Le delusioni del 2020

Innanzitutto, mi scuso per esser sparito. Purtroppo il 2020 è stato un anno complicato per tutti; non ho avuto le energie mentali per occuparmi del blog. 

Ciò detto, passiamo agli album che mi hanno deluso di più nel 2020. Complici le tante pubblicazioni rimandate, ho deciso di citarne solamente due. 


2. Lady Gaga – Chromatica
Nella musica elettronica sono i producer a creare i beat e a lavorare al sound design dei synth, quindi Chromatica potrebbe essere definito come un album di BloodPop e altri DJ , tra i quali spiccano Burns e Tchami, in cui Lady Gaga ha fatto da vocalist. Questo non è un problema in senso assoluto, ma lo diventa nel momento in cui la cantautrice dichiara di volerci far "ballare sul dolore": chi ci sta facendo ballare, Gaga o BloodPop? Altra domanda: come ci sta facendo ballare? Il sound di Chromatica non è interessante né originale, si limita solo a riprendere l'house degli Anni '90 e a mescolarla coi trend degli anni scorsi; un esempio è "Sour Candy", che ricorda tante cose tra cui "Swish Swish", brano prodotto da Duke Dumond per Katy Perry. Se non altro il brano incriminato ha un sound gradevole all'ascolto, a differenza di "Plastic Doll" e  "911", con la loro cacofonia di beat che martellano sulle tempie. Forse è per via di tutto questo "rumore" che si è deciso di far respirare gli ascoltatori attraverso degli interludi orchestrali molto piacevoli, anche se un po' banalotti; d'altra parte immagino che la compositrice White Sea non abbia avuto le mani del tutto libere. Mi domando però perché inserire brani orchestrali, che nulla hanno a che fare col sound dell'album, anziché intermezzi di musica elettronica soffusa; la scelta è stata forse dovuta solo alla volontà di ammantare Chromatica di un'aura "culturalmente elevata"? È solo scena, apparenza? In effetti, considerando anche la presenza di Ariana Grande in "Rain on Me" e delle idol k-pop Blackpink nella già citata "Sour Candy", sembra evidente che Chromatica sia stato pensato per vendere, il che richiede soprattutto apparenza. 

Lady Gaga ha probabilmente dato vita allo scheletro dei brani, lavorandoci al pianoforte; peccato però che le loro strutture sembrino quasi sempre incomplete e frettolose, forse per la necessità di pubblicare canzoni brevi così da guadagnare il più possibile dagli streaming (tema, questo, sul quale scriverò un articolo). Mi fa sorridere il fatto che l'urlata "Fun Tonight" sia stata paragonata da alcuni a "The Edge of Glory", quando non c'è stato proprio lo spazio per generare un solido climax emotivo. Non aiutano neanche le melodie vocali, che sia qui sia negli altri brani risultano poco memorabili.
Tutte queste cose Lady Gaga non le ha fatte certo da sola, ad esempio a "Sine from Above" hanno lavorato ben undici persone; se non altro stiam parlando del brano migliore dell'album, l'unico che definirei bello, anche se l'abuso di autotune sull'ospite Elton John potrebbe renderlo indigesto. Attenzione: non intendo dire che scrivere i brani assieme a tanti collaborati sia un male in senso assoluto. Il problema sono le aspettative, perché Lady Gaga si propone principalmente come cantautrice e negli anni ha generato molto hype attorno a sé.

La cantante ha avuto un ruolo preminente nella scrittura dei testi e ciò ci permette di arrivare alla seconda parte degli obiettivi dell'album: l'esorcizzare il dolore con la gioia. Le tematiche affrontate sono importanti, ma temo siano state concretizzate con superficialità. Prendiamo ad esempio "Rain on Me": le due cantanti coinvolte hanno avuto vissuti costellati da eventi traumatici, che però si sono tradotti in una banale metafora della pioggia come lacrime senza null'altro in grado di dare profondità al testo. Un altro esempio è la musicalmente gradevole "Alice", dove Gaga, mentre chiede al DJ di liberarle la mente, ci tiene a dirci che anche se il suo nome non è Alice è ancora alla ricerca del proprio Paese delle Meraviglie. Insomma, se l'obiettivo di mettersi a nudo e ribaltare le proprie fragilità era interessante, altrettanto non può dirsi del risultato, che si mantiene sul livello testuale delle canzoncine mainstream che tanto piacciono agli statunitensi. Non pretendo la raffinatezza poetica di certi artisti art pop, ma quanto meno dei testi al livello di quelli Aurora o anche solo di quelli, molto semplici ma sinceri e diretti, della migliore Tove Lo. La stessa Gaga ci ha abituati a standard un po' più alti; penso ad alcuni testi di The Fame Monster e Born this Way apparentemente sciocchi, ma che in realtà avevano più chiavi di lettura stratificate. Quanto meno a consolarci ci sono i buoni testi di "911", sulla dipendenza da psicofarmaci, e "Replay"sul Disturbo da Stress Post-Traumatico.

Io un tempo ero fan di Lady Gaga, vedevo qualcosa in lei. Credevo stesse sfruttando il pop ultra-mainstream per riuscire a proporre musica più interessante, anticipandola qui e lì con alcuni riferimenti nei suoi brani. Purtroppo mi sono reso conto col tempo che quei riferimenti potrebbero averli inseriti i vari RedOne e DJ White Shadow, ma se anche così non fosse è ormai chiaro che Lady Gaga non ha la voglia di osare davvero. In fondo lo ha detto lei stessa: vive per gli applausi. 
È ormai dalla pubblicazione di Artpop che ho smesso di provare entusiasmo per lei. Sicuramente è un'artista preparata: ha studiato canto e si sente in modo chiaro (anche se dovrebbe smettere di intubare e urlare gli "acuti"), conosce la teoria musicale, ha una buona cultura, sa suonare il pianoforte e ha una grande presenza scenica. Tutte queste caratteristiche la rendono teoricamente superiore a una Katy Perry qualsiasi, ma nella pratica non c'è molta differenza perché il livello delle canzoni è più o meno lo stesso. Sicché perché dovrei ascoltare Chromatica, quando posso ascoltare il ben più divertente e brioso Disco di Kylie Minogue, che oltretutto si è presentata al pubblico con più trasparenza e onestà? Perché dovrei ballare, seguendo i beat di BloodPop e su un dolore espresso superficialmente, quando potrei rivolgermi a DJ e producer EDM più interessanti? E perché applaudire canzoni sciatte come "Stupid Love" e rumorose come "Free Woman", quando negli stessi USA ci sono artiste pop talentuose come Roniit e quando potrei trovarne a bizzeffe in Scandinavia?
Qualcosa in Chromatica si salva (i pezzi orchestrali, "Sine from Above", "Replay", la ballabile-ma-non-truzza "Alice", la zuccherosa "1000 Doves", "Vogue" "Babylon") e forse potrebbe essere abbastanza per raggiungere la sufficienza, ma di sicuro non per andare oltre. Considerando che Lady Gaga ci ha convinti di poter fare molto di meglio, non vedo perché dovremmo accontentarci del minimo sindacale. 
Spero che il suo prossimo album mi faccia cambiare idea, ma per adesso non posso che considerarla solo un fenomeno commerciale con tantissimo fumo e poco arrosto. 

1. Veil of Secrets – Dead Poetry
L'eterea voce di Vibeke Stene, ex cantante dei Tristania, è stata fra le più influenti del gothic doom metal e ha contribuito a formare l'immaginario "beauty & the beast". Anche per questo, nel 2007,  la sua decisione di lasciare la band e mettere da parte la musica è stata uno shock per molti. Sono passati ben tredici anni da allora e più di sette da quando, a metà 2013, ha annunciato il suo ritorno sulle scene con una nuova band. Questa attesa estenuante ha generato un enorme hype, che però si è rivoltato contro la stessa Stene e il polistrumentista che l'ha affiancata, il marito Asgeir Mickelson; infatti l'album d'esordio del progetto Veil of Secrets ha un sound vecchio, banale e prevedibile. Questo, in sé e per sé, potrebbe non essere un grosso problema: anche Under a Godless Veil dei Draconian presenta un sound non proprio originale, ma la qualità è comunque estremamente elevata. Purtroppo non credo sia il caso di Dead Poetry, i cui brani sono spesso noiosi e soporiferi, anche per via di strutture inutilmente annacquate e di riff non proprio ispirati. Il colpo di grazia è stato dato dalla produzione, che offre suoni grezzi e scelte di missaggio opinabili. 
Nonostante il mio amore per Vibeke, riascoltarla non mi ha emozionato, e questo è molto grave per un genere basato proprio sulle emozioni. Spero che il prossimo album dei Veil of Secrets possa risollevarne le sorti, ma per adesso mi tocca ammettere che la montagna ha partorito il topolino.


Michele Greco