Echos – Even Though You're Gone

- Voto: 85 su 100
- Anno: 2018
- Genere: Alternative pop, Indietronica, Synth pop, Downtempo
- Influenze principali: Chamber pop, Electropop, Epic pop, Chillstep, Future bass, Dream pop, Art pop
Gli Echos sono un duo di Portland (Oregon, USA) formato dal compositore, produttore e polistrumentista Tal Richards e dalla cantante Lexi Norton. Il loro singolo d'esordio, "Don't Let Me Go", risale al 2014 e lasciava presagire una carriera fra chillstep e dubstep melodica, strada poi confermata con i singoli "All I Want""Silhouettes" e "Tomorrow" e con le collaborazioni con Seven Lions e Illenium. L'EP Echos, pubblicato nel 2016 e composto da otto tracce, ha segnato però un cambio di passo. Il sound del duo, pur mantenendo dei chiari passaggi dub (ad esempio, in "Say It"), si è orientato sempre più verso un pop elettronico avvolgente e dalle vaghe ispirazioni post-rock; tracce come la strumentale "Coda", l'intensa "Fiction" o la ballad "Leave Your Lover" potrebbero essere usate per dei trailer cinematografici o per le scene salienti di qualche serie TV. Questo vale anche per i brani del loro primo full length, Even Though You're Gone, pubblicato a fine 2018 per Seeking Blue Records, l'etichetta di MrSuicideSheep.

L'album, che descrive le reazioni a seguito della fine di un rapporto amoroso, si apre con "Euphoria". Questa è forse la traccia più radiofonica del lotto, anche grazie al suo frenetico loop vocale. I bpm, pur variando fra la calma delle strofe e il leggero brio del ritornello quasi ballabile, rimangono comunque contenuti; più in generale, nessun brano di Even Though You're Gone è pensato per ballare. Il focus è sempre sulle emozioni, che vengono trasmesse attraverso brani medio-lenti o lenti dal sound design molto avvolgente, soprattutto se assaporato in alta qualità e con delle buone cuffie. In "Euphoria", questa palette sonora è intarsiata con piacevoli momenti simil-chillstep.
La successiva "Graves" è molto più minimale e discreta; i vocalizzi in sottofondo cullano l'ascoltatore e lo fanno galleggiare fra nuvole di lacrime. La musica non trasmette tristezza, ma una sensazione di rassegnazione che traspare anche dal testo ("
I could see the grave you built in your sheets / I hope you lie in your bed thinking of me"). La penna di Lexi trasuda sincerità, come se stesse scrivendo su un diario. Ciò è percepibile anche nella bellissima "Guest Room", dove si parla di sentimenti non corrisposti e della sensazione di essere stati usati solo per del sesso: "I wish I never let you sleep in my room / Been thinking 'bout a way that I could take back / The night I lost myself in you / [...] / Wish that I could remove you from my veins / 'Cause I'm sick of feeling so betrayed [...] / And I thought I'd mean something to you / More than skin to put your skin on". Il concetto è reso attraverso un uso accurato dei suoni sintetici dalla texture satinata; ascoltare "Guest Room" è come essere travolti da onde di seta liquida, rese vibranti dai filtri di matrice future bass. In tale contesto, il fatto che ogni ritornello venga ripetuto due volte di fila non stanca, ma anzi contribuisce all'immersione dell'ascoltatore. 

Per quanto possa essere indie, questo è pur sempre un album pop, quindi un brano come "Seraphine" risulta spiazzante: pregno di controcanti, arrangiato al violoncello e dal testo in latino cantato in falsetto, lascia trasparire la passione degli Echos per la musica sacra. Riferimenti religiosi si trovano anche nel testo di "Saints": "You read between the lines and don't stick to the scriptures / You only follow rules if other follow with you / That doesn't sound too holy, only playing victim / You were standing there like an angry god / Counting out my sins just to cross them off / [...] / You're fooling Heaven's gates / So you won't have to change / You're no saint, you're no savior / So keep your judgment for someone else, I've had enough". L'ex amante di Lexi si credeva perfetto e per questo si ergeva a giudice, ma era solo un'ipocrita: si tratta di accuse che vengono ben rese dalla melodia potente del ritornello e, soprattutto, dalle esplosioni elettroniche epiche e cinematografiche che vengono poi richiamate dalla coda orchestrale. Questo brano è così bello da essere quasi doloroso.
Non è da meno il successivo "Shrines", che è diviso in due parti: nella prima Lexi canta un testo accompagnata da chitarra acustica e violoncello, nella seconda si libra in aria con un soffice vocalizzo che si intreccia a un crescendo orchestrale e a tratti elettronico. Sembra quasi di star ascoltando Aurora o persino la Susanne Sundfør più d'atmosfera.
Il flusso di emozioni prosegue con "1216", una ballad al piano che si sviluppa tingendosi sempre più di palpitanti suoni sintetici. Qui la voce di Lexi, pur essendo molto limitata per impostazione tecnica, volume ed estensione, spicca per capacità interpretative; è una cantante ancora acerba, ma in futuro potrebbe dare grandi soddisfazione perché ha tanto da comunicare. A tal proposito, a essere apprezzabile qui è anche la sua penna: "Welcome to the room I hide in / I'd invite you in to stay, but I'm trying to get out of here / [...] / I guess I want your ghost as my company / [...] / This house is full of the things that we did / And my bed has known every inch of your skin / Well, I can't let go of the way that we left / Now my bath, it floods with your silhouette". Nell'appartamento 1216, che probabilmente è fittizio e indica uno stato mentale (1216 = ABAF = As Bad As Fuck), la cantante si aggrappa ai ricordi di un amore ormai finito, però al contempo sa che ciò non è sano e che deve imparare ad andare avanti. Questo concetto viene concretizzato anche con urla distorte che disturbano l'atmosfera sommessa.
L'ottava traccia dell'album, la strumentale "Your Self Lingers", ha un magnifico climax orchestrale ed elettronico che sembra preso dalle musiche scritte da Hans Zimmer per il film "Inception". Più tradizionale è la successiva "My Blood": una ballad accompagnata dal pianoforte e dagli archi in cui le capacità espressive di Lexi sono ancora una volta valorizzate; a tratti sembra che la sua voce si stia spezzando per l'emozione, caratteristica che l'avvicina a Phildel


La cadenza di "Vacant" entra nelle vene dell'ascoltatore, soprattutto quando scandisce la melodia rancorosa del ritornello ("
I'm sick of awaiting your vacancy / I hope that you choke on your vacant teeth / No space in your broken veins left for me / I know that you're empty"). Nell'insieme questo è un bel brano, però non regge il confronto con le perle del resto dell'album; in particolare, l'assenza di uno special lo rende stancante e un po' povero. È ben più coraggioso il successivo "Running", che simula una camminata stanca che si trasforma in una corsa disperata. Il brano inizia con quella che sembra una sovrapposizione fra un vocoder e la voce di Lexi molto distorta; gradualmente i filtri vocali si dissipano, liberando il timbro della cantante, e al contempo il parlato diviene sempre più cantato. La base elettronica, prima molto discreta, diviene sempre più urgente e pulsante, accentuando l'ossessiva ripetitività del testo. Dopo essere stati avvolti da una luce sonora composta da archi e synth, ci si ferma per riprendere fiato con un momento acustico dal gusto LoFi.

"You and I, we've both been changing / But now our lives are so damn parallel / I think it's worth it if we save this": ecco le conclusioni alle quali si giunge in "Revival". Questo viene introdotto da dei cori celestiali che poi lasciano spazio a un synth impalpabile; dal secondo ritornello, Lexie viene raggiunta da cori simil-gospel che trasmettono serenità. Si tratta di una delicata chiusura per il viaggio musicale e testuale dell'album.

Tirando le somme, penso che Even Though You're Gone sia uno dei full length d'esordio più interessanti della scena pop degli ultimi dieci o venti anni. Non tutti i suoi brani provocano lo stesso entusiasmo e ci sono ancora chiari margini di miglioramento, soprattutto perché le strutture sono talvolta troppo sbilanciate verso il ritornello, ma la base di partenza è eccezionale. Tal Richards e Lexi Norton dipingono con semplicità e vividezza paesaggi emotivi che quasi tutti abbiamo attraversato: ciò rende facile l'immedesimazione. Il conseguente rischio di banalità viene inoltre evitato grazie alla sensibilità, alla personalità e all'originalità del duo.
Gli Echos non sono ancora ben maturi, sì, ma ciò contribuisce a rendere lodevoli i risultati ottenuti e ad alzare le aspettative per il futuro. 


Michele Greco