Le delusioni del 2019

Dall'album che mi ha deluso meno a quello che mi ha deluso di più, abbiamo...

6. Avril Lavigne Head Above Water
Iniziamo con una scelta curiosa, come d'altronde lo sono anche le prossime due. Essere delusi da una cantautrice che non tira fuori un buon album da parecchi anni può sembrare un controsenso, ma ho le mie motivazioni. Sia in Goodbye Lullaby sia in Avril Lavigne, album rispettivamente del 2011 e del 2013, la cantautrice canadese ha pubblicato brani dimenticabili (come "I Love You" o "Here's to Never Growing Up"), brutti (come "Black Star" e "What The Hell"), ridicoli nel loro essere adolescenziali (come "Rock n Roll" e "Bitchin' Summer") o addirittura orrendi oltre ogni possibilità di sopportazione ("Hello Kitty"). In mezzo a tutto quest'orrore, però, è sempre stato possibile scorgere dei barlumi di speranza; mi riferisco a brani piacevoli come "Remember When", "Everybody Hurts", "Wish You Were Here", "Falling Fast" e "Hush Hush", o addirittura belli  come "Give You What You Like". Accanto a Mr. Hyde, quindi, c'erano ancora dei residui del Dr. Jekyll che ha scritto album come Let Go e, soprattutto, Under My Skin. Inoltre, con circa cinque anni a disposizione per lavorare a Head Above Water, era lecito aspettarsi una grande cura per i dettagli e un'attenta selezione delle idee, eppure il nuovo album di Avril Lavigne è solo... più che accettabile, forse quasi carino. Si tratta comunque di una chiara inversione di tendenza rispetto all'immaturità delle ultime pubblicazioni, che sembravano per lo più scritte da una tredicenne, ma nondimeno è assurdo pensare che Head Above Water abbia richiesto così tanto per tempo. Se le cose stanno così, per pubblicare un album all'altezza di Under My Skin quanti anni di lavoro sarebbero necessari? Venti? 
È assurdo che Lavigne non abbia al proprio arco canzoni migliori delle brutte "Dumb Blonde" e "Goddess" o delle mediocri "Bigger Wow", "Souvenir" e "Love Me Insane". Certo, ci sono anche l'accettabile (ma prevedibile) "Warrior", le piacevoli (ma anacronistiche) "Crush" e "Tell Me It's Over", le molto carine e a tratti belle "I Fell in Love with the Devil", "It Was in Me" "Birdie", ma non bastano per soddisfarmi. Così come non bastano il miglioramento nella performance vocale e la volontà di toccare stili musicali diversi da quelli della produzione precedente (ad esempio, il soul pop e l'r'n'b); si tratta di apprezzabili sorprese, ma dopo cinque anni è legittimo aspettarsi di più. Inoltre, diciamolo, anche "Birdie" e "I Fell in Love with the Devil" impallidiscono dinanzi a "Nobody's Home" e "I'm with You", risultando già sentite. A tal proposito, è indicativo che la melodia della titletrack ricordi parecchie cose, a partire da "Let's Hurt Tonight" degli OneRepublic. Dov'è la personalità musicale in questo lavoro? Dove sono l'originalità e la freschezza? 
Come se non bastasse, i testi trasudano banalità. Prendiamo, ad esempio, la titletrack. Questa è stata scritta durante un periodo in cui la cantautrice è rimasta bloccata a letto, convinta di star per morire, giacché sopraffatta dalla malattia di Lyme. Tutto questo dolore è stato condensato in "my life is what I'm fighting for" e "I'm too young to fall asleep": frasi sciatte e vuote che avrebbe potuto scrivere chiunque. Un'altra canzone che parla della paura di morire e della ricerca della speranza in un periodo di malattia è "Delirium" degli Epica; eccone un piccolo estratto: "Black was the night when I did surrender, I did give in to my weakening sight. Now that I’m empty, my dreams once were many, soul’s bitter cry to unleash the divine". La differenza qualitativa fra la penna di Simone Simons e quella dell'attuale Avril Lavigne è evidente, ma non penso affatto sia incolmabile; anche perché il testo di "Delirium" è sì bello, ma non geniale.
Insomma, è
 vero che è stato fatto un riconoscibile passo avanti rispetto agli ultimi due album della cantautrice canadese, ma lei può fare molto di più, quindi non voglio accontentarmi. 

5. Lana Del ReyNorman Fucking Rockwell
Per provare una delusione è necessario che ci sia un forte gap tra le proprie aspettative e la realtà, quindi è lecito domandarsi come mai in questa classifica sia presente un'artista della quale non ho apprezzato nessuno degli album fino ad ora pubblicati, arrivando a disprezzare apertamente Ultraviolence e Honeymoon. Ebbene, in realtà avevo delle aspettative, sebbene non elevatissime. Il precedente Lust for Life aveva mostrato una Del Rey finalmente capace di non fare sempre il passo più lungo della gamba, di scrivere o farsi scrivere arrangiamenti funzionali all'economia dei brani, talvolta persino capace di scrivere testi decenti. Ho comunque bocciato quell'album perché, a fronte di alcuni brani piacevoli, ne ho trovati altri mediocri o molto brutti; nell'insieme, ho provato una forte sensazione di noia e monotonia, spezzata solo dalle opinabili scelte vocali. Era comunque ravvisabile il germe di un cambiamento: Lana Del Rey sembrava finalmente essersi messa molto timidamente sulla strada giusta. Il singolo "Venice Bitch" ha contribuito ad alimentare questa sensazione: mettendo da parte il testo e chiudendo un occhio sulla struttura fin troppo annacquata per raggiungere un minutaggio considerato "colto", sono stato stupito dalle interessanti e ispirate soluzioni al synth. Poi però ho ascoltato il resto dell'album, che in generale è sullo stesso livello del precedente; almeno secondo me.
Musicalmente si alternano arrangiamenti ragionati e altri in cui ritornano gli eccessi pacchiani dalle origini; in particolare, le prime canzoni nella tracklist soffrono di questo problema. Inoltre buona parte dell'album è composta da ballad parecchio simili per atmosfera e talvolta anche per arrangiamento, nonché spesso posizionate una dopo l'altra. Insomma, il colpo di sonno è dietro l'angolo. Ed è un peccato, perché con un po' di canzoni in meno Norman Fucking Rockwell sarebbe potuto essere un buon EP. 
Sono tornate anche le scelte molto discutibili, come il "th-th" che rende irritante "Bartender", ma soprattutto rispetto a Lust for Life c'è stato un peggioramento generale della qualità dei testi. Uno fra i più brutti credo sia quello di "hope is a dangerous thing for a woman like me to have – but i have it", nel quale Lana prima annuncia di star leggendo Slim Aarons (letteralmente: "I was reading Slim Aarons") senza che questo abbia un impatto sul messaggio del brano e poi fa la stessa cosa con Sylvia Plath. Santo cielo, mostra, non raccontare! Siamo tornati a "Brooklyn Baby". Ora capisco chi ha ispirato gli sceneggiatori di The Good Place per la creazione del personaggio di Tahani, che ricorre a continui name-dropping per darsi delle arie! Ad ogni modo, sapete chi altri cita Sylvia Plath? Susanne Sundfør in "White Foxes"; così: "And, oh, I wish to God that the earth would turn cold and my heart would forget it's made of glass and all the pretty tulips would disappear and never disturb me again". Sundfør non sbatte le proprie letture in faccia all'ascoltatore, bensì cita e ricontestualizza i tulipani dell'omonimo componimento al fine di trasmettere un preciso stato d'animo. Il paragone non è casuale, perché "hope is a dangerous thing..." (titoli pretenziosi ne abbiamo?) sembra quasi richiamare "The Brothel" della cantautrice norvegese, con la differenza che l'arrangiamento minimale non regge bene la melodia della Del Rey. Insomma, lei riesce persino a sbagliare per difetto, anziché per eccesso come al solito. Se non altro, bisogna darle atto di aver provato a interpretare e a risultare espressiva, anche se ostacolata dai suoi grossi limiti tecnici. Per mascherarli un po', le linee vocali sono state scritte con più intelligenza del solito, evitando passaggi troppo complessi; inoltre è stato evitato il brutto filtro in stile citofono, ma in compenso sono presenti altre scelte di post-produzione opinabili. 
I brani un minimo più briosi, ad esempio la cover di "Doin' Time", sono carini e in generale l'album, pur risultando secondo me noioso, non è bruttissimo. Allora perché ne sono rimasto deluso? Innanzitutto perché c'era il materiale per fare molto di meglio; secondariamente perché Norman Fucking Rockwell rimane comunque al di sotto della sufficienza, soprattutto a fronte del grande hype alimentato da certi critici. La mia delusione si rivolge quindi verso questi ultimi, perché sopravvalutando gli album di Lana Del Rey le stanno impedendo di imparare dai propri errori. Le critiche talvolta servono più delle lodi.
Spero che anche in questo contesto tossico, composto da fan(atici) che l'hanno elevata a oggetto di culto religioso, Del Rey possa in futuro riuscire a mettere davvero a frutto le proprie potenzialità e a risultare all'altezza della propria fama. Purtroppo il suo prossimo album pare essere previsto già per quest'anno e, si sa, la fretta è spesso cattiva consigliera.  
Concludo dicendo che considerare Norman Fucking Rockwell un capolavoro incriticabile, una sorta di dogma al quale inchinarsi per dimostrare cultura musicale, credo sia un insulto alla razionalità. I gusti sono soggettivi e indipendenti dal valore degli oggetti artistici, certo, ma il fanatismo ne rappresenta un limite. Conosco dei fan di Lana Del Rey che, pur avendo amato il suo ultimo album, non hanno bisogno di mettere al rogo i presunti infedeli e anzi riescono ad ascoltarne le argomentazioni: spero che gli altri fan, e anche qualche critico, imparino da loro.

4. MadonnaMadame X
Per Madonna devo fare un discorso simile a quello fatto per Avril Lavigne, anche se molto più accentuato. È assurdo credere che colei che ha messo la firma su un capolavoro come Ray of Light e su album notevoli come American Life e Confessions on a Dancefloor sia la stessa dietro i brutti Hard Candy e MDNA e il mediocre Rebel Heart. In quest'ultimo, quanto meno, erano ravvisabili i sintomi di un possibile cambio di rotta: penso a "Devil Pray", alla demo di "Messiah" e, soprassedendo sull'autotune fuori luogo, a "Ghosttown". Certo, accanto a queste troviamo anche l'aborto supremo chiamato "Bitch I'm Madonna", nonché varie canzoni dimenticabili, ma ho voluto concedermi il lusso di essere ottimista. Ad alimentare questa sensazione ci hanno pensato le dichiarazioni sulle ispirazioni portoghesi, dal fado al jazz, quelle sulle ritmiche tribali africane e quelle sulle tematiche politicamente impegnate. Purtroppo, però, Madame X non si è rivelato all'altezza delle aspettative. 
Non si tratta affatto di un brutto album, ma non lo definirei neanche bello. A fronte di brani molto interessanti come "God Control" e "Dark Ballet", o di altri piacevoli come "Killers Who Are Partyng", "I Rise" e "Batuka", troviamo il trascurabile "Faz Gostoso" e orrori come "Medellín", "Future" e "Bitch I'm Loca". E non fatemi parlare dell'abuso dell'autotune, per piacere! 
Il problema di Madonna è che non riesce a rassegnarsi di aver fatto il proprio tempo, commercialmente parlando; sicché si ritrova a inseguire con disperazione la moda del momento, stavolta quella latin pop e reggae, finendo persino per collaborare con Maluma. Penso sia triste, a maggior ragione considerando che le vendite non ne hanno giovato. Capisco il grande spirito competitivo di Madonna, ma forse dovrebbe incanalarlo verso la qualità, anziché verso la quantità. Brani come "God Control", che comunque avrebbe dovuto subire un po' più di labor limae, dimostrano che la cantante di "Frozen" è ancora tra noi e può tirar fuori delle notevoli perle. Madame X lascia quindi l'amaro in bocca per via della differenza abissale tra ciò che sarebbe potuto essere e ciò che invece è.

3. The Dark ElementSongs the Night Sings
Da qualche anno varie band hanno iniziato a mescolare metal, melodie pop ultra-catchy, elementi elettronici e ritmiche ballabili. I Blood Stain Child, gli Amaranthe, le BabyMetal, i Beast In Black, fino a qualche anno fa i Temperance, di recente Poppy e in qualche brano anche i Delain: in modi diversi e personalizzati, loro hanno sondato questo nuovo terreno. Due anni fa si sono aggiunti i The Dark Element, fondati dalla svedese Anette Olzon (ex cantante dei Nightwish) e dal finlandese Jani Liimatainen (ex chitarrista dei Sonata Arctica). Il loro album di debutto omonimo l'ho trovato apprezzabile, soprattutto grazie alle linee vocali in grado di incatenarsi al cervello dell'ascoltatore e grazie a qualche tentazione elettronica ispirata ai Depeche Mode. Purtroppo la performance vocale di Olzon è stata mediocre, ben distante da quella presente in Imaginaerum, e in alcuni brani i synth e le chitarre hanno scimmiottato fin troppo i Nightwish di Dark Passion Play; nondimeno, ho voluto premiare lo sforzo con un applauso, nella speranza che la band potesse trovare una strada più personale con il secondo album. Ebbene, questo non solo non è accaduto, visto che ci troviamo di fronte a una collezione di scarti delle band d'origine dei nostri, ma per giunta è quasi del tutto sparito il forte impatto melodico dell'esordio. Songs the Night Sings è quindi solo noia, nulla di più. 

2. Within TemptationResist
Ho apprezzato l'idea di prendere alcuni spunti tipici del sound dei Within Temptation per reinterpretarli, così come ho apprezzato molto la virata verso un rock elettronico tinto di elementi orchestrali. Tutto questo in teoria, quanto meno. Nella pratica, gli elementi elettronici hanno un sound design poco efficace, la sezione ritmica è molto prevedibile e le chitarre (tre!) sono quasi del tutto sparite dal missaggio. A funzionare decentemente sono invece le linee vocali catchy, che a tratti sembrano strappate dall'album pop pubblicato da Sharon sotto il moniker My Indigo. Purtroppo, però, le melodie di "The Reckoning""Endless War" e "Mercy Mirror" (tra i brani migliori assieme a "Trophy Hunter""Supernova" e "Raise Your Banner") non bastano per reggere tanti ascolti. Senza degli elementi strumentali interessanti, in grado per lo meno di fornire dei temi portanti degni di questo nome, è facile perdere qualsiasi desiderio di riascoltare. Ciò vale a maggior ragione per brani mediocri come "In Vain""Mad World""Holy Ground" e "Firelight", che sono finiti subito nel mio dimenticatoio.
In generale Resist non è un brutto album e anzi si lascia ascoltare con discreto piacere. Ha però il sapore di un esperimento mal riuscito, di qualcosa composto controvoglia, per senso del dovere e con superficialità. I
n tal senso, è sintomatico che il produttore Daniel Gibson abbia co-scritto tutti i brani assieme alla cantante Sharon den Adel e al chitarrista Robert Westerholt. Per una band è curioso avere così tanto bisogno dell'aiuto di un produttore, al quale oltretutto in alcuni brani si sono aggiunti dei compositori esterni al team. Forse è per questo che, se da un lato Resist nel suo insieme funziona meglio del volutamente eterogeneo Hydra, dall'altro i suoi brani presi singolarmente risultano meno "tridimensionali" di quelli del predecessore. Entrambi gli album, comunque, non reggono minimamente il confronto con l'eccelso The Unforgiving o con i molto buoni The Heart of Everything e The Silent Force. Spero che col prossimo gli olandesi Within Temptation possano correggere il tiro, magari proprio migliorando l'esecuzione delle idee alla base di Resist.

1. Lydia AinsworthPhantom Forest
Right from Real, del 2014, e Darling of the Afterglow, del 2017, sono album electropop/synth pop interessanti e originali, anche se assolutamente non definibili come capolavori. Avevo grandi aspettative per il terzo album della canadese Lydia Ainsworth, ma purtroppo la delusione è stata cocente: per quanto mi riguarda, Phantom Forest è inascoltabile, tra melodie poco ispirate, sezioni strumentali quasi ridicole e filtri vocali irritanti. Sono così amareggiato da non avere voglia di parlarne ulteriormente, mi dispiace. Non so cosa sia successo, ma spero che Ainsworth possa rialzarsi con la prossima pubblicazione.




M. G.