Epica – Omega

- Voto: 78 su 100
- Anno: 2021
- Genere: Symphonic metal
- Influenze: Power metal, Thrash metal, Progressive metal, Melodic death Metal, Gothic metal, Melodic black metal, Musica tradizionale araba e indiana, Djent
       
 
A fine settembre 2016 gli Epica han pubblicato il loro settimo album, The Holographic Principle, dopo si sono presi una lunga pausa. O meglio: nel 2018 hanno pubblicato l'EP The Solace System, ma si tratta di una collezione degli scarti dello stesso The Holographic Principle. Da allora la band olandese non ci ha fatto ascoltare musica inedita, alimentando così l'attesa verso l'album successivo. Ωmega era stato inizialmente programmato per l'autunno 2020, ma per via della pandemia di COVID-19 le registrazioni hanno subito rallentamenti tali da far slittare la pubblicazione a fine febbraio 2021. Attendere così tanto per pubblicare nuova musica potrebbe essersi rivelata un'arma a doppio taglio: da un lato gli Epica hanno avuto più tempo per trovare nuove idee e ispirazioni, ma dall'altro proprio la lunga pausa ha alimentato le aspettative degli ascoltatori e quindi il rischio di deluderli.

In Ωmega sono presenti alcune idee fresche, ma più che altro è definibile come una sintesi del percorso degli Epica fino ad ora, svolgendo così un ruolo simile a quello di Hydra per i Within Temptation. Tale operazione è riuscita o ha portato alla prevedibilità? Per capirlo ritengo necessario, in questo caso più che in altri, un approccio primariamente traccia-per-traccia; infatti le canzoni, sebbene apprezzabili senza problemi laddove prese singolarmente, nel contesto dell'album diventano più comprensibili giacché è stata dedicata attenzione all'alternanza di semplicità e complessità, calma e aggressività.

L'album si apre con la classica introduzione orchestrale, "Alpha (Anteludium)", che sarebbe stato preferibile accorciare e fondere col brano successivo, giacché quasi nessuno la ascolterà separatamente. La composizione ha comunque un buonissimo climax e mette da subito in mostra una delle novità dell'album: gli Epica hanno deciso di usare un'orchestra più ampia delle precedenti, ossia la prestigiosa The City of Prague Philharmonic Orchestra composta da 47 elementi. Trovo inoltre molto piacevole il modo in cui l'intro si lega perfettamente ad "Abyss of Time (Countdown to Singularity)", che nel tema principale ne riprende un giro di archi e sul finire delle special un passaggio di flauto. A proposito della special, il suo riff di chitarra abbastanza tecnico è il momento più interessante della canzone, mentre il resto si mantiene su coordinate un filo anacronistiche. "Abyss of Time" richiama infatti il symphonic dei primi Anni 2000 (es. Consign to Oblivion del 2005) e ha forti influenze power sia nelle ritmiche sia nel ritornello, cha a tratti ricorda i Kamelot. L'impressione è che gli Epica abbiamo voluto accontentare i fan nostalgici, legati allo stile dei primi album della band; considerando inoltre l'orecchiabilità del brano sembra speculare all'altrettanto orecchiabile ma più moderno "Edge of the Blade", non a caso pubblicato come singolo per l'album precedente. Non posso comunque negare che "Abyss of Time" sia ben scritta e molto godibile, anche perché fortunatamente in Ωmega c'è solo un altro brano vintage.
Quanto al testo, scritto da Jansen, introduce alcune delle tematiche principali dell'album: l'esoterismo delle Tavole Smeraldine, ampiamente citate; il contrasto fra Yin e Yang, vita e morte, luce e tenebra, che si concretizza anche nelle scelte musicali; la Teoria del Punto Omega del filosofo gesuita de Chardin, secondo il quale l'universo tenderà ad aumentare la propria complessità fino a un punto critico oltre cui le coscienze si unificheranno e gli individui verranno assorbiti nell'Uno, ponendo fine al dualismo.

La terza traccia è "The Skeleton Key", il cui ottimo testo, scritto da Simons, parla dell'interpretazione e della manipolazione dei sogni ed è stato ispirato dal film Inception. La sua atmosfera da fiaba dark di Tim Burton, inquietante eppure melodica, è stata marcata dal riuscito riff di pianoforte, dalle strofe simili a filastrocche, dalla linea di basso in evidenza e da un coro di voci bianche; quest'ultima è oltretutto una novità assoluta per la band. Gli Epica non hanno mai pubblicato brani su queste esatte coordinate stilistiche, che potrebbero piacere ai fan dei Nightwish di Imaginaerum; il risultato finale non può che ricevere la piena promozione, anche grazie al buon assolo di chitarra.
Con gli arrangiamenti dell'esoterico "Seal of Solomon" si ritorna ai primissimi Epica, in particolare a quelli dei brani più arabeggianti di The Phantom Agony (2003). In effetti il buon riff principale è stato scritto da Jansen a diciotto anni, ma purtroppo le strofe in cui si trova risultano monotone e troppo lunghe. Il maestoso ritornello corale, che ricorda quelli dei Therion, e lo special molto power fanno il loro lavoro, ma a risollevare davvero il brano è una piccola novità nel sound della band: gli strumenti etnici indiani (sitar, santur, sarod, gatham...), che risultano ben stratificati nel missaggio. 
Si prosegue con "Gaia", una lettera a Madre Natura in cui Simons si scusa per la distruzione degli ecosistemi. In tale contesto, l'aver posizionato solo in sottofondo il flauto simil-celtico è da un lato una mossa positiva, perché valorizzarlo avrebbe reso il brano un po' didascalico, ma dall'altro una mossa negativa, perché valorizzarlo avrebbe reso il brano più distinguibile. Oltretutto, il flauto emerge solo durante i momenti peggiori: quelli corali, secondo me dalla melodia moscia, ripetuti fin troppe volte e resi banali dal ritmo power. Tagliando per lo meno le riprese del coro, il brano avrebbe potuto guadagnare molti punti, anche perché ha dalla sua un'intelligente alternanza di accelerazioni e rallentamenti e uno special d'ispirazione progressive. In generale, "Gaia" potrebbe essere utile nella tracklist per riprendere fiato fra brani più corposi, essendo al contrario breve e semplice, ma nel suo insieme risulta un riempitivo.

Con "Code of Life" si torna su coordinate oriental folk. La sua introduzione da danza del ventre, in cui gli strumenti etnici vengono accompagnati dall'intreccio di vocalizzi di Simons e dell'ospite Zaher Zorgati (Myrath), è una delle vette di Ωmega. Il brano prosegue con un riff di chitarra basato sulla scala araba e poi con un ritornello arioso che è fra i più belli mai scritti dalla band. Un altro pregio lo si trova nella sua coda tanto aggressiva quanto tecnicamente interessante.
Potremmo essere dinanzi a un capolavoro, ma purtroppo "Code of Life" secondo me ha due fastidiosi difetti. Il primo è legato al palese riciclo, nello special, di un giro di archi presente al minuto 4:56 di "Requiem for the Indifferent"; fortunatamente questo è un problema sul quale gli Epica inciampano davvero di rado, e che oltretutto riguarda un passaggio breve, quindi credo si possa chiudere un occhio. Il secondo difetto è invece un po' più grave e riguarda il testo, scritto da Simons, che credo abbia trattato in modo un po' populista il tema dell'editing genomico sull'uomo. Chiaramente lo spazio a disposizione in una canzone è poco e limitato dalla metrica, ma frasi come "to cure the fallen we pay the price of greater danger" mettono forzatamente assieme la prevenzione di gravi malattie genetiche e l'editing per motivazioni estetiche e/o razziste e/o legate alla megalomania di chi gioca a "fare Dio". Inoltre temo che Simons si sia appoggiata a un'idea di Natura contraddittoria, come emerge in frasi come "will we abandon the arms of our dear Mother Nature?"; infatti tutti gli animali, ma l'uomo più degli altri, hanno per natura la capacità di plasmare il mondo e quindi i giudizi morali non dovrebbero dipendere da ciò, bensì dalle conseguenze delle azioni. Di solito apprezzo molto i testi di Simons e ho persino un tatuaggio con una citazione di "Chasing the Dragon", ma stavolta credo abbia preso un granchio, giacché per parlare di certi temi non basta aver visto un documentario su Netflix. Ciò nonostante, "Code of Life" resta un brano di qualità invidiabile dai più. 
Giudizio ben diverso per "Freedom (The Wolves Within)", che reputo inutile per l'album, anche se non brutto. Il riff principale non lo trovo granché interessante nonostante il ritmo brioso, il ritornello pop risulta un po' slegato dal resto e il coro lirico, pur essendo piacevole, nausea perché ripetuto troppe volte in maniera ingiustificata. Per quanto riguarda invece il testo, Jansen lo ha dedicato alla metafora cherokee sui due lupi dalle qualità opposte che dominano l'animo umano, ma è stato concretizzato in modo fin troppo semplicistico; su un tema più o meno simile, trovo ben più efficace il testo di Simons per "Synergize (Manic Manifest)"Come dichiarato dalla band, "Freedom" è stato scritto per avere un brano divertente e d'impatto durante i concerti; tralasciando l'ironia insita nel tempismo sbagliato, il risultato mi sembra forzato, sebbene comunque non meritevole di bocciatura. Alle porte dei vent'anni di carriera degli Epica, non sono disposto ad accontentarmi di un compitino scolastico e filler.  

Se fino ad ora l'album è stato altalenante, da questo momento in poi inanella una serie di perle lucenti che compensano ampiamente i precedenti errori; in ciò noto una somiglianza con la tracklist di The Holographic Principle.
Il numero 8, ruotato di novanta gradi, diventa il simbolo dell'infinito: l'ottava traccia dell'album parla appunto dell'infinito dopo il finito, ossia dell'Aldilà. Si tratta di un brano parecchio ambizioso già dal titolo: "Kingdom of Heaven, Prt III (The Antediluvian Universe)", terzo e probabilmente ultimo capitolo della saga iniziata nel 2009 in Design Your Universe, con "Kingdom of Heaven", e proseguita nel 2014 in The Quantum Enigma, con "The Quantum Enigma (Kingdom of Heaven, Prt II)". Sorvolando su quanto sia disturbante che nel nuovo brano titolo e sottotitolo siano stati invertiti, la prima domanda che si pone è se abbia avuto senso proseguire questa saga-concept, anche considerando il rischioso paragone con l'eccelso primo capitolo e col buonissimo secondo. Come se non bastasse, idealmente il terzo capitolo sarebbe dovuto essere il capolavoro "The Holographic Principle (A Profound Understanding of Reality)", il cui coro iniziale era stato scritto per "The Quantum Enigma" e il cui testo, legato all'idea di illusorietà della realtà fenomenica, si lega proprio al brano del 2014. 
L'ultimo dubbio può essere facilmente chiarito: fin dal primo "Kingdom of Heaven", questa saga-concept si è sviluppata su un doppio binario, unendo i temi dell'Aldilà e del rapporto fra scienza (meccanica quantistica) e spiritualità attraverso la scusa delle esperienze di pre-morte; in sostanza, per Jansen solo oltrepassando i limiti della vita è possibile liberarsi del tutto dall'inganno del mondo materiale. Nel secondo capitolo della saga la questione della morte è stata accantonata per concentrarsi sul rapporto fra fenomeno e noumeno, usando certe teorie scientifiche, invero molto fraintese, solo come scusa per trattare posizioni filosofiche ben più rispettabili. In tal senso, "Kingdom of Heaven, Prt III" risulta complementare a "The Quantum Enigma", in quanto torna a concentrarsi sulla circolarità di vita e morte; questi brani sono a loro volta le due metà tematiche che compongo il primo capitolo della saga.  
Andiamo quindi a parlare del contenuto dei circa tredici minuti di "Kingdom of Heaven, Prt III", che come il primo capitolo della saga si presenta diviso in cinque sezioni interne. La prima, intitolata "Ātman" come l'anima personale nell'induismo, è strumentale e inizia col fruscio del vento e dei cori gutturali di matrice tibetana che riprendono quelli di "Kingdom of Heaven". Il lento e toccante crescendo, dominato prima dal flauto e poi dagli archi, potrebbe appartenere a una colonna sonora. Con l'arrivo di chitarre di matrice quasi melodic black e dell'epicità orchestrale si accede a "Sri Yantra", il cui titolo è il nome di un diagramma mistico induista che rappresenta la totalità del cosmo nell'unione dei principi maschili e femminili. Strutturalmente, questa seconda sezione è una classica canzone con alternanza di strofe e ritornello; a spiccare è soprattutto quest'ultimo, in cui il ritmo rallenta e dà sentimento al verso iconico "just as water turns to snow, what is above so is below". Il brano muta bruscamente con l'assolo di pianoforte di "Halls of Amenti", nome del filtro che per le Tavole Smeraldine separa il nostro corpo fisico dall'anima. Si prosegue con il ritmo da headbanging, i riff death e il duetto coro-growl di "Duality", improntato sulla dicotomia fra il nostro essere divisi dallo spazio-tempo e uniti nell'Assoluto. A questo punto il brano rallenta ancora, scandito dal basso funereo e dal coro di bambini, che introducono un verso di Simone cantato con teatralità da musical: inizia così "The Chikhai Bardo (Navigating the Afterlife Realms)", il cui titolo si rifà al primo dei tre momenti che, nel Libro Tibetano dei Morti, precedono la reincarnazione. La tranquillità dura poco, venendo sovrastata dalla violenza marcata dal blast beat di matrice black, ma il picco lo si raggiunge quando l'assolo di chitarra sfocia come un orgasmo in quello stupendo di tastiera. Si arriva quindi a "The Flower of Life (The Cosmic Spiral)", nome della geometria sacra che rappresenta l'unione del tutto nell'Uno. Musicalmente vi è la ripresa di "Sri Yantra", scelta che ha pro e contro: per una suite avrei preferito una chiusura più libera, ma quel ritornello è così emozionante da giustificare la scelta della band. Si conclude così un viaggio incredibile, che gareggia con "The Holographic Principle" per il titolo di miglior brano della band.

Dopo una suite così imponente si sente il bisogno di riprendere fiato; gli Epica, con intelligenza e intuito, hanno strutturato la tracklist mettendo proprio adesso la ballad "Rivers". Questa inizia con un vocalizzo arioso in sottofondo che verrà poi ripreso, con circolarità, nel finale. Tutto il brano è basato su pochi accordi che stanno alla base di un riff di pianoforte semplice ma efficace; anche nello special, in cui arrivano le chitarre elettriche e il coro di bambini, "Rivers" rimane totalmente estraneo al barocchismo tipico della band. Simone Simons è protagonista di una performance vocale soffice e che sostiene melodie molto orecchiabili; forse anche troppo, considerando che il ritornello ricorda da vicino quello di "Impossible" di Shontelle, ma la somiglianza non è disturbante. "Rivers" è quindi una buona ballad che, sebbene non sia al livello delle perle "Once Upon a Nightmare" e "Tides of Time", con la sua leggerezza risulta funzionale alla tracklist di Ωmega. Per quanto riguarda il testo, scritto dalla stessa Simons, parla del reagire alla depressione nuotando contro la corrente della vita.
Pur essendovi parzialmente legato sul fronte testuale, parlando dell'accettare le emozioni negative e i lati oscuri di sé, "Synergize (Manic Manifest)"  si pone in netto contrasto con la ballad. La sferragliante intro dal ritmo power e dal riff aggressivo risulta spiazzante quasi come un jump scare, ma poco dopo il brano diventa un mid-tempo cantabile con un ritornello efficace nella sua semplicità. Il brano, strutturato su intelligenti cambi ritmici e su soluzioni prog che richiamano Requiem for the Indifferent, anche per via del ruolo secondario dato agli archi, raggiunge la sua vetta con un cattivissimo blast beat sopra il quale Simons canta in lirico. Passando fra riff thrash e un lungo assolo di chitarra, verso la fine il brano torna al ritornello riancorandosi alla forma canzone. Credo che una struttura ancora più libera sarebbe stata più adeguata al dinamismo di "Synergize", ma l'inaspettata e delicatissima coda, in cui Simons canta con grande trasporto usando anche l'impostazione lirica, riesce a compensare. In generale, questo è un brano di elevatissima qualità, fra i migliori dell'album e dell'intera produzione degli Epica. 
Con naturalezza, "Synergize" si tuffa nella ben più melodica e tradizionale "Twilight Reverie (The Hypnagogic State)". Questa canzone strumentalmente oscilla fra power e gothic sinfonico/pianistico, mentre la voce tesse una strofa molto emotiva e poi sfrutta sapientemente il coro, creando un contrasto col ritornello di chiara impronta pop. Risulta ben riuscito anche il testo, che tratta il tema della profonda lucidità mentale e spirituale che precede l'addormentamento. 

Ci avviamo alla chiusura con "Omega (Sovereign of the Sun Spheres)", brano lungo circa sette minuti e diviso in tre sezioni interne. Stavolta non ho ben capito il senso della divisione, giacché non siamo di fronte a una vera suite e la sezione di mezzo è sostanzialmente uno special. Ad ogni modo, "The Omega Point" inizia con un didgeridoo che lascia velocemente spazio a un'iconica introduzione di ottoni, che a sua volta sfocia in un bel riff adornato da archi dal sapore apocalittico. La strofa, retta da chitarre di chiara ispirazione djent, vede Simone cantare in modo sottilmente dissonante frasi come "all roads lead to Om"; il ritornello risulta invece più orecchiabile. "The Hounds of the Barrier" stupisce per l'uso discreto del sitar in un contesto metal, ma ad essere spettacolare è il lungo assolo di chitarra, uno dei più ispirati di Delahaye grazie al perfetto bilanciamento di tecnica, velocità e melodia. "The Apocalypse of the Illuminated Soul" riprende la strofa e il ritornello: come per "Synergize", avrei preferito una soluzione più creativa. E sempre come per "Synergize", la chiusura riesce a compensare: "Omega" recupera gli ottoni iniziali tessendoci sopra un climax vocale emotivamente potente. Nel suo complesso, il brano risulta poco immediato, ma cresce con gli ascolti svelando la ricchezza della sua texture e la capacità di perfezionare certe atmosfere di Requiem for the Indifferent e The Holographic Principle

Infine ci tengo a ricordare che, come da tradizione, nelle edizioni speciali è presente un secondo CD con alcuni rifacimenti acustici; in particolare spiccano la versione latinoamericana, con tanto di ritornello in spagnolo, di "Code of Life", e la versione a cappella di "Rivers". Nell'edizione Earbook sono presenti anche altri due CD, uno strumentale e uno voci-e-orchestra, che permettono di apprezzare a pieno uno dei pregi di Ωmega: la produzione. Che i suoni degli Epica siano cristallini non è più una novità, ma mai come ora il team capitanato da Joost van den Broek è riuscito a dare giustizia ai singoli strumenti, da quelli metal a quelli orchestrali, passando per quelli etnici. Nei vari brani di Ωmega la texture è ricchissima di elementi e si sviluppa in profondità, eppure non è mai confusa; è possibile godere pienamente anche degli strumenti lasciati in sottofondo, che si disvelano con gli ascolti aumentando la longevità dell'album. Nonostante ciò, difficilmente si viene a creare un muro di suoni massiccio e pachidermico, come invece talvolta accadeva in The Holographic Principle: il nuovo missaggio, più dinamico ed equilibrato, sceglie di volta in volta quali strumenti prediligere senza saturare tutti i volumi. 

Come ho scritto all'inizio, Ωmega è quasi una sintesi del percorso ventennale degli Epica ed è possibile trovare riferimenti a tutti i loro album precedenti. Il voto testimonia che, per me, l'operazione sia riuscita e in generale l'album sia molto scorrevole, piazzandosi così al quarto posto nella mia personale classifica delle pubblicazioni della band (dietro a The Quantum Enigma,  Design Your Universe The Holographic Principle).
Le tante luci sono però state affiancate da qualche ombra, ossia lo stile anonimo di "Freedom", il coro inutile di "Gaia", le strofe ripetitive di "Seal of Solomon" e il ritornello un po' già sentito di "Rivers". Inoltre, sebbene siano presenti alcune novità nello stile degli Epica, sono poche e timide: dopo cinque anni di attesa, era lecito aspettarsi di più. A mancare non è stata l'ispirazione, invero talvolta eccellente, ma la voglia di osare; sembra quasi che gli Epica abbiano paura della reazione del pubblico di fronte a qualche esperimento di troppo, forse perché ancora scottati dalle critiche subite nel 2012 da Requiem for the Indifferent. Inoltre l'uso quasi esclusivo della forma canzone, incoraggiato dal produttore van den Broek, ci riporta alla linearità di The Quantum Enigma, sebbene talvolta stemperata da un dinamismo interno figlio degli influssi prog di The Holographic Principle. Tali influssi si sono però ridotti, ed è un peccato perché potrebbero essere la chiave per valorizzare al meglio la ricchezza sonora degli Epica. 
Nondimeno, Ωmega non risulta quasi mai vecchio o stanco; infatti il solido lavoro di squadra, che in fase di composizione mette tutti gli strumentisti sullo stesso piano, permette agli Epica di avere un buon confronto interno su idee abbastanza eterogenee. Non so però quanto possano andare avanti con operazioni come Ωmega, perché già le pur apprezzabili "Abyss of Time" e "Seal of Solomon" hanno arrangiamenti un po' prevedibili. Forse gli Epica riusciranno a mantenersi su livelli altissimi anche rimanendo nella propria safe zone, come riescono a fare alcune band, ma ritengo più probabile che sia giunto il momento di osare un po' di più e proiettarsi verso il futuro.
Concludendo questa analisi, voglio affermare che per me gli Epica, pur essendo i chiari dominatori incontrastati del symphonic metal fin dalla pubblicazione di The Divine Conspiracy (2007), debbano ancora esprimere a pieno le proprie enormi potenzialità. Nell'attesa che ciò accada, si può provare a razionalizzare l'hype, così da poter godere di quei bellissimi brani di Ωmega che compensano quelli meno convincenti. In particolare, "Kingdom of Heaven, Prt III" merita un posto di rilievo nella storia del rock e del metal.


Michele Greco