in ambito symphonic death fino ad ora, forse seconda solo agli ultimi immensi album dei Septicflesh, che però battono una strada totalmente diversa giacché basata su atmosfere lugubri e orrorifiche. Purtroppo i dettagli fanno la differenza e quindi il reale Dhyana non è un capolavoro, ma riesce comunque a essere un ottimo album metal, tra i migliori dell'anno, perché ricco di passaggi ispiratissimi che si svelano via via con gli ascolti. L'augurio è che brani maestosi come "The Illusory Self" e "Rebirth from Despair" (ed "Eradicate the Colony") possano essere il preludio a un futuro dorato, in grado di bilanciare senza compromessi varietà e coerenza in un contesto estremo.