Le delusioni del 2018

Album ed EP

Con "delusioni" non si intendono necessariamente gli album più brutti dell'anno, bensì quelli per i quali le aspettative sono state disattese. Capita però che le due caratteristiche convivano, ad esempio nel caso di Beloved Antichrist: album di una bruttezza nauseante, firmato però da una band storica e spesso geniale che risponde al nome di Therion. Il tonfo è stato drammatico anche per via degli scopi estremamente ambiziosi.

Un'altra cocente delusione mi è stata data dai Muse: il problema di Simulation Theory non è il genere, a differenza di quanto affermato da alcuni, bensì la totale assenza di ispirazione che, sommata a una generale carenza di energia, porta a continui colpi di sonno. Per lo meno, in mezzo a questo cumulo di noia sonora, spicca la splendida Alternate Reality Version di "Algorithm".
Una parabola musicale simile è toccata ai Thirty Seconds to Mars, il cui America è, secondo me, un album pacchiano, piatto e quasi del tutto privo del pathos che aveva caratterizzato i precedenti lavori della band. Questo lo dico con l'amaro in bocca, anche perché la loro "Hurricane" è tra le mie canzoni preferite.

Ad avermi deluso sono stati anche i Kamelot: se co
n Haven sembravano aver ritrovato la strada giusta, con The Shadow Theory sono stati fatti parecchi passi indietro; si tratta infatti di un album cliché, codardo, prevedibile e abbastanza dimenticabile. Gli inserti elettronici che avrebbero dovuto rinfrescare il sound sono stati usati molto timidamente, non riuscendo quindi a salvare dei brani basati su riff poco ispirati e su una batteria suonata col pilota automatico. The Shadow Theory riesce quasi raggiungere la sufficienza grazie a qualche passaggio carino in "Burns to Embrance", "The Proud and the Broken", "Stories Unheard" e "Vespertine (My Crimson Bride)", ma è vergognoso che una band di questo calibro si sia fermata al sei meno.

Helix degli Amaranthe sarebbe potuto essere un piacevole album pop/dance metal, se non avesse avuto due plagi così sfacciati da rappresentare una totale mancanza di rispetto nei confronti degli ascoltatori. Si può forse chiudere un occhio dinanzi al riferimento a "...Ready for It?" di Taylor Swift in "365", ma ci vuole davvero una gran faccia tosta per copiare nota per nota il ritornello di "Shape of You" di Ed Sheeran in "Inferno". A darmi fastidio non è tanto il plagio di per sé, bensì il fatto che non possa essere spacciato in alcun modo per una semplice casualità: è impossibile che gli Amaranthe non abbiamo mai sentito proprio quella famosissima canzone, che è per giunta troppo recente per essere stata rievocata involontariamente! Non si tratta neanche di un topos da poter spacciare per citazione, differentemente dal ritmo di "We Will Rock You" dei Queen in "That Song" (presente nell'album precedente). Da ascoltatore, mi sento offeso e preso in giro! Ed è un gran peccato, perché senza quei due brani Helix sarebbe stato tutto sommato caruccio (grazie a "The Score", alla titletrack, a "GG6", a "Dream" e a "My Heaven"), per quanto comunque distantissimo dai fasti di Amaranthe e Massive Addictive. Così com'è stato pubblicato, invece, Helix non solo è da bocciare, ma potrebbe aver messo la pietra tombale sulla carriera della band. Io intanto prendo i popcorn, in attesa dello spettacolo offerto dalle possibili (e giuste) denunce per plagio.

Una frustrazione molto più leggera è stata quella provocata dai MaYaN. Se l'album Dhyana e l'EP Undercurrent sono di alta qualità, lo stesso non si può dire dell'inascoltabile EP di cover Metal Night at the Opera, che stupra Mozart, Rossini e Pergolesi con arrangiamenti caotici e una performance vocale forzata e piatta.


Infine, anche se non si tratta di una delusione tout court, sento il bisogno di dire che i Greta Van Fleet per me sono enormemente sopravvalutati. Il loro album d'esordio, Anthem of the Peaceful Army, dimostra una totale mancanza sia di originalità sia di personalità. Non si sentiva il bisogno di una copia sbiadita dei Led Zeppelin, soprattutto se non ricontestualizzata nello "stato dell'arte" del 2018 né tanto meno personalizzata con qualche variazione. Purtroppo, i Greta Van Fleet sono figli della "Cultura del Reboot"
, sospesa a metà tra il feticismo per un passato stupidamente idealizzato, la paura del futuro e la rasserenante auto-illusione secondo la quale tutto può essere originale.


Singoli

Parlando di singoli, gli ultimi tre dei Within Temptation mi hanno lasciato perplesso. Non sono brutti, sia chiaro, ma di certo non mi hanno fatto fare i salti di gioia. Spero che i solamente sufficienti "The Reckoning""Raise Your Banner" e "Firelight" non siano brani rappresentativi di Resist, album in uscita a febbraio.

Róisín Murphy mi costringe a fare un discorso un minimo più complesso. Con i quattro doppi singoli pubblicati nel 2018, la cantautrice irlandese pare aver accantonato il pop colto e ultra-sperimentale di Hairless Toys e Take Her Up to Monto in favore di un ritorno alla dance. Non si tratta però di quella dall'anima pop radiofonica di Overpowered, bensì di una dance dalla forte impronta funk e disco e dall'approccio rétro. Sebbene la voce tracci qualche melodia vocale orecchiabile, le strutture sono molto dilatate in quanto focalizzate totalmente sul far ballare. Il problema è che molto spesso ciò porta a brani troppo ripetitivi e quindi incapaci di sostenere il proprio minutaggio senza annoiare; non è un caso che le versioni radio edit spesso siano migliori di quelle originali. Ciò non vuol dire che i singoli di Róisín siano da bocciare; anzi, alcuni sono belli e li citerò nell'articolo sulle pubblicazioni migliori dell'anno. Altri singoli, però, li reputo o solamente sufficienti ("All My Dreams", "Like" e "World's Crazy") o brutti ("Jacuzzi Rollercoaster"). A questi mi tocca aggiungere la versione integrale di "The Rumble", che però nella versione radio edit mi piace molto. Avrebbe meritato una versione editata anche "Can't Hang On", ma, pur essendo inutilmente lunga, rimane piacevole.


Michele Greco